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Sfizi di posta

di Rita Bosso

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Non so se sta capitando solo a me: ultimamente i miei “contatti” non si degnano di scrivere, tutt’al più concedono un messaggio vocale; non pretendo una mail, mi accontenterei di uno striminzito whatsapp completo di errori da t9 e di faccine il cui significato nella maggior parte dei casi mi sfugge; gradirei qualcosa di scritto, da sbirciare discretamente e individualmente. Evidentemente chiedo troppo.
Mi consolo tuffandomi in un sito bello già dal logo, curato, interessantissimo: sfizi.di.posta

C’è una cartolina postale del 1931; la “Signora nonna” destinataria o è analfabeta oppure scrive in un impeccabile corsivo, frutto di lungo esercizio e di precisi insegnamenti di calligrafia; nel secondo caso, le prenderà un colpo vedendo come scrive la nipotina Mariuccia. Oggi, Mariuccia verrebbe catalogata come disgrafica, portatrice di un BES (bisogno educativo speciale), i suoi insegnanti dovrebbero sciropparsi qualche metro di relazioni della psicologa, predisporre etti di schede, attivare misure compensative e/o dispensative… vabbè, sto divagando, stanchezza da insegnante a fine anno scolastico.
Veniamo a noi.

La lettera  è spedita da Ponza il 7 aprile 1934; l’isola fa ancora parte della provincia di Napoli, passerà a Littoria a dicembre dello stesso anno. La busta reca il timbro della direzione della colonia confinaria; la lettera (che non ho letto)  ha superato il vaglio della censura, come tutta la corrispondenza in entrata e in uscita dei confinati.
Lo scrivente è, probabilmente, Corrado Bonfantini (1909-1989), confinato.

Corrado Bonfantini

Il corso Principe di Napoli; al centro, dietro l’albero del bastimento, l’oreficeria Regine (oggi pizzeria Ponzese) e il tabacchino D’Atri (oggi libreria Brigantino)

Il corso Principe di Napoli si affolla, in certe ore del giorno.
Corrado Bonfantini sa che non riprenderà in mano i libri di medicina, che ha lasciato per aderire alla lotta antifascista con tutto quel che segue: carcere, confino. Corrado ripensa alla sua bella casa borghese di Novara, al padre socialista, sindaco della città prima dell’avvento del fascismo: già è stata dura fargli digerire l’ingresso nel Partito Comunista d’Italia, prima o poi bisognerà comunicargli l’uscita ma non è cosa che si possa scrivere in una lettera che dovrà passare al vaglio della censura. Camminando, Corrado  incrocia Carlo Fabbri (1905-1944); scambiano appena due parole sotto lo sguardo dei militi, Carlo  è preso da una storia con una ragazza del posto, pensa addirittura di sposarla.
Più avanti, un saluto con un uomo più anziano, distinto, accompagnato da una ragazza bellissima: è Carlo Silvestri (1883-1955), giornalista, socialista, prima amico poi fiero avversario di Mussolini. È venuto a fargli visita la nipote e Luigi Sandolo, giovane e valente avvocato ponzese, se ne è innamorato subito; la sposerà.

Fabbri e Bonfantini si ritrovano nel 1943, impegnati nella fondazione e difesa delle Repubblica partigiana dell’Ossola; Fabbri muore in combattimento.
Bonfantini e Silvestri si ritroveranno invece su fronti opposti nel 1945: uno come partigiano, l’altro come rappresentante della Repubblica di Salò, avviano trattative per concludere in modo non troppo cruento l’uscita di scena di fascisti e tedeschi e la consegna delle armi ai partigiani. La trattativa sarà poi sconfessata dal CNL; “con i fascisti non si tratta”, dirà Sandro Pertini (1986-1990). C’era anche lui, qualche anno prima, sul corso Principe di Napoli.

C’è una cartolina postale di aprile 1943, spedita dal Montenegro; costa 30 centesimi e limita la violenza dell’intervento della censura: è già passata attraverso tante mani, sopporterà anche i polpastrelli del censore e lo priverà della soddisfazione di lacerare una busta. Olga la usa per comunicare  col marito confinato, per dargli notizie dei figli.

Le scale della Dragonara

Nel 1939 la colonia confinaria di Ponza viene chiusa, i confinati vanno a Ventotene.
Il corso Principe di Napoli è meno affollato, più triste, più povero; lo scoppio della guerra fa  peggiorare la situazione.
Nel 1942 l’isola diviene colonia di internamento; arrivano centinaia di slavi  che si sono opposti all’invasione della loro terra da parte dell’Italia. Vivono in condizioni di miseria estrema.
Le donne sono poco meno di un centinaio; molte alloggiano in una casa sulla sommità delle scale della Dragonara. Gli uomini sono oltre 500, per lo più ammassati nei Cameroni. Le condizioni igieniche sono talmente disastrose che le autorità devono autorizzare i bagni di mare alla Caletta.

Un tratto della Via del Confino (dalla app APPonza)

Nel 1942 Genoveffa D’Atri è una bambina che dà una mano alla madre dietro al banco del tabacchino. Imprime nella sua memoria straordinaria volti, situazioni, episodi.
Oggi, io le consegno un ricordo vago, un sentito dire; Genoveffa mi restituisce immagini nitide, fatti precisi.
Nel vano a lato degli ingressi del tabacchino c’era la vetrina del negozio di tuo nonno. Lui era sempre tanto indaffarato, andava e veniva dalla biglietteria Span alla punta del molo, dal cinema su via Corridoio; di tempo per riparare gli orologi non ne aveva. Aveva assunto un giovane internato, gli aveva sistemato il banchetto da orologiaio dietro la vetrina in modo che potesse ricevere luce. Era un giovane molto distinto, che parlava benissimo l’italiano e conosceva tante altre lingue. Cos’altro vuoi sapere? Dei confinati tra il ’42 e il ’43 ti ho già detto: del duca Camerini che veniva a comprare sigarette lunghe e sottili; di Nenni che alloggiava a corso Umberto, di Zaniboni che aveva casa dietro al Comandante anche… cos’altro vuoi sapere?

Un brano da una lettera del duca Luigi Silvestro Camerini- a sinistra il timbro della colonia confinaria

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