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I rufoli della Caletta

di Silverio Guarino

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Chissà cosa mai ne avrei potuto fare, ma era un rito costante di tutti i giorni, quello di raccogliere i rufoli che si trovavano sugli scogli della Caletta.
“Quando ero piccolo”.

In un certo momento della mattinata dedicata la bagno quotidiano, si risvegliava in me l’animo del cacciatore e di buona lena, mi preparavo alla raccolta dei rufoli.

Avevo con me una piccola barchetta di legno, legata ad uno spago che portavo con una mano, vuota al suo interno, che ben si prestava a rappresentare il vagone dove lasciare la preda raccolta.

Sempre con l’acqua che mi raggiungeva l’ombelico, mi dirigevo sulla destra, dove c’era una specie di scoglio (oggi completamente cementato), pieno di piccoli anfratti e di buchette. Erano questi i posti preferiti dai rufoli ed era proprio lì che riuscivo a raccoglierne la più grande quantità.
I rufoli li trovavo anche sulla sommità di alcuni massi, pieni di erbe marine e di alghe, che venivano in superficie con la bassa marea. Ricoperti di rufoli anche essi.
I rufoli erano di diverse forme e dimensioni, sempre costantemente piccoli, con in comune l’abitante paguroide con le piccole chele e le zampette, sempre pronto a uscire fuori per trascinarsi la conchiglia (Adriano Madonna, aiutami tu… ).
Ma questi rufoli non servivano proprio a niente: c’erano al loro interno le “aragostine”, come dicevamo noi, che cominciavano a muoversi già dentro la barchetta di legno ormai colma, e i più svegli e fortunati di loro riuscivano a farsi scivolare di nuovo nell’acqua.

I rufoli non potevano essere usati come esche perché erano troppo piccoli e perché, allungati in quel modo, non potevano neanche essere sacrificati all’uopo; né tanto meno si poteva pensare di usarli come cibo, perché immangiabili anche al solo pensiero del luogo dove erano stati raccolti (vicino ad alcune fogne che erano a cielo aperto, nelle vicinanze).

Fatto sta che quasi ogni giorno delle estati della mia fanciullezza, ecco che mi ritrovavo lì, nella Caletta, a fare il carico di rufoli.

Puntualmente però, a fine della mattinata balneare, eccomi a rituffarmi nelle acque della Caletta e a rovesciare in mare dalla barchetta-cargo i rufoli catturati, pronti (… ma se po’ campa’ così!) per la cattura del giorno dopo.
Era una manovra che facevo con rigorosa attenzione, perché se qualche rufolo rimaneva nella barchetta era fonte di incresciosi miasmi putrefattivi… e mia nonna non ne voleva proprio sapere, né voleva sentirne l’odore.

… Chissà di me Freud cosa avrebbe mai potuto pensare.

1 commento per I rufoli della Caletta

  • Luisa Guarino

    Li chiamiamo tutti genericamente rufoli, ma trattandosi di mio fratello so benissimo di quali piccoli crostacei parla (Adriano Madonna, aiutami tu…). In realtà dietro la Caletta si trovavano soprattutto paguri più o meno piccoli che si trascinavano dietro la loro casa. Gli altri rufoli (quelli della foto di copertina, per intenderci), lì erano più rari, ma si trovavano in abbondanza dalla Parata in poi. Di solito si andava a raccoglierli all’imbrunire o a sera, e servivano come esca per pescare, dopo averne ‘sfrantummato’ il guscio con una pietra. Un’altra particolarità è che erano, e sono, ottimi da mangiare, semplicemente bolliti, specie quelli più grandi: saporiti e profumati di mare. Hanno inoltre un leggerissimo opercolo che protegge l’ingresso della loro casa, elegante e a microscopici pois all’esterno, madreperlacea all’interno.

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