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u-13 foto-04 v4-14a-bis corrida sl372205 Camera principale delle grotte di Pilato

Dal cassetto dei ricordi, la cassettina di San Silverio

di Enzo Di Fazio

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Penso che non ci sia ponzese che non abbia in casa una statuina o una immaginetta di San Silverio.
C’è anche chi un’immaginetta la porta con sé. Dipende dal rapporto che si ha, indipendentemente dall’essere o meno credenti, con il santo o con la figura di questo vicchiariell’ che fa parte in maniera indissolubile della storia dell’isola e della nostra ponzesità.

Mio padre mi diceva di averne uno, piegato in quattro e tutto mozzicato, in un vecchio portafoglio.
Un giorno me lo mostrò e vi scorsi effettivamente le impronte degli incisivi. Mi raccontò d’averlo addentato, per sollecitarne l’intervento, quando disperato lo invocò durante un bombardamento in Sicilia, nel 1943. Parliamo del  periodo in cui era in servizio al faro di Marsala, sua prima destinazione da farista.
Noi ponzesi della generazione degli anni post guerra e successivi siamo cresciuti coltivando l’adorazione e il rispetto per il santo quasi come un secondo padre cui rivolgersi per chiederne la protezione nei momenti di difficoltà.

Mia madre, quando partivo per il collegio, si assicurava che avessi con me sempre un’immaginetta  e non mancava mai di accompagnare l’abbraccio con un “va’ tranquille, San Silverio te segue e te protegge”.
Insomma, questo per dire che il santo per noi è stato sempre – ma lo è tuttora – uno di famiglia, uno di casa, quasi parte della quotidianità.

Quando, da ragazzino, ero al faro della Guardia con mio padre che vi prestava servizio, spesso mi divertivo ad utilizzare i pezzi di legno che residuavano dai lavoretti che lui amava fare (piccoli tavoli, sedi a sdraio, scale, sgabelli ecc.) per realizzare a mia volta carrettini, fucili con le mollette, improbabili barchette ed altro.

Una volta costruii una cassettina con funzioni di salvadanaio ove raccogliere le monetine che rimediavo dai turisti che facevano visita al faro e poco prima del 20 giugno vi incollai sulla parte frontale  un’immagine di San Silverio.
Ero andato ad una novena con mia madre ed ero rimasto colpito da uno dei sermoni del parroco Dies durante il quale, rivolgendosi ai bambini, parlò dell’importanza dei piccoli gesti. L’idea del salvadanaio mi era sembrata la concretezza del piccolo gesto.

Stavo con mio padre soprattutto d’estate quando ero libero dagli impegni scolastici (avevo 6/7 anni) e in quegli anni di turisti ne venivano al faro. Vi arrivavano per mare, lasciati allo sbarcatoio, sotto il faraglione, dal Caronte di turno, o per terra percorrendo la lunga strada che dal porto, passando tra le case color pastello degli Scotti e fiancheggiando terre coltivate, parracine, enormi agavi e piante di fichi d’india, li portava fino al cospetto del gigante buono a guardia del mare.

Quando arrivavano su, i turisti una delle prime cose che chiedevano era un bicchiere d’acqua, mai negato dai faristi, e poi di poter far visita al faro. Mio padre non diceva mai di no e li affidava sempre a me.
Alla fine del giro, fatto rigorosamente a piedi scalzi come disponeva il protocollo d’occasione dei faristi per rispetto alla sacralità del luogo, accadeva che ringraziassero mio padre e porgessero a me qualche soldo che io non raccoglievo ma dirottavo verso il santo indicando il salvadanaio appeso alla parete del corridoio.
Ricordo che a volte alcuni turisti aggiungevano alla mancia prevista per la guida qualche moneta supplementare alla vista dell’immagine di San Silverio.
Nella mia mente di bambino consideravo quel gesto un miracolo e, convinto, non perdevo l’occasione per raccontarlo a mia madre.

Alla vigilia della festa andammo, io e mio padre, a portare la cassettina con tutto il suo contenuto al parroco Dies. L’imponenza di don Luigi che un po’ di soggezione incuteva si sciolse nella carezza che mi fece e nella cordiale chiacchierata con mio padre che, ricordo, gli raccomandò, per accordi presi tra noi, di non rilevare mai il mio nome.
Ci lasciammo con un buffetto sulla guancia e quel sorriso che sembrava celasse sofferenza appesantito com’era dalla forte miopia che aveva.

All’indomani, il 20 giugno, la sorpresa: il santo aveva addosso, oltre alle collane, gli ori, gli ex-voto e l’immancabile pigna d’uva, la mia cassettina di legno grezzo. L’aveva in bella vista legata al pollice della mano destra.
Così fece tutta la processione e sul sagrato della chiesa don Luigi, durante il suo intervento disse alla gente, tra l’altro, che quella cassettina con il suo contenuto era l’offerta di un bambino che era in mezzo a loro ed era l’esempio del grande valore di un piccolo gesto. Fedele alla promessa fatta non rivelò il mio nome.
Io, di fianco a mio padre, avevo il cuore che mi batteva a mille mentre la gente, girandosi intorno, cercava di capire di quale bambino si trattasse.

Di questo episodio non ne ho mai parlato. Lo faccio pubblicamente ora perché fa parte della storia del nostro Patrono e del legame che, secondo le proprie esperienze e credenze, ognuno ha o ha avuto con il santo.
All’episodio è legato anche una curiosità. Qualche anno fa ricordandolo con una vecchia amica, anche lei figlia di farista, anche lei spesso al faro della Guardia con il papà, ho appreso che, complice un altro figlio di farista, quando non c’ero, ogni tanto insieme tentavano di recuperare qualche soldo dalla cassettina… una sottrazione di valore attraverso un piccolo gesto… Ma pare che, per via della stretta fessura, le monetine non uscissero facilmente.
Evidentemente c’era di mezzo la mano di San Silverio.

 

Nota
La foto di copertina è tratta dal blog Frammenti di Ponza di Francesca Iacono

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