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Una canzone per la domenica (99). Gli ottant’anni di un mito

Proposto da Sandro Russo

 .

Approfitto di un bella biografia (un paginone) che Luigi Manconi, su Robinson di sabato 13 giugno 2020 dedica a Francesco Guccini – in .pdf qui sotto – per proporre due punti di vista su un artista che ha segnato la nostra generazione; dei cinquanta-settantenni, intendo, (e per rimanere a Guccini mi riferisco ad alcune sue canzoni, come Dio è morto e Auschwitz).
Insieme a un articolo, riproposto in chiaro, dello stesso cantautore, in occasione dell’uscita del suo libro più recente, (quasi) autobiografico. Il tutto arricchito da una delle sue canzoni, non la più nota, ma con un suo pubblico di estimatori (tra cui lo stesso Manconi, dell’articolo sopracitato).
Infine, una considerazione di fondo. Diciamolo: i nostri miti o sono morti o hanno ottant’anni. Qualcosa significherà!

Luigi Manconi. Guccini. L’innocenza dell’eskimo.pdf

 

Guccini, una vita di romanzi, canzoni e (undici) gatti: la prefazione del libro in anteprima

Dubbi e riflessioni nella prefazione scritta dal cantautore per la riedizione ampliata del suo libro ‘Non so che viso avesse’. “Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi, di donne che mi hanno amato e che io ho amato?”

di Francesco Guccini

Una mia biografia essenziale potrebbe suonare così: “Sono nato nella prima metà del secolo scorso; ho scritto e cantato canzoni; ho pubblicato romanzi e racconti e sono, fortunatamente per me, ancora vivo”. Se si volesse però, da queste note stringate, ricostruire la storia della mia vita, bisognerebbe arricchire il tutto con aneddoti, episodi, ricordi più o meno vaghi, aggiunte di vario tipo (come e perché, ad esempio, nel marzo del 1970 ho deciso di tenermi la barba), descrizioni di personaggi umani e, perché no, animali. Ma una vera biografia risulta quasi impossibile da scrivere; troppi dettagli sfuggono dalla memoria, troppe vicende sembrano svuotate di senso e mancare di contenuti, troppi protagonisti appaiono ormai come un pallido fantasma, privi di quello che erano stati veramente, nell’essenza della loro vita quotidiana. Troppi fatti sarebbero raccontati in maniera fugace e superficiale. E quante riflessioni sul chi e sul come, sul pro e sul contro, sarebbero evitate.

Prendiamo la prima affermazione: “Sono nato nella prima metà del secolo scorso”. Detta così può sembrare una battuta, per segnare in maniera ironica una certa anzianità. Per l’esattezza però bisognerebbe dire: “Sono nato il 14 giugno dell’anno 1940”. Perché questo? Perché non è una data come un’altra. Quel giorno, dopo aver sfondato in Belgio e in Olanda e superata la linea Maginot schiacciando l’esercito francese e il Corpo di Spedizione Inglese, le truppe tedesche sfilavano in parata attraversando una spettrale Parigi e ci sarebbero voluti quattro anni e centinaia di migliaia di morti  prima che la città fosse di nuovo libera dall’oppressione nazista. Eppure di questi anni, della sofferenza di un popolo e di questi morti, non c’è traccia nella mia biografia.

Ma nel mio atto di nascita (recuperato in occasione del mio primo matrimonio) è riportato che Francesco Antonio Guccini, figlio di Ferruccio e di Prandi Ester, è di “razza ariana”. Questo significa che quando Francesco Antonio è nato erano in vigore leggi razziali e si viveva sotto una dittatura; se non eri di “razza ariana” eri un cittadino di serie B, non avevi diritti civili, non potevi esercitare professioni liberali, insegnare nelle scuole pubbliche né tantomeno frequentare quelle stesse scuole. Il padre (sposato da poco più di un anno) di quel Francesco Antonio fu spedito a fare una guerra non voluta né desiderata, dalla quale sarebbe (fortunatamente) ritornato dopo cinque anni, due dei quali trascorsi in un campo di concentramento tedesco. E un padre che torna dalla prigionia non può essere un genitore come ce ne sono tanti adesso, in tempo di pace; è necessariamente amoroso ma anche molto severo, non può permettere che il figlio lasci il cibo nel piatto (lui che ha patito per anni la fame), non hai mai dato il bacio della buona notte, come si vede fare alla televisione, non ha mai festeggiato un compleanno, che passava del tutto inosservato, e via di questo genere.

Per amore della completezza bisognerebbe raccontare non solo questo periodo, dal ’40 al ’45, ma anche gli anni del dopoguerra, dell’Italia in ginocchio, delle case rovinate al suolo, delle ferrovie saltate per aria, delle ristrettezze economiche, della lenta ricostruzione e del ritorno a una vita civile.

Nella mia biografia si parla, anche e vagamente, di libri e biblioteche. Sì, si accenna a questo ma sarebbe impossibile rievocare l’emozione, il sottile piacere, quasi la frenesia, che ogni nuovo libro mi dava, fin dal primo in assoluto della mia vita, sul quale ho imparato a leggere, quel Pinocchioregalatomi da chissà chi, amato e tragicamente perduto in uno degli innumerevoli traslochi (che andrebbero raccontati, anche questi, a parte) a lungo rimpianto e poi finalmente riacquistato, riletto, e forse capito, da adulto. E il gusto per le letture infantili e adolescenziali, i Salgari, i Verne e poi, da studente, la religione dei libri, che altri ti suggerivano o che tu suggerivi ad altri: narrativa, con la predilezione per i romanzi umoristici, per i gialli e per la fantascienza, poesia, storia, linguistica. La scoperta di un autore faceva sì che andassi alla ricerca di tutto quello che quell’autore aveva scritto. E la mania per i fumetti, “letteratura disegnata” che mio padre, quando ero ragazzo, mi proibiva, perché mi avrebbe disabituato alla lettura, pensa te. E il leggere dappertutto, perché se leggi non ti annoi mai: alla scrivania, a letto, in bagno, in treno, da militare, con la pila sotto le coperte, aspettando l’autobus, dal medico, sulla spiaggia. Ovunque. E il piacere di possederli, i libri: dalla prima decina, accatastata nell’armadio assieme alla biancheria, alle centinaia impilati dentro a scaffali sempre troppo piccoli per contenerli tutti, ai tanti accumulati sui tavoli, per terra, quasi impossibili da trovare quando li cerchi perché ne avresti bisogno, e finisci per ricomprarli anche due, tre volte. Confesso di aver rubato dei libri, per necessità, o meglio, di non aver restituito dei prestiti;  quattro volte mi è successo, perché non avrei più saputo dove recuperare i volumi, ma altrettante volte è capitato a me.

Poi le canzoni. Non parlo quasi delle canzoni, lascio che siano altri a farlo. Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi, di donne che mi hanno amato e che io ho amato? Le canzoni si raccontano da sole, e basta.


Un’ultima cosa: non bisognerebbe tacere della multiforme e variegata e agile esistenza degli undici gatti che si sono degnati di farmi compagnia, accondiscendendo a vivere per molti anni accanto a me, ognuno con il proprio carattere, ognuno con la propria storia gatta. Ma questo richiederebbe un’opera a parte, dedicata soltanto a loro, come, d’altra parte, la vita di ognuno di noi meriterebbe che accadesse.

13 giugno 2020 – Francesco Guccini “Non so che viso avesse – Quasi un’autobiografia” (Giunti editore, 2020)

 

Incontro, contenuto nell’album Radici (1972), da YouTube (remasterized) in un arrangiamento speciale, con un theremin (leggi e ascolta qui) in sottofondo.
Del brano l’autore ha detto: “Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche…”.

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Incontro

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante “deja vu”, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
dieci anni da narrare l’uno all’altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste:
la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s’era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…”

***

Francesco Guccini su Ponzaracconta:

Le isole del mito. (13). L’ultima Thule di Guccini
https://www.ponzaracconta.it/2013/10/03/le-isole-del-mito-13-lultima-thule-di-guccini/

Proposto da Vincenzo Ambrosino
https://www.ponzaracconta.it/2015/02/16/vorrei-di-francesco-guccini/

Proposto da Sandro Vitiello
https://www.ponzaracconta.it/2019/09/22/una-canzone-per-la-domenica-62-eskimo-di-guccini/

 

Appendice del 21 giugno, h 18 (dal commento di Antonio Marciano, cfr.)

 

Corriere della sera 08.11.2018. D’Orrico. Passaparola. Il poeta Guccini…pdf

 

1 commento per Una canzone per la domenica (99). Gli ottant’anni di un mito

  • Antonio Marciano

    Voglio proporre – in lode e con riconoscenza a Guccini che ha stregato (rovinato) anche me, ultimo orco in un paese di cuor-di-viola – il libro-saggio di Gabriella Fenoglio in cui, tra Tasso, Carducci e Pavese, tra Eco e Benigni, Pirra e birra si spiega del come e perché Guccini, oltre che di gradevole (gradevolissimo!) ascolto, è un verseggiatore nato, (quasi) senza rivali in Italia.

    Da “Radici” a “Ultima Thule”, passando per “Piccola città”, “Eskimo”, “”Auschwitz”, “Culodritto”, “Signora Bovary”, “Farewell”: questo volume raccoglie alcune tra le canzoni più amate di Francesco Guccini. A rileggerle insieme a noi è una filologa e studiosa di letteratura italiana del Novecento, che facendo ricorso ai suoi “”ferri del mestiere” ci mostra i segreti stilistici, ritmici, retorici nascosti tra i versi e – grazie alla conoscenza profonda del cantautore e della sua esperienza artistica – illumina ogni riferimento presente nei testi.
    Canzone, dice il vocabolario, è – dal verbo latino “canere” – “un componimento lirico formato da un numero indeterminato di stanze o strofe”: con le note verso per verso e i ricchissimi commenti, questo è un libro di poesia, che ci svela come la sapiente tessitura compiuta da Guccini contribuisca in modo fondamentale alla nostra emozione di ascoltatori.

    [Dal risvolto di copertina del libro segnalato]

    Nell’articolo di base la copertina del libro e una bella recensione in .pdf di Antonio D’Orrico dal Corriere della Sera.

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