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A casa con un bambino

di Patrizia Montani

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Per quanto si sia bravi nell’organizzare giochi, disegni, balli, conference call con amici e parenti, arriva prima o poi il momento in cui il bambino non ce la fa più: si annoia, vorrebbe uscire, correre, giocare a palla o semplicemente alzare gli occhi su un orizzonte più ampio di quello domestico.

La reazione più frequente del bambino in una situazione difficile è il capriccio, ovvero l’impuntatura su qualcosa con pianto disperato e inconsolabile, etc.
È una trappola tremenda, una specie di corto circuito che interrompe bruscamente le “relazioni diplomatiche” tra le parti e scatena la guerra. Chi si occupa di bambini deve essere pacifista, a tutti i costi. Non è facile, lo so.

Cominciamo a realizzare che quando un bambino si impunta su una cosa – ad esempio vuole un gelato – quasi mai sta dicendo che vuole il gelato. Chiediamoci allora cosa voglia esattamente… compagnia?, attenzione? conforto? mangiare? dormire?
Quando giochiamo con i nostri bambini, quando ci pongono domande difficilissime e soprattutto quando fanno i capricci, facciamolo in modo empatico, cerchiamo di entrare nel loro mondo, non pretendiamo che sia lui ad entrare nel nostro.
Se lo ascoltiamo bene sarà lui stesso ad indicarci la via.
Il suo linguaggio, buffo, metaforico e poetico, che ci travolge di tenerezza, è certo la via più facile, ma non l’unica.

Il mondo del bambino è fatto anche di paure per ciò che non conosce e di angosce profonde che egli non sa esprimere a parole.
Proviamo a parlargli di tutto, anche di morte se se ne presenta l’occasione (ad esempio un lutto in famiglia).
So bene quanto sia intollerabile vedere la tristezza negli occhi di un bambino, ma dobbiamo ricordarci che non è nascondendo le angosce (nostre e dei nostri figli) che li aiutiamo a crescere. La nostra ostinazione a proteggerli potrebbe avere il solo effetto di lasciare il bambino da solo con le proprie paure.

Leggiamogli le favole, leggiamogliele a voce alta, mille volte, come vuole lui, interpretando i personaggi, cambiando le voci, nel modo più espressivo possibile. Rispettiamo il suo silenzio “attivo”, la sua elaborazione della scena che sta immaginando.

Non sono tra quelli che sono sicuri che “andrà tutto bene”, è una frase senza senso, né tra quelli che pensano che una crisi si trasformi sempre in opportunità, però sono sicura che, epidemia o non epidemia, se li cerchiamo, possiamo trovare in noi stessi, universi sconfinati.

Immagine di copertina: Foto Ann in the uk /Shutterstock

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