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Le acque del Nilo. Il nuovo libro di Arturo Gallia

Segnalato dalla Redazione

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Con la sua autorizzazione proponiamo una lunga e interessante intervista all’autore sugli argomenti del libro, da parte del giornale on line https://www.letture.org/

 “Le acque del Nilo. Dinamiche geostoriche e politiche” di Arturo Gallia – Carocci Editore marzo 2020

 

Prof. Arturo Gallia, Lei è autore del libro Le acque del Nilo. Dinamiche geostoriche e politiche edito da Carocci: di quale importanza storica è il Nilo per l’Egitto?

L’importanza storica del Nilo per l’Egitto è fondamentale, basti pensare alle parole di Erodoto, che definiva l’Egitto dono del Nilo, senza il quale non solo non sarebbe sorta una delle civiltà potamiche più importanti nella storia dell’uomo, ma nemmeno sarebbe stato possibile l’insediamento di regni in epoca medievale e moderna. La sola posizione geopolitica dell’Egitto, a cavallo tra Mar Mediterraneo e Mar Rosso, nonché perno di tre continenti, non sarebbe bastata ai diversi sovrani che vi hanno regnato a rendere prospero questo paese per un periodo così lungo. Infatti, il Nilo ha permesso nel corso del tempo di creare un insediamento per tutta la lunghezza delle sponde del fiume, rendendo fertili distese di deserto altrimenti sterile, proprio grazie al limo trasportato due volte l’anno, per millenni, dalle sue famose inondazioni. Fonte di vita e prosperità, il Nilo è stato per molto tempo anche via di comunicazione alternativa alle più pericolose e lente carovane nel deserto. Esso metteva in comunicazione le regioni minerarie del sud con i centri politici del nord e della costa, favorendo il trasporto di persone, merci e materiali – si pensi ai blocchi delle Piramidi. Il fiume fu anche via di penetrazione verso l’interno, prima per la ricerca delle mitiche sorgenti del Nilo, poi per il controllo militare dei paesi subsahariani.

Come Erodoto, sempre nel corso della storia il Nilo fu ammirato e descritto da viaggiatori, commercianti, politici. Le descrizioni si soffermavano tutte su quanto fosse imponente il fiume e quanto influenzasse la vita degli egiziani. Alla vastità del deserto, si contrapponeva la rigogliosità delle sponde del fiume e della vitalità delle città che vi sorgevano e vi sorgono ancora oggi. Descrizioni esotiche, enfatiche, di un corso d’acqua che attraversa un continente così come ha attraversato millenni e millenni di storia.

In che modo l’incremento demografico e le innovazioni tecnologiche hanno portato le società ripuarie ad uno sfruttamento sempre più ingente delle risorse idriche?
In generale, lo sviluppo economico e lo sviluppo tecnologico, nonché l’aumento del benessere in molte regioni del mondo hanno portato negli ultimi decenni all’incremento delle esigenze individuali e collettive. Sia nei settori economici, che negli ambiti domestici, anche le risorse idriche sono state oggetto di un aumento esponenziale dei consumi, per motivi legati da una parte all’aumento demografico – più persone, maggiore consumo – e dall’altra alla trasformazione delle abitudini quotidiane e ad una maggiore consumo individuale – per l’igiene personale, ad esempio. L’incremento demografico ha portato alla necessità di intensificare la produzione agricola ampliando l’estensione dei terreni coltivati o utilizzando fertilizzanti e concimi, portando conseguentemente, in entrambi i casi, all’aumento del consumo idrico. Questo è stato anche uno degli effetti della generale crescita del benessere, sia a livello collettivo che individuale, come ad esempio per la cura della persona o degli ambienti domestici. Inoltre, lo sviluppo economico ha portato all’insediamento di nuove industrie, che hanno inciso fortemente sul budget idrico.

In questo contesto, i paesi lungo il corso del Nilo hanno registrato nel XX secolo un incremento dello sfruttamento delle risorse idriche. Il protettorato britannico in Egitto e Sudan, lo sviluppo economico dei due paesi e l’incremento della popolazione sono stati tra gli elementi che hanno portato ad un maggiore consumo delle acque del Nilo. L’incremento della produzione agricola, soprattutto in Egitto, ha avuto la conseguenza di aumentare notevolmente il consumo idrico, portando alla necessità di trovare strumenti sempre più efficienti per stoccare quanto più possibile le acque del fiume. Già sotto il governo di Muhammad ‘Ali (1805-1848) si cercarono soluzioni per sbarrare i canali del Delta, senza successo. La soluzione giunse nel 1832 grazie all’intuizione dell’ingegnere francese Maurice-Adolphe Linant de Bellefonds che propose di costruire una serie di sbarramenti lungo il fiume – e non sui canali – poco a nord della città del Cairo. Gli sbarramenti avrebbero rallentato e innalzato il livello del corso principale del Nilo, trattenendo le sue acque, che, nel periodo di maggiore siccità, sarebbero state fatte defluire nei canali del Delta. La sola costruzione di questi sbarramenti – iniziata nel 1843 e conclusa nel 1861 – avrebbe garantito di triplicare la produzione agricola di tutto il Delta, permettendo l’irrigazione dei terreni durante tutto il corso dell’anno e non solo durante le piene.

L’interesse britannico in Egitto, oltre che sul Delta e il Cairo, si concentrò sul medio corso del Nilo. All’altezza della prima cataratta, in prossimità della città di Assuan, fu progettato uno sbarramento (1898). Nel giro di tre anni la diga di Assuan, per l’epoca la più grande al mondo, fu completata. Sebbene fosse il più importante regolatore del flusso di tutto il fiume, essa non era in grado di stoccare sufficiente acqua da un anno all’altro, a causa della continua e sempre più crescente domanda idrica, fondamentale per il settore agricolo in espansione e per i bisogni della popolazione egiziana in costante aumento. In seguito alla realizzazione di quest’opera, gli ingegneri inglesi si resero conto che non sarebbe stato sufficiente compiere una serie di infrastrutture idrauliche in determinati punti del fiume, ma era necessario pianificare e, quindi, realizzare, un vasto progetto idraulico che interessasse il bacino nel suo insieme. La messa a sistema di questi interventi avrebbe dovuto vedere il coinvolgimento di tutti gli stati e fu portato avanti sotto il protettorato britannico, prima, e sotto il governo Nasser, poi, toccando il culmine con la costruzione dell’Alta diga di Assuan (1970).

Quali dispute e conflitti sono sorti tra gli Stati nilotici alla ricerca di una garanzia idrica duratura?
L’incremento delle esigenze idriche, ma anche le questioni geopolitiche coloniali, hanno portato i paesi del Bacino del Nilo maggiormente dipendenti dalle acque del fiume (Egitto, Sudan ed Etiopia) a stipulare accordi per la loro gestione. I primi accordi, redatti nel periodo coloniale, rientravano nella spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee, con un ruolo dominante da parte della Gran Bretagna. L’egemonia europea sul Bacino del Nilo ha garantito de facto un equilibrio lungo tutto il corso del fiume, che si è rotto quando i paesi africani hanno riacquistato la propria indipendenza. Tuttavia, le marcate differenze di sviluppo tra Egitto e Sudan e le questioni interne prioritarie per l’Etiopia hanno nel complesso sempre mitigato le dispute per lo sfruttamento delle risorse del Nilo, senza che sfociassero quasi mai in azioni belliche.

Il primo accordo per la spartizione delle acque del Nilo tra Egitto e Sudan è del 1929, rinnovato trent’anni dopo. L’Etiopia ha di fatto rifiutato la validità di quegli accordi perché estromessa, a suo dire, dalla suddivisione per lo sfruttamento del Nilo. Solo negli ultimi decenni l’Etiopia ha accettato di prendere parte ai tavoli diplomatici per la governance idropolitica del bacino. Infatti, dopo aver risolto i problemi di politica interna – già a partire dalla indipendenza dell’Eritrea (1992) – e grazie agli ingenti investimenti nel settore delle infrastrutture – buona parte di origine cinese – l’Etiopia ha iniziato a promuovere politiche di sviluppo per il paese con la necessità di aver un maggior apporto energetico e idrico, per cui ha dato avvio alla costruzione di alcune dighe lungo il corso del Nilo Azzurro.

Conseguentemente, l’Egitto e il Sudan, a valle rispetto all’Etiopia, hanno sollevato il proprio disaccordo, obbligando quest’ultimo a prendere parte ai tavoli diplomatici per la gestione delle risorse idriche dell’interno Bacino.

Come avviene oggi la gestione dell’acqua in Egitto?
In Egitto l’acqua è considerata un bene nazionale e ne è affidata la gestione ai ministeri per l’agricoltura e per lo sviluppo economico. Il grande regolatore del flusso del fiume, rappresentato dall’Alta diga di Assuan, è vitale per la gestione idrica sia a valle attraverso il controllo delle piene, ma anche a monte, attraverso il grande stoccaggio fornito dal Lago Nasser. L’idropolitica in Egitto ha un peso così elevato che anche la conservazione di beni storico-artistici di valore incalcolabile sono stati messi in secondo piano quando si è dovuto realizzare grandi infrastrutture idrauliche. Per la costruzione della diga di Assuan, ad esempio, il tempio di Philae fu spostato affinché non venisse sommerso, e così anche in tempio di Abu Simbel dovette essere traslato per non essere sommerso dalle acque del Lago Nasser.

La priorità del Governo è quella di aumentare quanto più possibile lo stoccaggio delle riserve idriche, fondamentali per favorire lo sviluppo agricolo e industriale del paese. A tal fine, fu anche proposto il progetto della Nuova Valle del Nilo, attraverso l’allagamento di alcune depressioni nel deserto occidentale a nord del Lago Nasser. Le inondazioni, regolamentate da una stazione di pompaggio – intitolata all’ex Presidente Hosni Mubarak –, avrebbero irrigato migliaia di ettari di deserto, dove sarebbero state impiantate alcune aziende agricole e diverse industrie. L’esosità del progetto, soprattutto in termini economici, e le ricadute con tempi troppi dilatati, hanno fatto sì che il progetto venisse quasi del tutto abbandonato, attraverso una riduzione progressiva dei finanziamenti, dirottati a favore dello sviluppo agricolo delle aree tradizionalmente già coltivate, come il Delta o il Fayoum.

In che modo i megaprogetti realizzati e previsti su tutto il bacino incidono sugli equilibri geopolitici e sociali del Nord-Est africano?
La messa a sistema dei progetti idraulici su tutto il bacino del Nilo ha costretto i paesi ripuari a trovare un equilibrio geopolitico della regione, reso possibile dalla istituzione di enti sovranazionali che avessero come unico fine la corretta gestione delle risorse idriche del fiume. Nel corso degli anni, i paesi sono passati da una gestione locale delle risorse idriche ad una governance globale. In un primo momento, infatti venivano messi in atto accordi bilaterali o multilaterali per la gestione delle acque condivise o per la realizzazione di un’opera idraulica lungo il fiume; successivamente si è passati a considerare il bacino come un unico sistema idraulico e parimenti le politiche di sviluppo idropolitico. Tavoli di concertazione idropolitica sono sorti raccogliendo prima alcuni, poi tutti i paesi nilotici, andando a costituire la Nile Basin Initiative (1999). Essa si pone come una sorta di Parlamento intergovernativo per la gestione di ogni rapporto diplomatico tra gli stati del Bacino. Non è un organo solamente politico, ma anche tecnico, che ha come visione condivisa “il raggiungimento di uno sviluppo socio-economico sostenibile, attraverso una equa utilizzazione delle, e un beneficio dalle, risorse idriche condivise del bacino del Nilo” (McCaffrey, 2001, p. 247).

Una governance di bacino nel nord-est africano è funzionale negli assetti geopolitici di tutta l’Africa, sia nella gestione dei rapporti tra i paesi del continente, sia tra essi e i paesi non africani, soprattutto quelli che stanno penetrando attraverso gli ingenti capitali disponibili, come la Cina, Israele o l’Arabia Saudita. Nei rapporti tra Egitto e Israele, infine, l’acqua ha gestito un ruolo fondamentale per la stipula di accordi di pace, o al contrario per acuire le rivalità. Ad esempio, al termine dei negoziati di pace di Camp Davide del 1978 il Presidente egiziano Sadat propose di definire un progetto per la costruzione di un canale in grado di portare l’acqua del Nilo attraverso il Sinai settentrionale per allacciarsi alla rete idrica nazionali israeliana in prossimità di Gaza e quindi soddisfare le esigenze idriche del Negev. In cambio dell’1% dell’acqua del Nilo a Israele, l’Egitto chiedeva il riconoscimento dello Stato di Palestina e la cessione di Gerusalemme est ai palestinesi. Il progetto del canale, detto Al Salam Canal (Canale della Pace), fu osteggiato dall’opinione pubblica egiziana che si rifiutava di cedere l’acqua del Nilo ad uno stato nemico. Al contempo, l’opinione pubblica israeliana era contraria, perché rifiutava che la disponibilità idrica del suo paese dipendesse da un paese arabo, così come erano contrari anche i governi degli altri paesi arabi che ritenevano inaccettabile che l’Egitto favorisse l’approvvigionamento idrico di Israele. Infine, anche l’Etiopia osteggiava il progetto poiché riteneva che avrebbe potuto subire ulteriori danni per l’acqua ancora sottratta.

Oggi di quel canale rimane un solco arido che da Suez attraversa longitudinalmente il deserto, perdendosi nella sabbia.

 

Arturo Gallia lavora presso il Laboratorio geocartografico “Giuseppe Caraci” del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre, dove è anche docente a contratto dei corsi di GIS e beni culturali e Geografia e Didattica della Geografia. Le sue aree di interesse sono l’idropolitica, la geografia storica, i Sistemi Informativi Geografici (GIS) e le società insulari nel Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni, il volume edito da Carocci Le risorse idriche nell’isola di Ponza (2018).

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