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5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente (2). L’armonia si è perduta nelle nostre bugie

Proposto da Roberto Landolfi, a cura della Redazione

Abbiamo trovato molto appropriati, per celebrare questa giornata, lo scritto che segue, di Simona Di Guida, insieme a quello pubblicato ieri di Sara Oliviero (leggi qui).
Entrambe le opere si sono classificate prime nella 6° edizione del Premio per le scuole intitolato a
Lucia Mastrodomenico, rispettivamente nella sezione: Liceo Vico (Simona), altre scuole (Sara).
La struggente intensità di questi scritti ci rimandano una nota di speranza per il futuro.

 

L’armonia si è perduta nelle nostre bugie

Quand’ero bambina, quand’ero molto più piccola di come sono adesso, ricordo che andai in gita in montagna; ero davvero molto piccola ed era per me la primissima volta che andavo più in su del… mare. Noi, che viviamo a ridosso del mare, respiriamo ogni giorno una dolce brezza di terra e di sale che ci riscalda interiormente, e respirandola a fondo se ne può sentire la profonda pienezza. Non appesantisce ma riempie, infonde coraggio.
Di quella volta in montagna se chiudo gli occhi e mi fermo a pensare, ancora ricordo l’istante preciso in cui, discesa dall’autobus insieme ai miei compagni di classe, sentii qualcosa di incredibilmente diverso, tenue, come un fruscio sottile: il profumo dell’aria, la sua leggerezza; il suo essere gelida e dolce come in una carezza.

Quando ero bambina il mondo era già nel pieno del suo inquinamento e la crisi ambientale era realtà. Da casa mia c’è una bella vista, e se non si vede il mare – quella è una fortuna che spetta a pochi – si vedono molti tetti di case, tantissimo cielo, e un po’ di lontano orizzonte. Al mattino quando mi sveglio e guardo dalla finestra vedo una tenue e sottile striscia di colore grigiastro, e l’aria è pesante.

Voler diffondere un messaggio molte volte può significare farsene carico, ma quanto si è realmente disposti ad impegnarsi per far sì che il messaggio si trasmetta? Si è perduta l’armonia, e non quella profanata della natura, ma quella del rapporto tra l’uomo e la natura stessa; quelle risorse e quelle ricchezze di cui quotidianamente viene spogliata, mettendo a rischio il futuro di tutti, rappresentano la menzogna e l’ipocrisia di noi esseri umani, che al futuro preferiamo il presente, e che alle ricchezze naturali anteponiamo il benessere. Come in vasi comunicanti alla nostra agiatezza si contrappone il disastro. Inquinamento atmosferico, inquinamento idrico, inquinamento acustico, inquinamento termico, inquinamento magnetico, auto, cellulari, wi-fi, data center per guardare Netflix e Amazon che producono impressionanti valori di CO2, mezzi di uso quotidiano che non rappresentano stati, industrie, o dispotiche volontà, ma ritraggono noi, ogni singolo uomo disinteressato a cedere, a cambiare realmente, rappresentano una finzione che, tra rimorso e trascuratezza, ci volge verso un tragico epilogo. Anzi, la tragicità spesso è accusata di essere falso allarmismo, ma attraverso i disastri si dimostra ogni giorno più vera, reale, palpabile, e devastante.

La nostra città in particolare, Napoli, la nostra terra, è continuamente e sistematicamente vessata; è noto a tutti il veleno di cui sono stati nutriti i campi e i fiumi, il danno irreparabile all’ecosistema che parte dall’Italsider di Bagnoli, passa per il “triangolo della morte” e non si arresta alla “terra dei fuochi”.
Può il luogo idilliaco utilizzato dai romani per confortarsi dalle fatiche della vita essere oggi indicato con epiteti che abbiano nel nome la morte? Un tempo i fuochi erano quelli delle acque termali, delle solfatare, delle meraviglie della terra, oggi sono aria che soffoca e cibo che uccide. E quella boccata d’ossigeno respirata da bambina in montagna, svanisce.
Non si dovrebbe arrivare al disastro per rendersi conto di questo. Può essere stato un libro o un maremoto ad aver risvegliato le coscienze? Non è reale comprensione, è solo paura, timore di farsi ulteriormente del male. Se la terra non avesse iniziato a chiedere il conto dei nostri peccati non si sarebbero levate grida di dolore e, ne sono convinta, perché lo vedo ogni singolo giorno, a nessuno sarebbe importato e ciò che succede sarebbe continuato a succedere.
E ancora vi sono le industrie che inquinano mari, scorie che uccidono ecosistemi, Stati che testano bombe in oceani che credono abbastanza distanti, ma anche la “monnezza” che i nostri stessi conterranei sotterrano come colpe che non possono essere confessate e sulle quali, quando si cammina, ci si scioglie come suole di plastica.
Potrebbero essere una domenica ecologica, un blocco delle auto, un pomposo messaggio politico la soluzione?

Il danno è globale, ma prima ancora locale, e la responsabilità personale. Gli appartenenti tutti, a tutte le società che compongono il mondo, non andrebbero solo sensibilizzati, sarebbe il caso di un’educazione mirata, che parta dal basso, che insegni non solo il valore ma l’importanza della vita perché è alla vita che si nega il suo ruolo quando si inquina e si uccide.

A noi che viviamo nelle città già non è più concesso godere di passeggiate vicino ai corsi di acqua, le risorse e le ricchezze della natura sono già state negate e sono profondamente ammalate. L’armonia si è perduta nelle nostre bugie, in quelle che raccontiamo ogni giorno.

Simona Di Guida (Liceo Vico)

 

 

 

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