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E venne il giorno in cui riaprirono le librerie

di Luisa Guarino

Oggi è una giornata importante, non solo perché è il 20, che per noi ponzesi è sempre San Silverio, ma perché finalmente sono state riaperte le librerie, almeno da noi nel Lazio e nello specifico a Latina, la città in cui vivo. Come credo tutti sappiano, in un primo tempo l’apertura era stata fissata per lo scorso martedì, 14 aprile, ma gli esercizi non avevano ancora avuto modo di attrezzarsi come si deve alle condizioni imposte dall’emergenza virus, così la data è slittata ad oggi; nel frattempo invece le cartolibrerie avevano già riaperto. So che molte persone hanno commentato con parole ironiche e un sorrisetto di scherno questo passo “in avanti”, ritenuto invece per fortuna da tanti altri estremamente significativo: e io naturalmente sono tra questi ultimi, tanto che quando ho sentito parlare la prima volta dell’ipotesi riapertura mi sono venute le lacrime agli occhi.

Così stamattina, rispondendo a un sincero “stato di necessità” sono tornata dopo circa un mese e mezzo nella mia Feltrinelli, in Piazza del Popolo: l’ultimo libro che avevo acquistato risale al 9 marzo, ed era “Confesso di avere insegnato. Diario di un viandante tra scuola, cinema e teatro” scritto da Giorgio Maulucci, noto e stimato dirigente del Liceo Classico di Latina “Dante Alighieri”. L’opera doveva essere presentata il 4 marzo, e l’evento è stato il primo di una serie interminabile a saltare. Dopo qualche giorno sarebbero arrivate le chiusure generalizzate.

Sono dunque entrata di nuovo in questo tempio della cultura per grandi e piccoli: un luogo in cui ho portato il mio nipotino fin da piccolissimo in passeggino, perché imparasse ad amare i colori, a toccare le copertine, a stupirsi con i giochi, a scoprire tra le pagine. Oggi ci sono tornata ed è stata una riscoperta: un libro, mi sono detta, oggi si deve comprare; è di buon augurio, segna l’inizio di una ripresa, è segnale di ottimismo. Non vorrei sembrare esagerata, ma in pochi minuti ho recuperato il senso di gioia e di rinascita che non ho potuto provare per l’arrivo della primavera, il ritorno dell’ora legale e la festa di Pasqua. E pur non essendolo per niente, mi sono sentita finalmente libera.

Ho cercato di ottimizzare i tempi, in modo da poter lasciare spazio anche agli altri, e sono andata dritta filata verso un punto, dove speravo di trovare il mio libro: almeno quello che avevo adocchiato tanto tempo fa e che sembrava stesse lì ad aspettarmi. Non è un titolo famoso, non è un autore famoso, non è un classico, non è neanche un libro di Sepùlveda. Ma è il mio libro di oggi, hic et nunc, e tale resterà anche se dopo averlo letto dovesse deludermi. Ogni volta che compro un libro ci metto la data, a matita, così se poi voglio darlo via posso cancellare e non restano tracce: però stavolta la data l’ho scritta a penna, perché deve restare come ricordo. Del primo giorno in cui abbiamo sperato di intravedere un futuro.

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