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Convivere col Covid-19 si può (e si deve) per arrivare al vaccino

Dalla pagina Fb di Francesco Carta (data odierna): segnalato da Enzo Di Giovanni

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I dati ci dicono che il trend del contagio è avviato a scendere. C’è un alleggerimento diffuso dei ricoveri e soprattutto di quelli delle terapie intensive.
Il distanziamento, la quarantena domiciliare pur interrotta per acquistare cibo, farmaci ed altri prodotti, stanno funzionando.
A ciò si aggiunga che i positivi sono trattati in isolamento domiciliare con terapia di idrossiclorochina (Plaquenil) e antiretrovirali.
L’incremento giornaliero dei contagiati si riduce molto. Nel Lazio il 12 aprile c’è un incremento di +122 di casi totali, l’11 aprile era + 142, il 10 era + 154.

In Italia molto probabilmente il numero dei contagiati e decisamente sottostimato. Ciò spiega l’alta letalità (rapporto contagiati-deceduti) calcolata in Italia (12%) con le percentuali maggiori in Lombardia con quelle minori di Germania, Austria, Norvegia, Irlanda e Australia e una letalità media dell’1-2 per cento riscontrata negli Stati Uniti, in Danimarca, Belgio e Portogallo. Per spiegare quel 12% tutto italiano sono state ipotizzate molte cause tra cui la popolazione più vecchia d’età, la percentuale di fumatori, l’inquinamento atmosferico, minore disponibilità di posti letto delle terapie intensive.

Ci sono aree industriali in Europa altrettanto compromesse rispetto all’inquinamento ed è la popolazione giapponese quella più vecchia al mondo. Quanto ai fumatori la media italiana è del 23 % mentre quella europea è del 29%.

C’è un modello che potrebbe dimostrare in maniera inequivoca il rapporto contagiati/deceduti: la nave da crociera “Diamond Princess”, ormeggiata a fine febbraio nel porto di Yokohama, in Giappone. Bene, delle 3.711 persone a bordo della nave, 705 sono risultate positive al tampone e 7 sono decedute, dunque un morto ogni cento contagiati.
Questa è la dimensione che ci consegna la nave che possiamo considerare un campione definito e sicuro sul quale calcolare il rapporto contagiati/deceduti. Se le cose stanno così hanno ragione i dodici studiosi (CNR, INGV, Università Federico II di Napoli e Università di Zurigo) che stanno cercando di dimostrare quanto l’area dei contagiati e di gran lunga superiore a quella che viene stimata ufficialmente sulla base dei ricoverati e dei positivi riscontati.
L’Imperial College di Londra attribuisce al nostro Paese un’infezione diffusa pari al 9,8 per cento medio (in una forchetta larga, compresa tra il 3,2 e il 26 per cento). Il dato medio corrisponde a poco più di sei milioni di italiani.

Questa cifra non è sufficiente per raggiungere “l’immunità di gregge”. Ora occorre realizzare il vaccino, avviare una mappatura per meglio definire l’area numerica di contagio del virus, continuare ad individuare i positivi e trattarli, aspettare l’estate e vedere come si comporta il virus.
Con questa situazione dobbiamo convivere, non abbiamo altra scelta e riprendere il lavoro con opportune cautele. Una quarantina di aziende di tutto il mondo, cinesi, europee, americane e israeliane, stanno lavorando non solo sui vaccini, ma anche sullo sviluppo di farmaci specifici e c’è molta collaborazione tra gli studiosi.
Certo le aziende più grandi sanno che chi arriva prima guadagnerà più alte fette di mercato ma ciò non mina la straordinaria collaborazione che si è creata.
In Italia una società biotech attiva nel campo dell’oncologia (Takis), già ai primi di gennaio è partita nel mettere a punto il vaccino.
I tempi saranno veloci, pensano già alla sperimentazione sull’uomo in autunno e alla vaccinazione a gennaio/febbraio del prossimo anno. Se sarà così, avremmo decisamente svoltato.
Nella provincia di Latina i dati epidemiologici non sono sostanzialmente variati. Al Dono Svizzero e a Malattie Infettive di Gaeta non ci sono stati contagi. Nel reparto di Rianimazione non ci sono pazienti contagiati.

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