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I quattro silenzi… dell’isola (1)

di Pasquale Scarpati

 .

Silenzio antico 
Quando in TV trasmettono immagini riguardanti località che si sono visitate, spesso si telefona agli amici che hanno partecipato alla medesima gita come se quelle immagini avvalorassero l’importanza della gita o della località stessa. È come se ci appartenessero. Le si sentono infatti vicine, anche se sono distanti.
Se invece si abita nella località che in quel momento si vede in TV o al cinema, si telefona lo stesso perché è come se queste appartenessero ad un altro mondo di cui, però, si fa parte.

Così quando passò nei cinema il documentario in bianco e nero su Ponza intitolato “L’isola del silenzio” noi tutti ci precipitammo nella sala per vedere quelle immagini consuete ma che in quel momento sembravano di un altro pianeta. Mi sembra che per assistere alla proiezione non si pagasse nulla. Scorrevano le immagini delle spiagge deserte, dei faraglioni e delle grotte. Le guardavamo come fossero paesaggi furastieri ma nello stesso tempo li sentivamo nostri.

“Papà Vincenzino” si metteva di fianco vicino alla banchina e, come gli uccelli genitori rigurgitano il cibo per nutrire i piccoli chiassosi implumi, così lui tirava fuori dalla sua pancia tutto ciò che aveva. Occhi attenti si sollevavano per seguire con una certa ansia i sacchi che rimanevano sospesi in aria “imbracati” in solide corde. Poi lentamente scendevano fino a toccare il basolato. I sacchi ’i vrenna, ’i granone, ’i patane sollevavano un pulviscolo odoroso. Vocìo di persone, imprecazioni o bestemmie se qualcuno di quei sacchi si era rotto.
Scarrafone e altri li sollevavano, li mettevano in spalla e poi con passo leggero, quasi danzante, li portavano ai negozi prospicienti la Banchina Nuova o li caricavano su qualche furgone più piccolo o un po’ più grande come quello di Ciccillo della “Cantina degli amici” oppure sui camion di Francisc’ ’u lup’ o di Nicola ’a Checca: sapevano di cemento, farina e… nafta.
Da qualche sacco scendeva, leggero, ’nu rivolo ’i farina bianca o crusca marrone. Si andava ad insinuare tra le fessure dei basolati impastandosi nell’olio dell’officina di Maurino o nell’acqua che usciva dal negozio di Maria ’i Sciammereca, dove facevano bella mostra di sé pesci di tutti i tipi e di tutte le dimensioni a seconda delle stagioni. Qualche cassetta, piena, sostava fuori dal negozio, attirando l’attenzione dei passanti. Uno sguardo fugace alla cassetta e alla donna, ben messa, che osservava con occhio attento chiunque passasse.


Lei infatti amava stare seduta fuori il negozio e, ogni qual volta passavo, sentivo su di me il suo occhio vivo, quasi indagatore.
Il marito, Gesuère, aveva aperto una macelleria a Sant’Antonio dove papà mi mandava qualche volta perché diceva che i parenti si dovevano rispettare. Io però, preferivo recarmi alla janca ’i cumpa’ Tatonno sia perché era più vicina a casa mia sia perché entrando mi dava un senso di frescura, sia perché mi era più… simpatico.
Qua o là sul basolato qualche manciata di granone, e a volte, ma più di rado, qualche patata. Dopo un po’, queste tracce di alimenti erano… spariti!

Ad un tratto un rumore sordo annunciava l’arrivo del “compressore”: il fusto di ferro pieno di 200 litri di olio, sospinto velocemente dalle mani dei facchini. Quello sobbalzava un poco sul basolato e spesso piegava a destra o a sinistra. In ambedue i casi non manteneva la direzione voluta per cui o sarebbe andato a sbattere contro il muro oppure avrebbe rischiato di sprofondare nel mare, insinuandosi tra i vuzz’ ormeggiati che si dondolavano pigramente tra corde tese e maleodoranti. Bisognava agire velocemente con le mani, ora a destra ora a sinistra, altrimenti sarebbero stati guai oppure bisognava fermarlo e dargli una sterzata. Questi fusti erano “asettici”. Da essi infatti non filtrava neppure un filo d’olio. Il tappo, anch’esso di ferro, posto in una delle sommità del fusto era talmente sigillato che, per aprirlo, ci voleva un’apposita chiave. Ciò a dimostrazione della “sacralità” del contenuto.

Ben diverse erano “le donzellette”, “le bordolesi”, le mezze botti di vino. Queste, essendo più leggere, venivano sospinte più velocemente con un ritmo ancora più rapido delle mani. Le si accarezzava sulla “pancia” e le mani si susseguivano l’una dietro l’altra. Essendo di legno producevano un rumore più tondo e più caldo. Forse facevano già pregustare il loro contenuto. Dal tappo di sughero compresso, a volte, con una pezza e posto al centro della “pancia” già centellinava qualche goccia cosicché, macchiando la pezza stessa, si poteva intravedere quale fosse il colore del vino.
Giungevano il martedì pomeriggio da Forìo d’Ischia, quando ’u vapore attraccava alle 17 proveniente da Napoli dopo aver toccato le isole partenopee, nell’ordine Procida, Porto d’Ischia, Casamicciola, Forìo d’Ischia (in rada), Santo Stefano (in rada), Ventotene e infine Ponza. Praticamente una mini e bella crociera che a me piaceva molto anche se impiegava ben sette ore!


“Muscardino” in un continuo andirivieni, a volte fino a tarda sera, le trasbordava e le scaricava direttamente sulla Banchina Nuova.

Le “cascette” d’acqua invece, che si fermavano da Ninotto, avevano il “privilegio” di essere portate da carretti o in spalla. Giuseppe i Mamèn’, in mezzo ai remi addossati alle murate d’u vuzz’, rammendava le reti e ogni tanto dava la voce a chi passava.   Così sulla Banchina Nuova si mescolavano oggetti e odori che davano il senso di una vita operosa e attiva tutto l’anno. A casa il perenne odore di umido e in campagna il caldo odore del letame composto da paglia secca misto ai liquami degli uomini e degli animali.

Silenzio incantato
Per noi le spiagge non sembravano e non erano silenziose ma cantavano le lodi del mare e dei suoi frutti. I rufoli si andavano a nascondere e i piccoli granchi correvano sugli scogli. Noi, come giocolieri, ballavamo sugli scogli aguzzi tracciando con le braccia per l’aria strane figure e se qualche volta lo scoglio scivoloso ci tirava qualche brutto scherzo, come rimedio avevamo un po’… d’acqua salata.

A casa mia non era consentito lamentarsi per questo “accidenti”, perché avrei avuto… ’u riést’. Mamma avrebbe detto: “Tu, là non ci dovevi andare!” Per cui bisognava stringere i denti e cercare in qualche modo di nascondere l’accaduto.
Si, amavano le spiagge, i faraglioni e le grotte: erano nostre. Anche quelle più distanti: erano nostre; anche quelle più inaccessibili da raggiungere con i mezzi del tempo: erano nostre.
Si diceva: – Si d’estate vai a Cape Ianch’ te faie tre bagn’: une a gghi’, uno a mare ed uno a veni’. Duie ’i sudore e une a’mmare… Accussì a Fruntone, via terra!” Perché, per molti, l’unico mezzo per raggiungere alcune località costiere e non, era costituito dal “cavallo di San Francesco”. Ma tutte erano nostre, perché le frequentavamo, le usavamo, le accarezzavamo come persone care. Per noi bimbi erano giocattoli o mete deliziose e allettanti, per gli adulti erano punti di riferimento.
Quante volte infatti esse venivano citate per qualsiasi evento, anche per il passaggio dei pesci. Questi ultimi, a volte, ci venivano incontro, andando a stracqua’ sulle spiagge o si facevano pescare nel porto con un’esca da niente e con un amo arrugginito!


Filomena Di  Monaco e Amedeo Guarino
davanti allo storico Bar Tripoli

Lungo corso Carlo Pisacane passavano Ciccariello e Martiello, Silverio ’u matt’ e Gennarino, il dottor Sandolo e Ciuffini, don Mario il farmacista e Nanninella ’i Parabula, Clorinda e Amedeo ’u bbarbiere, i ragazzi “vagabondi” e quelli d’u paricchiàne o lui stesso di persona… E quelli che provenivano dagli Scotti o dai Conti cu’ i ciucce. Passavano anche i vvaccine che venivano condotte al macello. E “i quattro fratelli” cosparsi di bianco perché coperti dalla polvere di calce.
Cumpa’ Ciccillo Zecca proveniva dalla Via Nuova con passo arzillo e, sorridendo, scambiava due chiacchiere con qualche amico, mentre Ninando tornava dalla sortita mattutina ’a coppa ’u summariello dove aveva pescato qualche marmora. C’era chi se ne andava lungo gli scogli armato di specchio e cu’ ’nu lanzatùr.

Si sentiva la voce di qualche donna che cantava che si confondeva con quella di una radio. Si udiva il martello ’i Pataccone e quello ’i Vittorio ’u scarpàr’ insieme allo zigrinìo di una forgia. Il tutto mescolato al profumo di pane fresco della panetteria D’Atri, al profumo languido delle creme ’i mast’Arturo, al profumo di qualche salsa e anche ’a puzza ’i pesce vullùt’.

Ed era tutto un fermento così… ’ncopp’u Curredùr’ come ’ncopp’u Canalòne, ’nfaccia i Scuòtt’ o dint’a Padùra.

A Giancos l’onnipresente rumore del vecchio motore della centrale elettrica, quello dal volano più alto e con i raggi, e dello sbuffo nero là nell’incavo della montagna annerita, riempiva tutta l’aria mentre qualche asino con il suo peso imboccava la salita a gradoni che porta sopra Giancos o svaniva nel buio d’u ruttone ’i Santa Maria. I bastimenti tirati in secco per sempre sulla spiaggia di Santa Maria facevano parte del paesaggio.

’U Ffieno come a i Cuònte e ’ncopp’a Chiana la vita era viva: ognuno indaffarato in una qualche attività. Neppure in campagna vi era silenzio: parlavano le pietre che venivano sistemate ’nd’i parracine o i bidenti che affondavano ritmicamente nel terreno. Si sentiva il vocio nel momento della vendemmia quando le donne tagliavano i succosi chicchi d’uva e gli uomini, in fila indiana, per sentieri scoscesi e sdrucciolevoli si avviavano verso casa portando la cesta colma d’uva sulle spalle, badando dove poggiare i piedi.
Questo era il nostro silenzio!
E nel documentario la chiamavano “L’isola del silenzio”! Nulla di più falso.

Era il silenzio buono, gioioso: quello che opera e fa vivere.

 

[I quattro silenzi… dell’Isola (1) – Continua]

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