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Memoriale di Giuseppe Cesarano (4)

di Francesco De Luca

 

 

per la parte terza (leggi qui)

Né è a dire che crescessero le bare, ché anzi il decesso era considerato un avvenimento di eccezione di cui si parlava per un pezzo. A momenti, con l’affermazione del diritto alla vita e alla salvezza, la morte veniva per quella gente cancellata dalle umane avversità.

E tutto questo – non se ne offendano i medici – senza il pauroso corredo e apparato dei così detti ausilii scientifici di cui ha bisogno l’odierna medicina, a base di raggi X, esami chimici e di laboratorio, ricerche ematologiche e micrografiche, elettrocardio ed encefalogrammi, pressioni ed ultrasuoni, tomografia e kimografia, endoscopia, isotopi, di termia, ACTH, penicilline, idrazidi, aerosoli e desossicosteroni, ma specialmente senza il tranquillizzante sgravio di responsabilità offerto al medico e all’infortunato dal prossimo ospedale specializzato, e dal rapido e comodo mezzo di trasporto che va dal motoscafo all’aereo, ma con la sola attenta osservazione clinica e cura, e con l’aiuto di quel buon Dio che Egli invocava al letto dell’infermo allorché questi, con occhio ansioso e lacrimoso, raccomandava al Medico se stesso e i figli. Poiché Egli non si batteva il petto in chiesa, ma non gliene volevano mai i Ministri del Culto, perché non usciva dalla sua bocca una bestemmia, non traspariva sul suo volto atteggiato a dolcezza un qualunque sentimento scorretto, da cui era alieno per indole.
Gli stessi Ministri di Dio, che non lo vedevano a biascicar giaculatorie, gli professavano sommo rispetto e amicizia.

Non è vero forse? Chiedetelo ai sacerdoti che, avendo preso il posto di Quei che furono, conservano memoria di tutto ! Chiedetelo ai figli dei Cittadini di quel tempo, i quali ne han certo sentito le lodi e il rammarico di averlo perduto.
Io vorrei chiamarli tutti a raccolta quei Cittadini. Dove siete mai? Dove sono i tanti amici di cui serbava così profonda memoria e dei quali, nella lunga lista dei quali potemmo consultare, estraggo a sorte e senza preferenze qualche nome soltanto, qua e là, a caso, uno solo su mille. Non dispiaccia agli altri, ai discendenti di coloro dei quali per tirannia di spazio debbo trascurare il nome. Ripeterei l’elenco anagrafico ventennale di Ponza e non è mio compito. Egli li annotò tutti i suoi ammalati. E chi non fu ammalato in tanti anni? E li ritrovo oggi nei registri polverosi, ingialliti e consunti dal tempo e dalla polvere, pronti al sacrificio definitivo della gloria di una fiamma divoratrice che fa giustizia di tutto, ma eloquenti testimoni ancora di ansie e sofferenze da una parte all’altra, di delusioni e vittorie. Ogni nominativo è quivi elencato con quella meticolosità che distingue i medici coscienziosi, ma accompagnato in margine da ogni più affettuosa venerazione, qui giustificando, lì esaltando le virtù o lamentando l’infausto decorso; per tutti spendendo una buona parola, ché tutti gli erano amici, avendo la politica in orrore.

Abbiamo sott’occhio la straziante lettera di Francesco Autieri. Gli scriveva da Napoli partecipandogli l’immatura fine di una sua figlioletta e raccomandandogli un giovane medico in cerca d’impiego.
Partito lui da Ponza il 23 aprile del 1897, il suo lavoro, nel quale aveva durato imperterrito per venti anni, fu diviso fra quattro successori. Nessuno più di questi, nella complessità della diuturna fatica, è in grado di apprezzarne l’alto significato.
AROMATISI Domenico, AUTIERI Francesco; BASILICATA Giuseppe; BUONANNO Giuseppe e Vincenzo; CALIFANO Vincenzo e Salvatore; CALISI Giovanni; CASSESE Andrea; CILIBERTI Federico; CIMINO Filippo; COLONNA Vincenzo e Giosuè; CONTE Pietro, Andrea e Pasquale; Dott. COPPA notaio; cav. Uff. DE LUCA dott. Vincenzo e Francesco Saverio; FARESE dott. Biagio e Giuseppe; GUARINO Luigi; IROLLO Antonio; MATTERA Vito e Raffaele; MAZZELLA Erasmo e Vito Antonio; MIGLIACCIO Silverio; MIGIARRA Salvatore; PARISI Gaspare, Luigi, Pasquale e Raffaele; PIRO Ciro; RISPOLI Biagio; SCOGNAMIGLIO Leopoldo; SCOTTI Pietro; TAGLIAMONTE don Giuseppe; TRICOLI Giuseppe, Luigi e Antonio; TESSITORE Luigi; VITIELLO Silverio, Filippo Biagio, e Andrea… e mille altri.
Dove siete Voi? Dove siete a farmi testimonianza? E poi… MONACO Raffaele Davide e prof. Erasmo e Filippo e Salvatore?

E qui mi vien fatto di ripetere le note che leggo a proposito di un intervento chirurgico:
“… siamo nell’ospedale del Penitenziario. Ospedale? Un androne dove si raccolgono i forzati che non ce la fanno più, senza sala operatoria e senza autoclavi o ebollitori… Occorreva pertanto a un vecchio ergastolano amputare una gamba che va in marciume. Chi fa l’anestesia? E con quale mezzo? E dove? Soccorre soltanto una bottiglia di marsala, di quello buono, che il Dottore ha prelevato dalla sua dispensa privata. Figuratevi! Il marsala ad un ergastolano che da quarant’anni non assaggiava il vinello! Egli l’assaporò a sorsi, lentamente, il ‘dolce licore’ (per un’altra bottiglia si sarebbe fatto tagliare anche l’altra gamba) mentre il Chirurgo espletava i suoi truci preparativi. Giunto a metà della bottiglia l’ergastolano ordinò: “attaccate”, e offrì l’arto deforme di piaghe.
Attorno alla parte sana della gamba, sopra il ginocchio, fu stretto un grosso filo di seta (il laccio classico che porta il nome di Esmarch (9) non era stato ancora inventato), si trasse dall’acqua bollente la lama del lungo amputarte (10) e giù d’un colpo – a far presto – il fatidico giro di vecchia scuola. Si passò quindi a segar l’osso. Il malcapitato chiese allora un sorsetto, che gli fu porto, e l’operazione riprese il suo corso. Si allacciarono i vasi, si suturò, si chiuse tutto in straccetti di tela tratti al bucato e si fasciò con bende di soccorso. L’Amministrazione carceraria non era troppo ricca allora e la garza per anco non era ancora in uso. Al suo posto servivano le sfilacce… (11)
“ Bene ! – chiese il Dottore alla fine – com’ è andata?” L’ergastolano, vero paziente, guardò la bottiglia. “Ma l’altra metà è ben mia?” – rispose.

La notte, nella stessa sala dell’operazione, dove era l’individuo operato, gli infermi tossivano tutti paurosamente e cavernosamente, con un coro di bestemmie in tutti i dialetti. Il Dottore arrivò, nel suo giro notturno, per assicurarsi delle condizioni, specialmente di quello che non aveva più la gamba. “Tossiscono tutti – gli disse l’infermiere, che era anche lui un avanzo di galera – non so più cosa dare!”
“Niente di male – disse il Dottore – dà loro una pallottola di pane e un sorso di acqua fresca”.

L’infermiere rapportava l’indomani che l’effetto delle pillole era stato miracoloso, ma qual sistema avesse usato per confezionale non lo abbiamo saputo.
Questo individuo, a libertà recuperata, rubò al dott. Cesarano un certo patentino medico che gli era stato rilasciato al quinto anno di studi universitari e gli aveva consentito a quell’epoca un limitato esercizio della medicina. Non aveva più valore, ma il nostro infermiere, in possesso di un documento che riteneva preziosissimo e di una certa piccola pratica sanitaria ( il lupo perde il pelo ma non il vizio ) inquadrò pomposamente il patentino in vistosa cornice e, sotto la sua protezione, girò tutta la Sardegna esercitando l’arte dentaria dall’alto di una carrozza, finché non fu pizzicato dai Carabinieri e ricondotto al fresco.

 

Note: 9 – Johannes Fredrich August von Esmarch, chirurgo tedesco che inventò la fascia elastica per l’ ischemizzazione degli arti da amputare, e il laccio elastico per l’emostasi; 10 – strumento per amputare; 11 – insieme di strisce sottili di stoffe.

[Memoriale di Giuseppe Cesarano (parte quarta) – continua]

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