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Il meglio dai media (15). Europa anno zero. “Der Spiegel” sull’Italia

di Tano Pirrone

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Europa anno zero
di Tano Pirrone

Dopo “Roma città aperta” (1945) e “Paisà” (1946) Roberto Rossellini deve affrontare un grave lutto, la morte del suo primogenito, Marco Romano. La morte che ha sempre avuto un peso importante nei suoi film gli si para davanti nella sua imponente essenzialità. Più acuto cresce il suo pessimismo, più duro, non scalfibile. Un contrappeso gli viene dal successo di “Paisà” fuori dall’Italia. E dall’estero giungono proposte allettanti. Incrocia queste opportunità con la ricerca di un’interpretazione possibile della crisi di valori della Germania distrutta. La morte del figlio gli suggerirà il film Germania anno zero (1948) con la storia del ragazzo suicida.

Ho rapinato il titolo perché ci sta bene ed ha un senso in uno scritto in cui cerco di comprendere meglio le ragioni delle varie parti, che con varia intensità dialettica (mi si passi il termine), mettono a repentaglio la vita stessa dell’Unione europea. Senza la quale i grandi cetacei che si contendono il potere mondiale (la balena a strisce e stelle americana, la balena rossa cinese e la balena tricolore russa farebbero un boccone delle economie dei paesi europei e delle loro autonomie politiche.
Apparentemente indebolita dall’uscita dell’Inghilterra, di fatto ora può osservarla senza che dal di dentro dell’Unione l’Inghilterra ne rallenti il cammino. La sua storia e il suo destino sono legati all’impero, al Commonwealth (1), col quale i rapporti si sono ulteriormente rinsaldati in seguito alla Brexit.
Escludendo i paesi di ultimo ingresso, a palese vocazione populista e autoritaria, e i paesi del nord (protestantesimo nordico) rimangono i paesi mediterranei (Grecia, Italia, Francia, Spagna e Portogallo) e in mezzo, come in una torta, o forse, meglio, un tavolo verde con una grande stralucente roulette, la Germania.

Della qualità dei rapporti fra la Germania e gli altri paesi mediterranei dipende fondamentalmente la sorta dell’Europa stessa. E in quest’ultimo quadro è preminente per noi comprendere le dinamiche interne alla Germania, per comprendere a cascata qual è la “qualità” del rapporto con l’Italia e quale evoluzione viene intravista per questo rapporto. Da questo scaturisce l’insieme dei rapporti fra tutti gli stati membri. Ci aiuta a capire di più e meglio un editoriale dello “Spiegel”.

Immagine dall’articolo di “Der Spiegel” (Venig 2018 – Photo by Laurent Emmanuel/ AFP)

Dall’articolo si evince che in Germania si ha «un’immagine distorta e fatale dell’Italia», un’immagine che finirà per «fare a pezzi l’Unione europea». È un articolo molto duro nei confronti della classe politica tedesca:
Thomas Fricke, che firma il pezzo, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che – non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”.
E non solo perché «la solita lagna tedesca ha a che fare con la realtà della vita degli italiani quanto i crauti hanno a che vedere con le abitudini alimentari dei tedeschi». A detta dello Spiegel, la lite sull’eventuale partecipazione dei tedeschi agli eurobond «è imbarazzante», perché si preferisce «fantasticare sul fatto che gli italiani avrebbero dovuto risparmiare prima», fantasie che «spiegano la mancanza di zelo da parte della Germania nel far partire al vertice Ue di questa settimana una storica azione di salvataggio».
Ed ecco l’affondo: «L’Europa rischia di sprofondare nel dramma, non perché gli italiani sono fuori strada, ma a causa di una parte predominante della percezione tedesca». E ancora: «Forse è per colpa dei tanti film sulla mafia», scrive il settimanale tedesco ironizzando sui rispettivi stereotipi tra i due Paesi, «forse è solo l’invidia per il fatto che l’Italia ha il clima migliore, il cibo migliore, più sole e il mare».
Secondo Fricke, «se lo Stato italiano in una crisi come questa finisce sotto pressione dal punto di vista finanziario, dipende – se proprio deve dipendere dagli italiani – dal fatto che il Paese ha una quota di vecchi debiti pubblici, ossia dai tempi passati. Solo che questo ha poco a che vedere con la realtà della vita di oggi, ma con una fase di deragliamento degli anni ’80, il che ha a sua volta a che vedere con gli interessi improvvisamente schizzati in alto».
Lo Spiegel fa anche un paragone storico sempre molto scottante per la Germania: «Se noi tedeschi non avessimo avuto all’estero amici tanto cari che nel 1953 ci abbuonarono una parte dei nostri debiti, staremmo ancora oggi con un pesante fardello in mano. E come va a finire quando le persone devono continuare a pagare debiti nati storicamente, la Germania lo ha dimostrato alla fine della Prima guerra mondiale, quando alla fine il sistema si rovesciò, come da anni rischia di succedere anche in Italia».
Inoltre, l’editoriale del settimanale ricorda che «da 30 anni lo Stato italiano spende meno per i suoi cittadini di quello che prende loro, con l’unica eccezione dell’anno della crisi finanziaria mondiale 2009. Questo vuol dire risparmi record, non sperperare». Il giornale cita anche gli investimenti pubblici «tagliati di un terzo dal 2010 al 2015», così come «si sono rimpicciolite le spese per l’istruzione e la pubblica amministrazione».
Insomma: «Dolce vita? Stupidaggini. Gli investimenti pubblici dal 2010 in Italia sono calati del 40%. Un vero e proprio collasso». Questo mentre in Germania, la spesa pubblica «è cresciuta quasi del 20%», ossia «lo Stato spende a testa un quarto di più di quello che spende in Italia. Il che in queste settimane si percepisce dolorosamente».
Una situazione che con l’attuale crisi da pandemia del coronavirus si tramuta «in un dramma incredibile»: «In Italia sono mancati i posti letto e sono morte tante persone che oggi forse potrebbero essere ancora in vita. Non è direttamente colpa dei politici tedeschi, ovvio. Ma sarebbe ben giunto il tempo di smettere con folli lezioncine, e di contribuire a far piazza pulita delle cause del disastro, caro signor Schaeuble (1). O di dire “scusateci” almeno una volta».
E invece «con assoluta serietà» si continua ancora a parlare della «dipendenza da credito» degli italiani, continua lo Spiegel. «Ma anche qui, un piccolo suggerimento fattuale: i debiti privati, commisurati al Pil, in quasi nessun Paese dell’Ue sono così bassi come in Italia».

Infine: «È giunta finalmente l’ora di mettere fine a questo dramma, e magari proprio con gli eurobond, quali simbolo della comunità del destino della quale comunque facciamo parte sin da quando abbiamo una moneta comune», conclude Fricke. «Ancora i tedeschi hanno tempo di raddrizzare la curva dopo le contorte settimane scorse: altrimenti l’Unione europea nel giro di qualche anno non sarà più un’unione. In Italia come in Francia arriveranno al potere delle persone che, come adesso già fanno Donald Trump o Boris Johnson, non hanno nessuna voglia di stare al gioco: quel gioco sul quale la Germania da decenni costruisce il proprio benessere».

Note
(1) – Il Commonwealth delle nazioni o Commonwealth (acronimo CN) è un’organizzazione intergovernativa di 53 Stati indipendenti, tutti accomunati (eccetto il Mozambico e il Ruanda) dalla passata appartenenza all’impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria. La popolazione complessiva degli Stati che vi aderiscono è di oltre due miliardi di persone. La parola Commonwealth deriva dall’unione di common (comune) e wealth (ricchezza), cioè ricchezza comune.

(2) – Già ministro alle Finanze negli anni più caldi dell’eurocrisi

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