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Memoriale di Giuseppe Cesarano (2)

di Francesco De Luca

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per la prima parte (leggi qui)

Nulla di strano d’altronde per un Sanitario che era munito di dispensa dalla tassa di laurea per punti di merito riportati agli esami (12 agosto 1871) e di certificati laudativi di frequenza biennale al corso di chirurgia e medicina operatoria e di malattie interne, rispettivamente sotto i nomi nientedimeno che di Salvatore Tommasi, patriota, insigne chimico, medico di Cavour; Carlo Gallozzi, padre della chirurgia napoletana; Arnaldo Contani, sommo clinico, maestro di Cardarelli; tutti passati alla Storia e non della sola Arte Sanitaria; Luigi Settembrini, rettore, patriota, letterato.

Salvatore Tommasi, medico patologo, patriota

Cesare De Luca (lo spedizioniere incaricato di ricerca) trovò il giovane Dottore assai perplesso e naturalmente indeciso. Egli, il Dottore, girava Napoli nella carrozza del famoso professore Tarsitani (quello del forcipe) che si faceva da lui aiutare nella pratica ostetrica e gli schiudeva la carriera universitaria in questa disciplina.
Lunga, è vero, era la via da percorrere e retriva era la moglie del Dottore, profondamente – e ben a ragione – provata dalla dolorosa esperienza di Berbenno e Scansano. L’unico figlio rimastole era ancora febbricitante. “Laggiù! Dove? A casa del diavolo?”
E gli altri a far coro: “Ci vuol del coraggio!”
Ma Cesarano un bel giorno si decise. Intascò lo stipendio che Cesare De Luca, uomo di mondo e di affari, gli poneva in mano nella umida Agenzia, giù nel vicoletto di Basso Porto, dietro il Mandracchio, fece fagotto e imbarcò se stesso, figlio febbricitante e moglie lacrimosa sul piroscafo della ‘Manzi’, che affrontò il mare grosso della lunga traversata.
Era il 28 febbraio del 1877 e il tempo non era bello. L’indomani, nella casa di soccorso sulla Parata, dove fu accolto a braccia aperte come un ‘salvatore’, fu un accorrere di gente. E ce n’era bisogno veramente. Da qualche mese i due benemeriti farmacisti, dottori Vincenzo De Luca sindaco, e Biagio Farese, ufficiale postale, in assenza del medico che era fuggito, facevano miracoli per assistere i bisognosi di cure. “Metteteci due sanguisughe… dategli questo purgante… e poi un po’ di chinino, ma poco; un cataplasma di lattuga… e se ce la fate, approfittate del prossimo piroscafo…”

L’anno appresso, nella ricorrenza dello sbarco sullo ‘scoglio coperto di maledizione’ perveniva al dott. Cesarano questo encomio che trascriviamo in parte:

Encomio e dimostrazione di stima.
COMUNE di PONZA n° 284, addì 28 febbraio 1878
Al Sig. Cesarano Giuseppe, medico cerusico, Ponza.
Ricorrendo quest’oggi l’anniversario dell’arrivo della S.V. in questa Isola chiamatovi dalla Rappresentanza Municipale ad esercitare la condotta medico chirurgica, il sottoscritto rendendosi interprete dei voti della popolazione tutta, crederebbe venir meno a uno dei suoi precipui doveri, se lasciasse sfuggire tal occasione senza manifestarle i suoi encomi pel modo lodevole e soddisfacente con cui sin dai primordi dell’assunzione della condotta seppe procacciarsi l’affetto e la fiducia di ogni ceto di persone. Valente in Medicina, in Chirurgia, in Oculistica, in Ostetricia e in ogni singola branca inerente alla professione, solerte nel disimpegno della propria funzione ha dato pruove luminosissime di sapere ed amore al servizio. Tali pregi accoppiati a ottime qualità morali e politiche, pubbliche e private, han fatto sì che lo scrivente facendosi eco fedele dell’opinione pubblica, non per adulazione, da cui ripugna sia come cittadino che come pubblico Funzionario, viene con la presente a dinotarle quanto sopra, unendovi anche quelli dell’Amministrazione ecc. ecc..
Il Sindaco: Fto: De Luca

°°°

E fu così per venti lunghissimi anni, senza un giorno di riposo e di malattia, senza aderire alla pur onesta e legittima nostalgia di ricalcare il suolo della terraferma, non foss’altro che per attendere alle cure di una sua piccola proprietà che passò in mani rapaci, ed allo studio dei figli che crescevano numerosi, e senza farsi incantare dalla fata morgana delle vivaci descrizioni di novità e meraviglie che altri – i concittadini ponzesi, dal Sindaco in giù – a meritato e giusto riposo e ritempra dello spirito solevano fare.
Legittimo era in ciascuno il diritto di andare a riprender fiato, come a purgarsi ‘in più spirabil aure’ procul negotiis, lungi dagli affari, dai pettegolezzi e dalla politica paesana nonché dalle miserie di una contrastata vita quotidiana svolgentesi in piccolo ambiente !
Sì, è vero, una volta o due all’anno, al tempo del passo delle quaglie e delle beccacce – sempre che in giro non vi fossero malati gravi – il dottor Cesarano, adescato dalle voci correnti, si concedeva una mezza giornata di svago.
Vestiva una casacca da cacciatore, come se altro non facesse in vita, e partiva di casa alle undici, dalla storica casa dei Vitiello, lì presso la Torre, in quella casa che conobbe la successione dei Governatori dell’Isola e l’attesa di lord Bentink, quando voleva imporre alla Penisola italiana il re Gioacchino Murat col corteo delle baionette inglesi appostate al Campo presso Le Forna. A piedi, per vie scoscese e sassose, si rendeva appunto a Le Forna, presso l’amico Luigiello del quale gradiva assai volentieri la cara ospitalità, la colazione, il buon vino e l’ora della siesta, ed alle sedici (allora si diceva alle quattro) partiva col cane e un buon fucile belga, volgendo verso punta dell’Incenso. Prima di sera era già di ritorno a casa sua, le tasche piene di trenta o quaranta quaglie o di due grasse beccacce dal becco lungo. Le quaglie si trovavano come le patate.

Ma gli altri giorni ? Gli altri giorni la sveglia suonava alle cinque del mattino. Le buone massaie erano già lì ad attendere, sedute sulla gradinata di accesso alla casa e qualcuna recava il cestino dell’uva o le uova fresche, la gallina o i fichi d’India, perché la donna ponzese, dalle vesti profumate di radici d’iris, è per antica tradizione profondamente e sentitamente grata al suo dottore.
E l’uomo ? L’uomo non mostravasi da meno della sua donna e, in commovente gara ed armonia d’intenti, approfittava di qualche buona occasione per recare al suo dottore il ‘piretto’ del Fieno o del Turco, il grappolo d’uva da tavola (una volta il suo padrone di casa, Filippo Vitiello padre di Biagio, gliene portò uno del peso di ben ‘sette’ chili e mezzo) un bel pesce fresco, l’aragosta … l’espressione insomma di un affetto profondo, misto di devozione e riconoscenza.
Questa era l’armonia di passione che legava l’ Uomo al suo concittadino di elezione, l’Uomo che, esaurite le visite e le consultazioni mattutine, già alle otto del mattino era fra i soldati, su alla Torre, indi alle carceri, poi all’ospedale dei relegati e quindi in giro per le case, arrampicandosi per strade e balze scoscese e dirupate, su e giù per le colline, per viottoli impervi, lui solo conoscendo tutti gli anfratti e le casette, tutt’i tuguri e le grotte scavate nel tufo, e via via trasformate in saluberrime abitazioni.

Incontrando quell’Uomo dall’aria distinta del vero signore, in redingote e mezza tuba, bastone e barbetta bionda, com’era d’uso a quei tempi, la gente lo salutava con rispetto e come un Apostolo lo riceveva in casa facendogli largo. Il suo sguardo, entrando, correva sui pavimenti e le pareti, prima che sugli abitanti. Tutto era candido di calce viva, fin sulle terrazze antistanti, le stalle e le strade di accesso. Il secchio relativo col suo pennello e la provvista di calcina e il fresco odore della recente sbiancatura erano lì a far testimonianza che venivano rispettate rigorosamente, e non per compiacerlo, le regole di igiene da Lui dettate nelle tristi contingenze delle epidemie di ileo-tifo, di colera, di influenza, di morbillo che monna terraferma volta a volta inviava. L’imbiancatura generale a calce viva si era dimostrata la sola veramente pratica, economica ed efficace nella totale assenza di ausilio chimico e degli odierni concetti scientifici a base di polverizzazioni e fumigazioni.

Non dimentichiamo che l’imperversare della epidemia colerica, che nella città di Napoli affiancò Re Umberto al Cardinale Sanfelice nell’opera di soccorso ai colpiti con l’ausilio di mezzi eccezionali, qui, nella nostra derelitta Isola, trovò il dottor Cesarano solo sulla breccia, armato esclusivamente della sua abnegazione e del suo coraggio, virtù che avrebbero rasentata l’incoscienza se non si fossero appoggiate a somma cultura, arte, serenità e buonsenso, e specialmente al più acuto sentimento della propria responsabilità e del dovere.
La sera, le colline si illuminavano a festa per l’incendio dei sacconi di foglia di granoturco sui quali aveva giaciuto l’infermo, misura questa, con l’altra di cui sopra, che riuscì in ogni occasione a infrenare la corsa alla diffusione dei morbi in una località dalla quale era pura follia chiedere e ottenere invio di soccorsi. Né Egli sentì mai il bisogno di chiederne, nel giusto orgoglio che lo rendeva padrone di sé ed alieno da influenze e giudizi di superuomini, atti solo a portar confusione, qui provvedendo all’igiene, là affrontando un parto distocico col rivolgimento e l’applicazione di forcipi e la salvezza di madre e figlio; più in là soccorrendo un polmonitico sbarcato dalla tartana dopo viaggio procelloso; solo, sempre solo, senza infermieri e con la ingenua assistenza di una ‘mammana’ non sempre reperibile. Non v’era ora di giorno o di notte che, con qualunque tempo, piovoso o ventoso (qui il vento è di casa) o sereno e accecante di sole, si arrestasse l’opera sua di soccorso.
L’ammalato non ha ore, ma quelle di notte pesano di più. Né sempre soccorreva il docile asinello. E giù – al fioco lume della lanterna a olio, quella stessa che nottetempo, recata a mano, aveva rischiarata la via sassosa – l’intervento operativo d’urgenza; sotto, al bambino delirante di febbre e convulsioni; dài… a cavar grossi molari doloranti senza l’aiuto di forcipi e di anestetici, attributo dei tempi moderni; coraggio a far traumatologia, a gessare e steccare braccia e gambe fratturate e ricucir ferite; e negli intervalli, far della tisiologia.
E ci domandiamo: andava sempre tutto liscio ?

[Memoriale di Giuseppe Cesarano (seconda parte) – Continua]

 

Nota: tutte le immagini (tranne quella di Giuseppe Cesarano), scelte dalla Redazione, sono prese dal web

1 commento per Memoriale di Giuseppe Cesarano (2)

  • Francesco De Luca

    Non so se dispiace ai lettori ma non posso fare a meno di stendere queste note a margine anche per la seconda puntata del Memoriale.
    Trovo illuminanti certi commenti (le donne ponzesi le cui vesti profumavano di iris) ai quali l’Autore si lascia andare nell’evidenziare la portata umana e professionale del Cesarano.
    La portata umana ossia il valore della sua personalità. Che si incentrava e trovava piena espressione nella professione medica.
    Faccio notare che la professione medica a Ponza gode di enorme prestigio (nessun riferimento, per carità, agli attuali medici, degnissime persone). Tant’è che ‘personaggi vari’, medici operanti sull’isola, hanno goduto di tale prestigio per innalzare le loro fortune politiche ed economiche. Giuseppe Cesarano fu, probabilmente, il creatore di questo ‘mito ponzese’: il medico come uomo di massimo rispetto, ma altri, dopo di lui, ne hanno beneficiato senza averne diritto. Ricordate… negli anni ’80 tre liste elettorali civiche con tre capolista medici?
    L’Autore si è dato il compito di redigere un Memoriale celebrativo e tiene fede all’intento tessendo le lodi sia umane (era un amante cacciatore – godeva del vino del Fieno ‘ il piretto ‘ – qualcuno sa dare informazioni in proposito?), sia professionali. Con una giornata lavorativa così scandita: a – consultazioni di pazienti fin dalle prime ore del giorno; b -alle ore 8 del mattino visita ai militari della Torre; c – indi passava alle carceri; d – poi all’ospedale dei relegati; e – ancora dopo giro per le case del paese.
    A curare, nei vent’anni di impegno, il tifo, il colera, l’influenza, il morbillo. Tutte epidemie che falcidiavano la popolazione e che si importavano da “monna terraferma” (nessun riferimento all’oggi) .

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