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Cinque film a memoria

di Nazzareno Tomassini

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Di ritorno da un lungo viaggio nel Mediterraneo, non potevo non entrare anche nel mondo del cinema, di cui sono sempre stato innamorato. Quando ancora non c’era la TV a casa, andavo al cinema (anche da solo, che avevo tre cinema a portata di
mano) due volte a settimana, che significava la visione annua di quasi 90 film.
Moltiplica per almeno 20 anni e arrivo a un totale di 1.800 film!!! Ma come faccio a ricordarmeli tutti?
Oggi sono sceso tra i 20 e i 30 film all’anno, ma sono comunque tanti lo stesso.
Ho buttato giù una pagina e mezza, tanto per rinfrescarmi la memoria.
N. T.

Forse perché di film ne sono stati girati troppi e non possiamo ricordarli tutti; forse perché non sono film di registi noti e con attori famosi; forse perché non sono italiani e magari non tutti li considerano dei capolavori; forse ancora perché sono troppo vecchi e la loro memoria si è perduta casualmente… Chissà? I motivi sono certamente molti e diversi; il risultato è che sono scomparsi dalla nostra memoria film che avremmo volentieri veduto almeno una seconda volta.

Porto cinque esempi: L’uomo che ride (1928), To be or not to be (1942), Il ponte sul fiume Kwai (1957), La ballata del soldato (1960), L’ultimo tango a Parigi (1972).

L’uomo che ride è uno degli ultimi film muti degli anni venti. Il regista francese Paul Leni ha adattato e messo in scena un racconto fantastico di Victor Hugo, ambientato nel 1680; un melodramma assurdo del figlio di un oppositore politico
sfigurato e divenuto un mostro da circo, che si è innamorato di una piccola cieca e che, dopo lunghe peripezie, rivela le sue origini aristocratiche. Trucchi incredibili e immagini magnifiche. Paul Leni, che è anche l’assistente di Lubitsch e altri registi
tedeschi, è uno degli ultimi eredi dell’espressionismo. Invitato a lavorare negli Stati Uniti nel 1927, firmerà ben quattro pellicole prima di morire di setticemia a 44 anni. E a questo Uomo che ride Leni dona una sublime qualità di ombre e di luci. Quanto all’interprete Conrad Veidt, mai più l’attore troverà un ruolo di tale portata (salvo una breve comparsa nel ruolo del nazista Strasser in “Casablanca”).
Il 21 giugno 2002, alle 9 di sera, l’ambasciata francese a Roma fece proiettare il film all’aperto sulla piazza davanti a Palazzo Farnese, accompagnato da un pianoforte dal vivo, e tutti i casuali spettatori uscirono stravolti ma contenti.

To be or not to be (titolo italiano: Vogliamo vivere!) è un film americano diretto da Ernst Lubitsch e realizzato nel 1942 durante la II Guerra Mondiale. La storia, oltre ad essere apertamente antinazista, è un capolavoro di intelligenza che propone una
variazione esilarante dell’opera di Shakespeare. La famosa domanda viene posta già all’inizio del film quando Hitler passeggia da solo per le vie di Varsavia e i passanti stupiti si chiedono: ma è proprio lui? Evidente che no; è solo un attore di secondo piano che prova la credibilità del suo personaggio.
In questo film di Lubitsch, dove una compagnia di attori cerca di aiutare un resistente a smontare un piano dei nazisti, tutto poggia più che mai sulle apparenze ingannatrici. La sede della Gestapo è già il luogo di tutte le messe in scena. Innanzi tutto gli attori che interpretano le SS in modo caricaturale (ma anche vicino alla realtà); poi la scena teatrale dove smascherano un traditore e infine il colpo di scena quando un attore imbroglia gli ufficiali da bravo istrione, proprio perché bisogna giocare il falso per far pensare a quei cretini che è vero.
Il film è sicuramente un’opera impegnata, con le sue immagini di Varsavia bombardata e un vibrante monologo tratto dal Mercante di Venezia, che un attore recita a rischio della propria vita. Ma per Lubitsch il ridicolo che uccide meglio della barbarie.
In conclusione, si può affermare che sul versante cinematografico gli USA avevano vinto la guerra con tre anni di anticipo.

Il ponte sul fume Kway è un film anglo-americano ambientato nel 1943 e narra la storia di un colonnello inglese e dei suoi uomini che, fatti prigionieri dall’esercito giapponese nella giungla birmana, devono obbedire agli ordini del sanguinario
colonnello giapponese e costruire un ponte sul fiume Kway per assicurare i collegamenti tra Bangkok e Rangoon. Questa superproduzione bellica, lungi dal seguire i cliché dei film di guerra americani, fa la radiografia scrupolosa della follia
distruttrice che corrode il cuore degli uomini. Se l’inizio del film lascia pensare ad una opposizione brutalmente manichea tra la flemma britannica e il lato selvaggio dei giapponesi, il seguito smentisce questa impressione, perché alla fine non ci sarà nessuna differenza tra la psicologia dell’ufficiale giapponese e quella del colonnello interpretato magistralmente da Alec Guinness. Tutti e due hanno lo stesso delirio  megalomane, lo stesso istinto di morte. E questo testimonia della personalità del regista David Lean, cineasta efficace e contemplativo allo stesso tempo.

Ballata di un soldato è sicuramente il film più dimenticato, anche se rappresenta al meglio quel momento di grande e libera creatività che il cinema russo visse tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60.
La prima scena si apre con un carrarmato tedesco lanciato all’inseguimento di un soldato russo, che corre terrificato e si sente perduto, ma che lancia un’ultima granata a caso e distruggerà il carro. La censura sovietica avrebbe voluto eliminare questa scena, perché non rappresentava un eroe da glorificare, ma un soldato ordinario.
Il regista Grigori Tchukhrai sarà salvato da Kruschtchev, che gli darà via libera fino alla fine perché al primo segretario del PC sovietico il film era piaciuto. In effetti “La ballata di un soldato” non è un film di guerra, ma il racconto della caotica traiettoria di un giovane che ha ottenuto miracolosamente un permesso per andare a trovare la madre lontana e nel carro bestiame del treno in cui si trova farà la conoscenza di una graziosa fanciulla. Poi non succede più niente; solo due giovani che si guardano; la ragazza che si scioglie i capelli; due braccia nude subito coperte dal cappotto militare; due bocche che si avvicinano. La cosa più esaltante di questo film è proprio il suo erotismo, la manifestazione del desiderio tra due adolescenti, l’elettricità suscitata dal minimo gesto; e tutto questo in un contesto bellico che non avrebbe dovuto permetterlo.
Questo incredibile film troverà posto accanto alle opere della Nouvelle Vague francese e del Free cinema britannico, in un breve momento in cui gli abitanti dell’URSS si sono illusi di ritrovare la libertà di espressione e quando ancora il muro di Berlino non era stato eretto. In conclusione, il film fu un manifesto politico che trovò l’approvazione di 30 milioni di spettatori russi, sicuri di partecipare ad una “rivoluzione sul velluto”.

L’ultimo tango a Parigi è un film italiano ma con attori stranieri e molto probabilmente non è vero che è stato dimenticato e nemmeno che era un  capolavoro… Sicuramente però è stato un film che ha segnato una generazione, che distrusse la giovane Maria Schneider reinventando però Marlon Brando e che  provocò un grosso scandalo, finendo per essere censurato (Bertolucci fu privato dei diritti civili e la corte domandò la distruzione dei negativi… eppure eravamo già negli anni ’70). Tutto questo per la famosa scena della sodomia al burro.
Rivisto molti anni dopo, il film non aveva più la stessa carica di provocazione e appariva per quello che era: una meditazione sulla morte e un cammino verso la disperazione. La fotografia, la musica, il ballo, tutto concorreva a creare un’atmosfera di velenoso
incubo. La leggenda si impadronì del film, spesso in maniera fantasiosa, e molte  storielle avvelenarono questo Ultimo Tango. Basta però rivederlo per capire che si tratta di un’opera molto pensata e controllata e che Bertolucci (all’epoca trentenne) era all’apice della sua arte. La vera sorpresa è là, nella sua pienezza visuale e drammatica.

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