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Epicrisi 280. Resilienza: una dote isolana?

di Enzo Di Fazio

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In questa parte della stagione è piacevolissimo svegliarsi al mattino con il buongiorno del canto degli uccelli.
Ho la fortuna di avere nel giardino di casa due alberi di ulivo e alcune piante mediterranee, come il mirto e il lentisco che, cresciute spontaneamente e diventate rigogliose, rappresentano un habitat naturale per far sentire gli uccelli a proprio agio. Già intorno alle 4, 4 e mezza, cominciano i merli perennemente in amore di questi tempi; ai merli si associano via via i fringuelli, qualche passero e da alcuni anni le tortore con il collare.
L’altra mattina ho notato una nuova presenza: un uccelletto appoggiato su un ramo dell’ulivo, con una coda lunga più del corpo che sembrava muovesse continuamente per tenersi in equilibrio. Parlandone con un amico mi ha detto che doveva trattarsi di una ballerina bianca, volgarmente chiamata coda zinzera, confermandomi che effettivamente i continui movimenti che fa l’aiutano a tenersi in equilibrio.

Parlando sempre con l’amico che ne capisce un po’ ho appreso che gli uccelli prediligono le prime ore del mattino per fare sfoggio delle proprie doti vocali, non solo per corteggiare, quanto piuttosto per apparire in forma. Nutrendosi durante il giorno, l’alba è il momento in cui sono più deboli, cantare quindi a quell’ora è dimostrare, soprattutto per i maschi, di essere sani e pieni di energie.
Non c’è nulla da fare, ho pensato. La natura sa darci anche lezioni di equilibrio e resilienza.
Nel breve e commovente video proposto domenica scorsa per ricordare Ezio Bosso, l’artista, nel raccontare i momenti che l’hanno ispirato per comporre Following a bird, ci trascina nel suo argomentare allorquando nel perdersi per seguire il volo di un piccolo uccello si mette a pensare come il perdersi, inteso normalmente come fatto negativo, diventa positivo se legato al concetto di imparare a seguire.

Dove voglio arrivare? Semplicemente a dire che nella natura possiamo trovare gli stimoli per reagire agli eventi traumatici e far venir fuori la capacità di riorganizzare positivamente la nostra vita in presenza di difficoltà.

E difficoltà se ne stanno vivendo in questo momento, legato in particolare all’avvio della fase 2 del Covid-19.  Questa capacità di riemergere gli psicologi la chiamano resilienza.
Resilienti sono quelle persone che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino a raggiungere mete importanti
Nelle tragedie collettive la differenza la fanno le resilienze di gruppo. Che significa  solidarietà,  rispetto del prossimo, senso di responsabilità, accantonamento degli egoismi di parte.

Basta pensare alla capacità che hanno avuto i popoli di risollevarsi dopo attentati, guerre, alluvioni, terremoti. Ci sono, è vero, comunità che collassano ma ci sono tanti esempi positivi che ci danno coraggio.

La città di Firenze, pur avendo subito oltre 60 alluvioni dell’Arno nell’ultimo millennio, molte delle quali di intensità assolutamente eccezionale, ha conservato una straordinaria continuità nel tessuto economico, artistico e architettonico. I fattori identitari, la coesione sociale, la comunità di intenti e di valori costituiscono il fondamento essenziale della “comunità resiliente” (fonte Wikipedia)

I coloni di Ponza, i nostri nonni, bisnonni, trisavoli, ne hanno incontrate di difficoltà sull’isola e, come ci insegna la storia, non sono forse riusciti a superarle sempre?

In questo momento c’è molta confusione nel mondo e, nel piccolo, ce n’è anche nella nostra realtà isolana. Le argomentazioni e i commenti che si leggono, nella settimana, tra le pagine del sito lo confermano.
Gli articoli che hanno fatto registrare più contatti e intorno ai quali si è sviluppato un certo dibattito sono stati, come era ovvio immaginarsi, quelli che hanno trattato il problema dell’imminente avvio della stagione estiva e, più in generale, quello del futuro dell’isola.

In abbrivio dalla settimana scorsa, ancora in evidenza la polemica intorno alla chiusura dell’ufficio della Pro Loco. Silverio Lamonica, come se parlasse ad una platea di studenti, cerca di risalire alle norme legislative che regolamentano la nascita e le funzioni di una pro loco sottolineando, per quanto accaduto a Ponza, l’inusualità della decisione, seppure dipesa da giuste motivazioni, e le conseguenze pratiche che ne discendono per l’isola.

A Silverio risponde un autorevole componente del Consiglio di Amministrazione, Tommaso Andreozzi, che chiarisce alcuni aspetti legislativi richiamati da Silverio in merito alla collocazione normativa dell’ufficio, e conferma l’ineluttabilità della sofferta decisione, presa in seguito allo strappo che si è consumato con l’amministrazione comunale.
Pur rammaricandosi, Tommaso è costretto a riconoscere in un passaggio successivo, ricordando l’esempio positivo di sinergie esistenti tra comune e pro loco a proposito del Carnevale di Ronciglione cui ha partecipato, che i problemi della nostra isola dipendono principalmente da noi isolani.
Riporto questa frase perché rafforza quello che, in linea generale, ho detto più sopra parlando di solidarietà di fronte alle situazioni di emergenza. Quella solidarietà cui si riferisce anche Franco De Luca in C’è ancora speranza.

A mio avviso, in uno stato di disagio economico delicato ed unico come quello attuale, la mancanza di collaborazione, di senso di responsabilità, di accantonamento dei particolarismi  rende tutto più difficile.
Ovviamente non ne è fuori l’Amministrazione cui compete la responsabilità di coordinare la vita cittadina e  il cui silenzio, su questa vicenda e su altro, non fa che alimentare le illazioni, aumentare il disorientamento della comunità isolana e rendere un cattivo servigio alla propria immagine, magari… pur avendo ragione.
E non basta a pacificare gli animi l’atto di buona volontà che viene fuori dal video proposto dalla campagna Ponza fever free

Disorientamento, incertezze e interrogativi emergono anche dalla breve intervista rilasciata da Enzo Di Giovanni ad una emittente della nostra provincia.
Giustamente Enzo sottolinea come il momento sia particolarmente delicato dovendosi contemperare due diverse necessità: quella di far ripartire l’economia e quella di evitare la nuova propagazione del virus.
Ci sono ritardi, inefficienze, lungaggini amministrative nella messa a punto dell’erogazione degli aiuti economici, come incertezze nell’adozione di provvedimenti a regolamentare orari, aperture, modalità operative (mi riferisco in particolare al settore nautico e a quello di ristoro ed alberghiero)
Non ci si rende conto che la situazione che stiamo vivendo è unica nel suo genere e che, forse, ai fini delle decisioni da adottare, al di là della pazienza di cui traccia un elogio Pasquale, può essere utile  confrontarsi continuamente e rapportarsi anche a realtà isolane simili.

Pratiche di questo genere possono, come suggerisce Giuseppe Mazzella nel suo articolo, aprire le porte verso forme di turismo alternativo a quello prettamente balneare.
Ne abbiamo parlato spesso su questo sito ma forse oggi tutto quello che è accaduto e le prospettive di un futuro diverso possono spingere ad approfondire le tematiche e pensare concretamente ad un modello di sviluppo alternativo che metta al centro, al di là delle bellezze del territorio, il valore delle tradizioni, il patrimonio delle conoscenze contadine, la valorizzazione della storia, il recupero di alcune forme di artigianato, le ricchezze del mare da esplorare in tempi distanti dal caos estivo, come magicamente scopriamo attraverso il biologo Armando Macali guardando il video del progetto Aquatilis.


Ci sono esempi in Italia di borghi abbandonati che sono rinati grazie all’interesse mostrato da artisti e uomini di cultura (come ricorda Giuseppe Mazzella) ma anche dal ritorno di compaesani (come suggerisce Silverio Guarino).
Certo non è facile. Occorre che si inneschi un circolo virtuoso che parta dalla realizzazione di una grande opera che può essere la riqualificazione del porto borbonico o la creazione del porto a Le Forna, iniziative capaci di creare sviluppo economico e attrazione verso l’isola. Il collegamento con il continente andrebbe potenziato ed ammodernato.

Un segno di possibile cambiamento, piccolo ma importante, c’è già oggi con la proposta, segnalata da Franco Schiano, dell’istituzione di una tratta tra Ponza e Ventotene.
Bisogna cominciare a lavorarci sopra mettendo da parte protagonismi, annunci, interessi di parte e soluzioni facili, coinvolgendo la comunità isolana, i rappresentanti di tutte le categorie operanti sul territorio e le migliori risorse dell’isola, per dar vita alla “questione Ponza”. Su queste pagine saremo felici di ospitare iniziative e proposte.

Fin qui i fatti riguardanti il momento attuale che sta vivendo l’isola, ma non sono mancati i racconti di episodi del passato e il ricordo delle tradizioni.
Così agli inizi della settimana abbiamo riportato, attraverso la Rassegna Stampa, da una lettera di Antonio De Luca, la rievocazione di Maria Picicco, figura storica della Ponza  del confino. De Luca coinvolge nel racconto il nipote Mariano, i cui ricordi risalenti al periodo in cui il padre lavorava a Santo Stefano danno lo spunto a Rita di recuperare, descrivendole, in Oltre le sbarre alcune immagini di quel periodo.

Maria Conte da Padova ci ricorda il rito tradizionale dell’Ascensione della preparazione del catino con l’acqua e le foglie di rose.
Silverio Guarino passa in rassegna la flotta delle navi militari, tra cui il Flegetonte e il Frigido, che negli 50/60 anni,  da cisterne per il trasporto dell’acqua, hanno fatto parte della scenografia del porto per il divertimento dei ragazzi di quell’epoca.

Per il resto, alla stregua di un magazine di tutto rispetto, il sito ha proposto nel corso della settimana tanti altri argomenti interessanti. Ne cito alcuni.
E’ continuato il dibattito su ciò che sta accadendo ne la Repubblica dopo l’acquisizione e  il controllo da parte del gruppo Fca Italy (già Fiat) e l’allontanamento del direttore Claudio Verdelli.
Tano Pirrone ha preso a cuore la vicenda e, grazie alla sua capacità di scandagliare tra le notizie della stampa quotidiana, ci aggiorna sull’abbandono di alcuni giornalisti, sull’arrivo di nuovi, ponendosi interrogativi su quello che potrà fare il fondatore Eugenio Scalfari o una firma di prestigio come quella di Michele Serra.

Sempre Tano, proponendo due articoli de Il Foglio, ci porta nella sfera delle politiche mondiali nell’ambito delle quali la pandemia sta mettendo in discussione tutto: dall’equilibrio delle grandi potenze (Il crepuscolo degli dei), alla crisi dei populismi (I populismi e il Covid).

Nella sezione scientifica segnalo l’articolo di Adriano Madonna sulle possibili relazioni esistenti tra cambiamenti climatici e virus ed agenti patogeni che riemergono in seguito allo scioglimento dei ghiacciai.

Nella sezione letteraria degna di menzione è il nuovo lavoro di Franco Schiano rappresentato dalla pubblicazione della favola La leggenda di Sennone con illustrazione di Publia Cruciani

Nella rubrica cinematografica questa settimana Gianni Sarro ci propone Ettore Scola e le storie che il regista ha raccontato attraverso i suoi film, mettendo sempre in evidenza i lati deboli, umani, malinconici dei suoi personaggi.

Tutt’altra storia, particolare e struggente è invece quella che emerge dalla canzone per la domenica dove ancora Tano Pirrone, attraverso la proposizione di un articolo di Roberto Vecchioni (Del macigno nel cuore), ci fa conoscere la vergogna della censura turca, nell’indifferenza del mondo perbene occidentale, nei confronti di un gruppo musicale, gli Yorum; alcuni suoi membri, condannati da Erdogan al silenzio perché considerati contro il regime, si sono lasciati morire facendo lo sciopero della fame.

Ricorrono in queste letture l’impegno per la libertà e il disagio di vederla continuamente in pericolo. Libertà fa rima con giustizia.
Ieri ricorreva il 28° anniversario della strage di Capaci dove persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e quattro agenti della scorta. Ogni anno, da allora, ripercorriamo quella vicenda e ci poniamo delle domande cui ancora non troviamo risposte. Il sito per ricordarlo propone un lavoro realizzato dagli studenti del Liceo artistico di Latina, un articolo di Roberto Saviano e un ricordo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nella parte finale del video, come segnala anche Luisa Guarino, c’è unbiglietto ove è scritto “Li avete uccisi ma non vi siete accorti che erano semi”. E’ vero, erano semi e occorre continuare a curarli quei semi affinché l’impegno per la giustizia, compagna della libertà, possa sempre essere forte, senza mai abbassare la guardia, contro tutti i tipi di mafie, perché non bisogna mai dimenticare quello che diceva spesso Falcone: “Il successo delle mafie è dovuto al loro essere modelli vincenti per la gente. E lo Stato non ce la farà fin quando non sarà diventato esso stesso un modello vincente”.

Buona domenica e… scusate il ritardo dedicato a chi si aspettava questa epicrisi alle prime luci dell’alba.

1 commento per Epicrisi 280. Resilienza: una dote isolana?

  • Sandro Russo

    Sono rimasto a pensare, dopo aver letto la lunga epicrisi domenicale di Enzo Di Fazio…
    Ho sempre amato Clifford Simak, un autore della ‘cosiddetta’ fantascienza degli anni d’oro (1950 e segg.) [City (Anni senza fine), Destiny Doll (La bambola del destino), Here gather the stars (Qui si raccolgono le stelle)…e tanti altri].
    Simak spesso fa cominciare le sue storie da un grande casolare in pietra tra le colline del Wyoming. Nel casolare o intorno ad esso, seguendo le orme di un procione o alla ricerca di una tana di volpi, con il cane che fiuta le tracce, nell’aria frizzante e un po’ nebbiosa del primo mattino.
    Mi piacciono queste radici solide; riconosco i posti e i loro umori, i gesti semplici, pieni della saggezza nascosta e senza enfasi della gente di campagna (o di mare).
    Ma nelle storie di Simak, dopo un inizio lento e quasi usuale, cominciano presto a comparire segni, minime incongruenze che increspano la superficie a prima vista rassicurante della realtà.
    La scoperta degli indizi e l’aspettativa della sorpresa sono tra i piaceri di questa lettura… Così pian piano il campo si allarga: il casolare [The Big Front Yard (L’aia grande)] diventa una stazione di passaggio per viaggiatori dello spazio-tempo o l’avamposto di una avventura che cominciata tra i boschi si allarga a Giove e ai pianeti esterni; il cane che scodinzolava eccitato durante la battuta di caccia è il capostipite di una razza di cani mutanti, in grado di parlare e più saggia degli uomini, che erediterà la terra. E anche le formiche (come in City) possono riservare sorprese…

    Questo particolare punto di vista, a partire da una vita minimale – in campagna o al mare, ma anche vivendo con attenzione un piccolo giardino – è ricca di implicazioni; attenta alle piccole cose crea formidabili connessioni e inneschi.
    Una chiave, in qualche modo, per avvicinare eventi e problemi più grandi.

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