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Qualche commento su “L’ile de La Galite” di Achille Vitiello (2)

di Silverio Lamonica

per la prima parte (leggi qui)

Dal 1903 al 1958, quando i galitesi lasciarono definitivamente la loro isola

L’emigrante può contare solo sulle sue forze e capacità

Facciamo un salto indietro. Appena Antonio D’Arco si stabilì a La Galita, vide minacciata la sua permanenza da alcuni cacciatori di frodo, per cui si recò a Napoli, probabilmente nella Regia Prefettura Sabauda (l’Italia era stata unificata da poco) a spiegare i suoi problemi. Però quei funzionari probabilmente non gli fecero terminare ciò che doveva dire e di sicuro in dialetto napoletano, lo congedarono: “Ma nuie nun tenimme tiempe a perdere… vatt’  a ffà na passiata!”  (Non abbiamo tempo da perdere, vattene a spasso)

E Antonio D’Arco, come già aveva saputo affrontare gli altri ostacoli, superò anche questo e chiese asilo al Bey di Tunisi.

Ma un tempo, chi emigrava veniva completamente dimenticato dallo Stato italiano, la cui classe dirigente (una masnada di avidi taccagni, più che di statisti)  a livello parlamentare era tutta impegnata a far quadrare il bilancio del regno sabaudo, con tasse esose, che culminarono in quella del “macinato” del 1868, un vero obbrobrio da cui ne trassero anche un vanto: la lira, come moneta, faceva aggio all’oro! Si, depredando la povera gente che fu costretta ad espatriare in massa, un vero e proprio esodo dalle proporzioni bibliche! Lo abbiamo constatato anche nelle grandi migrazioni verso l’America del Nord e del Sud e in altre parti d’Europa e del mondo: gli italiani si sono sempre arrangiati da soli, da soli hanno trovato lavoro, da soli hanno fatto carriera. Grazie al loro grande spirito di adattamento, si sono sempre  ben inseriti nei vari paesi che li accoglievano, apprendendone la lingua, le abitudini …

Lo stesso accadde coi ponzo-galitesi. Una volta che la Francia istituì il suo protettorato sulla Tunisia, pur mantenendo sempre lo stesso  stile di vita, essi furono assorbiti dalla cultura d’oltralpe: i loro figli a scuola imparavano la nuova lingua: il francese, e nel 1927 presero la nuova nazionalità. Furono sempre fieri della nuova appartenenza, tant’è vero che negli anni ’40 mal sopportarono l’occupazione italiana e alla fine, pur di non seguirli nella fuga dall’isola, si nascosero su per le colline. In maniera elegante diedero agli occupanti dell’Italia fascista in fuga, la stessa risposta che a Napoli il loro antenato Antonio D’Arco ebbe dai “solerti funzionari”:  “Iateve a ffà na passiata!” , ovviamente nel nuovo idioma francese: “Aller faire une promenade!”.


L’occupazione delle truppe italiane nei Balcani e in Tunisia

La fierezza di appartenere alla nuova Patria, la Francia, la dimostrarono pure in occasione della visita dell’ex deportato a La Galite: Bourguiba (anche per questo fatto la Galite è da considerarsi gemella di Ponza e Ventotene: ospitò un futuro Presidente della Repubblica!). Ebbene, in quell’occasione,  di fronte al “cortese” aut aut: o prendete la cittadinanza tunisina o ve ne andate, scelsero – sia pure molto a malincuore – la seconda soluzione. Del resto l’affascinante esperienza di una vita all’insegna della regola fondamentale della parola data che proseguì anche durante il protettorato francese, fu bruscamente interrotta dalla nuova realtà islamica, la quale ha sempre imposto le sue regole in tutti i territori sotto il suo controllo, specie nel passato.

Ma sempre a proposito di emigrazione, bisogna comunque riconoscere che di recente lo Stato italiano ha messo in atto qualche misura per chi si reca all’estero: l’unità di crisi della Farnesina è spesso in allarme per i concittadini che si trovano improvvisamente in difficoltà nelle varie parti del mondo e risolve felicemente tanti casi.  Come pure, da alcune legislature vengono eletti al Parlamento i rappresentanti degli italiani all’estero. Però – per quest’ultimo punto – fatti concreti non ne riscontro, mi sa tanto che si tratta di un provvedimento rivolto ad  assicurare qualche poltrona in più a favore di eventuali “trombati”, cioè di candidati che difficilmente verrebbero eletti.

Gli argomenti trattati

Diciamo che l’agricoltura, ma soprattutto la pesca, sono trattati molto ampiamente ed analiticamente. La fede religiosa, un aspetto molto importante della personalità  degli isolani, è tratteggiata piuttosto di sfuggita, en passant.  L’autore si sofferma sull’abate Bourbonneau che li convinse a diventare francesi e che lanciò per le anziane, la moda della tonaca lunga, che lui abitualmente indossava: la portavano tutte! Mi sarei aspettato anche un resoconto, sia pure conciso, sull’espressione della religiosità di questi nostri concittadini galitesi, prima che arrivasse l’abate, quando nell’isola il ministro del culto era del tutto assente, tant’è vero che il 20 giugno,  a San Silverio, c’era la Signora Scarpati (Sciammereca) a dirigere le funzioni religiose per la festa del Santo Patrono. Manca pure una descrizione della chiesa. “Carenze” giustificabilissime, in quanto il saggio è opera di un vero laico.

Comunque, questo testo è fondamentale – almeno come base – per un approfondimento sociologico, antropologico, psicologico … su una esperienza  umana, difficilmente riscontrabile in altre realtà  nel corso della storia contemporanea.

Conclusione

Oggi la Tunisia non mi sembra più quella di Bourguiba: “La Tunisia dev’essere abitata solo dai tunisini”. “Molta acqua è passata sotto i ponti”. Oggi in Tunisia vivono circa seimila pensionati italiani, se non erro, oltre ad altri 3000 nostri connazionali per motivi di lavoro ed altro (fonte Wikipedia) i quali – oltre a trarre vantaggio col cambio euro- dinaro – rappresentano una preziosa risorsa per l’economia di quel Paese, tant’è vero che le Autorità locali non pretendono che rinuncino alla cittadinanza italiana per quella tunisina e credo che pensionati di altri paesi europei vi soggiornino definitivamente.  Oggi la Tunisia è un paese  molto aperto verso la cultura occidentale.

Io penso che tra qualche anno, quando questa tremenda esperienza del covid19 sarà definitivamente alle nostre spalle, si potrebbe organizzare un convegno a Tunisi o Biserta, coinvolgendo docenti e studenti delle università tunisine, francesi ed italiane, oltre ad esponenti del mondo politico ed economico,  associazioni culturali franco-tunisine ed italo-tunisine, per  dare il via ad un  progetto culturale, al fine di valorizzare l’isola – nel massimo rispetto dell’ambiente – creando in loco un percorso museale che comprenda sia le case dei contadini-pescatori ponzo-galitesi, sia le importanti tombe fenicie e romane, oltre ad altre vestigia ivi presenti, un osservatorio ornitologico,  un centro-studi di ridotte dimensioni, col riassetto degli ex edifici pubblici e scolastici esistenti, ed un minimo di attrezzature compatibili. Magari già adesso le università francesi ed italiane potrebbero prendere i primi contatti con le università tunisine per avviare uno studio approfondito su La Galite, partendo proprio da questo saggio di Achille Vitiello e da altri studi già fatti.


“Cap Serrat e La Galite sullo sfondo” Copyright Wikipedia Commons

Credo che l’attuale governo tunisino vedrebbe di buon occhio l’idea di valorizzare turisticamente l’isola, anche perché si incrementerebbe un turismo di altissima qualità: il turismo prettamente culturale. Ma soprattutto si farebbe di La Galite non tanto un avamposto militare com’è tuttora, bensì un ponte prezioso tra la  cultura occidentale ed araba.

[Qualche commento su “L’ile de La Galite” (2) – fine]

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