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Altre epidemie… il colera e l’amore

di Patrizia Montani

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Visto l’uso e l’abuso che si fa della citazione del titolo del libro di Marquez in relazione all’attuale pandemia, godiamoci questo sfizioso e “pestifero” approfondimento che ne fa Patrizia.
S. R.

Nato in Colombia negli anni ’20, Gabriel Garcia Marquez, detto Gabo, aveva spesso sentito parlare di epidemie: la Spagnola prima di tutte, poco anteriore alla sua nascita, ma anche, probabilmente il colera, frequente ai quei tempi a causa delle precarie condizioni igieniche.
Il futuro scrittore si formò da queste narrazioni familiari, talmente vivaci e ricche da sembrare cronache di fatti attuali. E’ noto che tra le opere preferite dello scrittore vi fossero Edipo Re di Sofocle (496 a.C. – 406 a.C.) con la pestilenza inviata dagli dei a Tebe e Diario dell’anno della peste ((A Journal of the Plague Year) di Daniel Defoe, pubblicato nel 1722), dove si racconta della pestilenza di Londra del 1665.

Charles Francois Jalabert. Antigone e suo padre Edipo, lasciano la città di Tebe (1842)

Figurazione della peste d Londra del 1665

Il “realismo magico” tipico della narrazione dello scrittore colombiano, trasforma le epidemie da eventi drammatici a elementi della vita quotidiana, con un tocco ironico, quasi nostalgico, spesso contrappunto alle passioni.

Ne L’amore ai tempi del colera (El amor en los tiempos del cólera; 1985), la malattia lambisce la storia: Fermina Daza e il dottor Juvenal Urbino (che poi diventerà suo marito), si incontrano per un sospetto di colera quando la ragazza ha un semplice mal di pancia, mentre nell’ultima parte del libro Fermina e Florentino Ariza, il ritrovato primo amore – ormai alle soglie della vecchiaia -, contemplano tristemente, dal loro battello che risale e ridiscende senza sosta il fiume Magdalena, la distruzione portata dal colonialismo: la foresta pluviale disboscata, gli animali abbattuti dai cacciatori, i villaggi infestati dal colera.

Soprattutto il colera è talmente entrato nell’immaginario lessico da imporre una poetica diagnosi differenziale tra la malattia stessa e l’amore, come nella preoccupazione che prende la madre di Florentino, Tránsito Ariza alla manifestazione del “mal d’amore” del figlio.

“ (…) Quando Fiorentino Ariza l’aveva vista per la prima volta, sua madre l’aveva scoperto da prima che lui glielo raccontasse, perché aveva perso la parola e l’appetito e passava le notti in bianco a rigirarsi nel letto. Ma quando incominciò ad aspettare la risposta alla sua prima lettera l’ansia gli si complicò con diarree e vomiti verdi, perse il senso dell’orientamento e soffrì di repentini svenimenti, e sua madre si terrorizzò perché il suo stato non assomigliava ai disordini dell’amore ma ai danni del colera. Il padrino di Fiorentino Ariza, un vecchio omeopata che era stato il confidente di Trànsito Ariza fin dai tempi in cui era un’amante nascosta, si allarmò anche lui a prima vista per lo stato del malato, perché aveva il polso debole, il respiro affannoso e i sudori pallidi dei moribondi. Ma l’esame rivelò che non aveva febbre né dolore in nessuna parte e che l’unica cosa concreta che sentiva era il bisogno urgente di morire. Gli bastò un interrogatorio insidioso, prima a lui e poi alla madre, per comprovare una volta di più che i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera. Prescrisse infusi di fiori di tiglio per calmare i nervi e suggerì un cambiamento d’aria per cercare la consolazione a distanza, ma quello cui anelava Fiorentino Ariza era tutto il contrario: godere del suo martirio (…)”.

 

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