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Riletture (3). Pluto al consiglio comunale

di Rita Bosso

Pluto

I medici, forti di una conoscenza del territorio e degli abitanti capillare, oltre che di memorie personali e familiari, commentano la rilettura n. 2 con tante precise informazioni. Forniscono le generalità del “signore con la coppola”: Urgentino Feola di Aniello e di Morlè Santina, detto Martiello. Isidoro Feola ricostruisce una rete di relazioni, di generosità, di solidarietà che abbiamo perso definitivamente; Biagio Vitiello – a proposito del lavoro dei Feola-Martiello- ricorda che la sua nonna materna, Lucrezia D’Arco, parlava spesso dei terreni di famiglia a Palmarola; i fratelli di Lucrezia emigrarono a La Galite e diedero avvio alla storia che Biagio sta proponendo in questi giorni sul sito e che stiamo leggendo con grande interesse.
Patrizia – non a caso figlia di medico – precisa che Urgentino era originario di Forna Grande, precisamente di “faccia ‘u Core”
Le  vigne dei ponzesi a Palmarola sono presenti anche nel racconto di Salvatore Sandolo Panzatuosto, pubblicato su questo sito qualche anno fa.

I miei nonni materni, gli Aprea, coltivavano uva a Palmarola e la trasportavano a Le Forna coi gozzi a vela.
A Ponza, fino ad alcuni decenni fa, agricoltura e pesca non erano attività contrapposte, ma complementari; il pescatore era anche contadino e a marzo, quando cominciava la stagione di pesca, consegnava la zappa alla moglie.
Mia madre era incessantemente occupata nella terra. In un territorio così pulito e curato non c’era rischio di incendio o di frana. Sotto ogni terrazzamento c’era un canale di scolo in cui si immetteva l’acqua piovana. Ho trascorso l’infanzia a Le Forna, con i nonni paterni.
A Ponza, all’epoca, non c’era una zolla di terra che non fosse coltivata.
Se avevi una pecora, dovevi fare attenzione che non sconfinasse nel terreno del vicino, coltivato con cura e custodito gelosamente.
Tra un terreno e l’altro spuntava qualche vastaccetto, ne strappavamo i rami per usarli come legna da ardere. A Le Forna le bombole di gas arrivarono nel ’53, la corrente elettrica nel ’58.

Silverio Lamonica commenta la proposta di “museo virtuale” scaturita dalla notizia  del completamento del censimento dei reperti archeologici;  giustamente osserva che un museo virtuale deve includere immagini e video, debba basarsi su un progetto organico. Perché no?

Oggi, scavando nel cascione-archivio di Ponzaracconta, estraggo un memo di cinque anni fa, scritto a più mani e parecchie zampe. Capitò che, mentre alcuni di noi passeggiavano tra la piazza e sant’Antonio, Pluto si aggregò; adeguò la sua andatura alla nostra – o viceversa-, ci ascoltò con pazienza e attenzione fino a quando qualcuno propose: “Pluto, vuliss’ scrivere cocch’osa pure tu?”. Pluto scrollò le orecchie, declinò l’offerta, acconsentì a farci da musa ma pretese uno pseudonimo. Lo chiamammo Titì, come il cane dei confinati ricordato da Sandro Pertini.

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