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q-67 ss20 ss25 47 Immagini storiche di Ponza Il corallo solitario:  Balanophyllia europea

La lettera d’addio di un anziano morto in una Rsa

Proposto dalla Redazione

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Ne hanno parlato in tanti ma crediamo che questo scritto debba essere fatto conoscere a quante più persone possibili.
Non è la solita necessaria denuncia contro un sistema sanitario che ha mostrato i suoi limiti o contro quel virus che ha portato via i nostri genitori, i loro amici, i loro coetanei.
E’ la testimonianza di un uomo che ha capito di avere pochi giorni, forse poche ore davanti a sé.

Un uomo che ha avuto una vita piena e che ha scelto volontariamente di andare a passare l’ultima sua stagione in una struttura sanitaria, contro il volere delle persone a lui più care.
E’ una persona che vuole però lasciare una sua ultima considerazione sui giorni che sta vivendo e che per lui saranno gli ultimi.
E’ un atto di accusa, però, soprattutto nei confronti di quanti si occupano di queste persone e, umanamente parlando, non ne hanno titolo.

Vale la pena leggerlo perché ci aiuta a capire un po’ meglio quei numeri che ci passano davanti tutte le sere dai telegiornali o dalle conferenze stampa.
Vale la pena riflettere un po’ perché non è vero che sta morendo chi sarebbe morto comunque.
Mediamente quelle morti hanno portato via almeno dieci anni di vita a chi ci ha lasciato e se penso a quei figli e i nipoti dico che dieci anni in più con i genitori o con i nonni sono un pezzo importante di vita.
Buona lettura.

«Addio, in questa prigione dorata non mi è mancato nulla se non le vostre carezze»

Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi, cari miei figli e nipoti (l’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla).
Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età, Elisa mia cara. È l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano.
Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella “prigione”.
Sì, così l’ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi, che parlava di questi posti come di “prigioni dorate”. Allora mi sembrava esagerato e invece mi sono proprio ricreduto.
Sembra infatti che non manchi niente ma non è così… manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “Come stai nonno?”, gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l’attenzione e far dimenticare tutto.
In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano; è sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme.

In 85 anni ne ho viste così tante e come dimenticare la miseria dell’infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta ad ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa.

E poi, il giorno della laurea e della mia prima arringa in tribunale. Quanti “grazie” dovrei dire, un’infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono veramente contare solo in una mano come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l’assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie. Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo.

Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione.

«Se potessi tornare indietro direi a mia figlia di farmi restare a casa»
Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli, perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi?
Una volta quell’uomo delle pulizie mi disse all’orecchio: “Sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violento suo padre, una così con quali occhi può guardare un uomo?”.

Che Dio abbia pietà di lei. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta.

Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, le “prigioni dorate” e quindi, sì, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso. Questo Coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco… l’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro mi intuberanno, o forse no.

La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa.
Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego… non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del Coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del pur minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale.

E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi.

3 commenti per La lettera d’addio di un anziano morto in una Rsa

  • Rinaldo Fiore

    Leggendo la “Lettera d’addio di un anziano morto in una Rsa” non ho potuto trattenere le lacrime perché ho negli occhi e nel cuore le immagini di quell’anziano, come io sono; come se io stesso mi accingessi a scrivere con le ultime forze che mi rimangono, con il mio ultimo respiro. E’ una lettera d’amore per i suoi familiari e per la vita, una lettera d’amore per il mondo, le ultime riflessioni che dona a ciascuno di noi.
    Lui è il nonno di tutti i nipoti del mondo come mio padre per mio figlio che, mentre papà stava male, gli teneva e accarezzava la mano “per farlo guarire”: quanto amore in quelle mani e in quella voce, lo stesso amore che l’anziano nonno diffonde dalla
    Rsa ai suoi familiari che non hanno nemmeno potuto accarezzarlo, e al mondo. Considerazioni che ci devono far riflettere per evitare le “prigioni dorate” ma senz’anima…

    Il mio pianto non è il segno di un decadimento mentale ma il risultato della liberazione dagli affanni ufficiali legato alla pensione e all’età; non più contenuto nella forma ma libero di esprimermi secondo quello che dice l’anima e il cuore.

    Questa lettera simbolicamente si unisce a tutte quelle lettere dei condannati a morte dai tedeschi nell’ultima guerra, come ben ha riportato Tano Pirrone raccontando le ultime parole di “Dario” medico partigiano alla moglie. Come hanno scritto tutte le lettere di questo genere. Le lettere di un medico, di un operaio o di un artigiano… sono tutte simili…

    Per mio conto diffonderò al mondo (New York) la lettera della Rsa perché è di mio padre, dei vostri padri, di tutti i nonni del mondo e deve essere letta e riflettuta.

  • Luisa Guarino

    Non vorrei sembrare cinica ma questa lettera l’ho letta fin dall’inizio per quello che è: il rimpianto di un uomo anziano per aver deciso di propria volontà, dopo la morte della moglie, di non rimanere più a vivere in famiglia (pur contro la volontà di figli e nipoti). Anche per lui la Rsa si è dimostrata ciò che quasi sempre è: una prigione dorata, con personale spesso sgarbato che non chiama neanche gli ospiti per nome, ma con il numero della stanza o del letto che occupano.
    Comunque vorrei sottolineare che si tratta di una scelta, seppure sbagliata. Forse l’anziano poi non ha avuto la forza o il coraggio di tornare sulla propria decisione.
    E purtroppo il Covid-19 ha drammaticamente completato l’opera. Ritengo che questa lettera sia stata strumentalizzata: in questi giorni di emergenza, cuore e coscienza si smuovono per molto meno.

  • Sylvie Morra

    Sono d’accordo con Luisa sulla valutazione negativa di questa lettera; ho provato disagio e devo ammettere anche un po’ di rabbia per diversi motivi:
    – quando tali comportamenti – sia nell’assistenza pubblica che privata – esistono, devono essere denunciati e sempre e solo la famiglia, quando c’è, può farlo. Far finta di niente o chiudere gli occhi è il modo sicuro per far sì che non cambi mai niente. Perché dal punto di vista umano non è ammissibile il non rispetto (o anche peggio) dei nostri anziani; ricordiamoci che dietro questi volti e corpi stanchi ci sono storie di vite; ci sono i loro figli, nipoti e pro-nipoti cioè noi;
    – gli infermieri di queste strutture hanno bisogno e devono poter usufruire di corsi specifici per l’assistenza ai pazienti geriatrici. Non è facile lavorare in questi posti, sia per la mancanza cronica di personale, sia per il peso di stare in contatto con la vecchiaia e la morte in permanenza;
    – una lettera del genere getta una luce negativa su queste strutture coinvolgendo tutti coloro che svolgono il loro lavoro con impegno continuo e in modo coscienzioso;
    – infine non considero una lettera del genere un atto d’amore; sinceramente se fossi la figlia mi sentirei molto male.

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