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0005-005 2009-07-19_12-33-50 v2-11 5 67 L'approdo romano presso Cala Inferno

I lingotti plumbei di Ventotene

di Silverio Lamonica

 

Una ventina di giorni fa, su questo sito, riportai la notizia del ritrovamento di un’anfora neopunica a Ponza.
Pubblicai l’articolo sulla mia pagina  facebook . Così, grazie ad un amico comune, venni in contatto col dr Michele Stefanile dell’Università degli Studi “L’Orientale” di Napoli ed archeologo subacqueo. Lo studioso mi ha inviato una sua pubblicazione riguardante alcuni reperti subacquei rinvenuti a Ventotene e Ponza, in una prestigiosa rivista scientifica: Archaeologia Maritima Mediterranea – An International Journal on Underwater Archaeology (Giornale Internazionale di Archeologia Subacquea); un estratto dell’articolo è scaricabile sulla pagina dell’autore

Osservazioni_epigrafiche_su_materiali_provenienti_dai_fondali_delle_Isole_Pontine
di Michele Stefanile

Ebbene, la descrizione che il Dr Stefanile fa di quei reperti, ora in bella mostra presso il Museo Archeologico di Ventotene, non può non destare meraviglia.

Innanzitutto, l’attenzione di chi visita il museo di Ventotene viene polarizzata dal maestoso ed enorme dolium che il compianto sindaco di quell’isola, Beniamino Verde, fece sistemare “d’imperio” all’interno dei locali del Castello, ora sede museale. Poiché il reperto dall’enorme mole non entrava dalla porta né da qualsiasi altra apertura, fu indispensabile praticare una breccia nelle poderose mura, che poi il Sindaco fece immediatamente richiudere a regola d’arte. Quindi informò la Soprintendenza Archeologica del Lazio, della presenza del dolium all’interno del Castello, sede museale e comunale.

Sul lato sinistro (guardando la foto) si scorgono delle ancore romane in piombo e sul lato destro delle anfore vinarie tardo repubblicane appartenenti al tipo DR 1b di produzione tirrenica.

Si tratta di reperti recuperati nei primi anni ’80 alla profondità di circa 50 metri, dal relitto di una nave oneraria romana, affondata al largo di Punta dell’Arco, assieme a chiodi di rame e a quattordici lingotti di piombo a sezione semicilindrica, recanti impressi sulla superficie alcuni cartigli con simboli e indicazioni onomastiche relative ai produttori, appartenenti alle “gentes” dei Fiduii, dei Lucretii e degli Utii. Fin qui, la cosa potrebbe lasciare indifferenti tanti visitatori. Però, approfondendo il discorso, ci si accorge che la ricerca archeologica ci fa rivivere un mondo ormai tramontato da oltre due millenni e che è estremamente affascinante andare ad esaminarlo nei dettagli.      

      

Il dolium e altri reperti provenienti dal Relitto di Punta dell’Arco, al Museo Archeologico di Ventotene
( da Stefanile Op. citata )

Cartiglio su lingotto di piombo con iscrizione C. Fiduius C.f
(Museo Archeologico Ventotene – da M. Stefanile op. citata)

Come abbiamo accennato sopra, su ogni lingotto è inciso uno di questi tre nomi: C. Fiduius C. f.  S. Lucretius S. f. (questi due nomi li troviamo incisi entrambi su un lingotto) mentre su altri lingotti troviamo il nome singolo  di C. Utius C. f.

Cartiglio su lingotto di piombo con iscrizione S. Lucretius S. f.
(Museo Archeologico Ventotene – da M. Stefanile Op. cit.)

Dalle ricerche effettuate su altri reperti in altre località, si è potuto stabilire che i suddetti erano produttori di piombo, di origine campana.

 Il piombo era un metallo che si commerciava in lingotti ed era molto richiesto sul mercato, dal momento che veniva impiegato nella produzione delle ancore, in edilizia, ma in misura ancora più massiccia in idraulica per le tubature. Infatti recenti studi hanno dimostrato che l’acqua che bevevano gli antichi romani, conteneva una quantità di piombo 100 volte superiore rispetto a quella che  sgorgava dalla sorgente https://www.focus.it/cultura/storia/piombo-nell-acqua-degli-antichi-romani .
A Pompei, per l’appunto,  si possono ancora ammirare tubazioni in piombo che adducevano l’acqua alle varie domus e ville. L’Abate benedettino di Ponza, ad esempio, su richiesta di Papa Gregorio Magno, nel 590 consegnò all’abate Felice “1500 libbre di piombo che risulta esistere nella stessa isola e che, quando se ne conoscerà la quantità totale, verrà poi imputato nei tuoi conti, in modo che tu stesso veda che se valga la pena di spenderlo utilmente nella fabbrica della stessa isola ”(1) Si trattava in effetti delle tubazioni idriche in piombo di cui erano dotate le ville imperiali di Santa Maria e di Punta della Madonna, sovrastanti le Grotte di Pilato e di alcuni tratti dello stesso acquedotto romano.

Cartiglio su lingotto di piombo  con iscrizione C. Utius C. f.
(Museo Archeologico Ventotene da M. Stefanile Op. cit.)

Ma dove si estraeva il piombo?

A partire dalla fine del Sec. III a. C. e dalla II Guerra Punica, la Repubblica Romana conquistò i territori costieri della Penisola Iberica e nel 197 a. C. istituì le province di Hispania Citerior e Hispania Ulterior. A questo punto, soprattutto dal Latium meridionale e dalla Campania ci fu un afflusso di individui verso queste nuove province, che offrivano nuove fonti di ricchezza sia metallifere che agricole (di questo grande movimento di persone, rilevato già dalle fonti antiche, lo stesso Stefanile si è occupato in un volume del 2017, oggi interamente scaricabile online al seguente link: https://www.academia.edu/36961190/M._Stefanile_Dalla_Campania_alle_Hispaniae._Lemigrazione_dalla_Campania_romana_alle_coste_mediterranee_della_Penisola_Iberica_in_età_tardo-repubblicana_e_proto-imperiale_Università_degli_Studi_di_Napoli_LOrientale_Napoli_2017 .
In particolare, questi lingotti di piombo provenivano dal polo minerario di Carthago Nova (l’odierna Cartagena).

Lingotti di piombo con le iscrizioni C. Fiduius, S. Lucretius e C. Utius si trovano disseminati oltre che a Ventotene, a Cartagena e in varie parti del Mediterraneo Occidentale, come indica la seguente cartina.

Distribuzione dei lingotti di piombo degli Utii, dei Fiduii e dei Lucretii
(Da M. Stefanile, Op. cit.)

Dalla cartina si evince che le navi onerarie che trasportavano questo tipo di materiale, oltre alle anfore e dolii vinari e oleari, seguivano probabilmente la seguente rotta: Carthago Nova – Baleari – Sardinia – Bocche di Bonifacio – Ostia oppure Sardinia – Insulae Pontiae – Minturnae – Neapolis. Altra rotta poteva essere Carthago Nova – Saguntum – Massilia-  Corsica – Ostia .

Logicamente questo traffico si aggiungeva ai numerosi altri, sia da ovest che da est del Mare Nostrum con navi onerarie spinte a vela ed a forza di remi come questa:

Ma in aggiunta ad altre testimonianze (reperti di varia natura disseminati qua e là) ci dicono pure che i membri di queste famiglie erano sparse in varie zone della Campania, del basso Lazio e, naturalmente, a Carthago Nova.

I lingotti di piombo di Ventotene ci svelano quindi l’importanza vitale di quel metallo, anche grazie al quale, i nobili e il ceto mercantile facoltoso dell’antica Roma conducevano una vita colma di agi e di comfort.

Note.

Da: Michele Stefanile – Fiduii, Utii, Lucretii, Saufeii. Osservazioni epigrafiche su materiali provenienti dai fondali delle Isole Pontine in Archaelogia Maritima Mediterranea  11 . 2014

  • G. Massari, S. Lamonica, F. Ferraiuolo – Il Racconto di Ponza, datato e divagato – Roma 2017, pag. 84 (Epistola di Papa Gregorio all’Abate del convento di S. Maria – Ponza.

Con la medesima epistola, Papa Gregorio raccomandava caldamente all’Abate di Ponza di non accogliere, all’interno del convento, donne e ragazzini inferiori ai 12 anni)

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