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L’isola che abbiamo dimenticato: la Galite (3)

di Biagio Vitiello

 

per la seconda parte (leggi qui)

dal libro L’ile de la Galite di Achille Vitiello (terza parte)

 

Il battesimo dei luoghi principali – La scelta del re

Quando i primi corallari e Antonio d’Arco arrivarono a La Galite, ai luoghi salienti misero gli stessi nomi di Ponza: A Uardia = La Guardia, U Ciglio  = La Cresta, Ponta Madonna = Punta della Madonna, U Cavaliere = Il Cavaliere, Pont’ i punent = Punta di Ponente, Maistrale = Maestrale, Cala Abbrile = Rada Riparata, Lvante = Levante, Pont’ i Cane  = Punta dei Cani, Pont’ i Scirocche = Punta di Scirocco, U Ccarburat  =  ?  . Questi nomi sono stati successivamente arabizzati:  U Ciglio è diventato  Oudjll.  Prima di La Galite,  i tunisini la chiamavano Djebel Mas (Montagna delle Capre); gli italiani Isola di La Galita e  galitesi gli abitanti. Con l’indipendenza della Tunisia, data la situazione, la chiamarono Jalta.  

Molto tempo prima che Antonio D’Arco si stabilisse a La Galite, quando i corallari vi si recavano a fare la stagione (di pesca) li ingoiava una baia ad est della rada, sotto la Montagna della Guardia. La barca a mollo in quell’insenatura poteva rifornirsi di acqua dolce e i corallari vi costruirono delle baracche. Nel corso di un inverno, probabilmente in seguito a un terremoto,  una parte della Guardia crollò riempiendo quell’insenatura. Il luogo è diventato U Scarubbate, un ghiaione di roccia e terra con delle sorgenti…

 

Torniamo a Silverio Mazzella a La Calle. Esercita la pesca al corallo, i suoi figli – cresciuti – alcuni lavorano con lui, mentre altri si sono imbarcati su barche napoletane. L’anziano Vincenzo Mazzella è un gran lavoratore e un pescatore molto abile e intelligente, per cui gli fu affibbiato il soprannome A Vorpe (La Volpe). Da piccolo s’imbarcò come mozzo su un bastimento di Resina, un piccolo porto di pescatori lungo la costa napoletana. Gli abitanti di Resina, i Resenari, hanno un po’ la fama di maghi e la gente dell’epoca ci credeva veramente!  Su quelle barche, come su tutti i battelli del mondo, fare il mozzo è la cosa peggiore al mondo, svolgono le faccende peggiori: devono aiutare i cuochi, lavare i piatti, servire tutto l’equipaggio e partecipare  alla pesca. I corallari calano le nasse a pesci per nutrirsi. Il mozzo deve pulire i pesci ed è l’ultimo a servirsi dalla pentola. Un giorno nelle nasse prendono una seppia e quel Vincenzo Mazzella, mio bisnonno, mangia quella seppia cruda perché sa che, una volta cotta, non ne avrà che un sol boccone. All’ora di pranzo il padrone si mette a frugare nella pentola  alla ricerca della seppia, ma non c’è più. Quindi, si appoggia lungo il bordo, riempie un secchio d’acqua e dice all’equipaggio:

  • Sentite, chi ha mangiato la seppia?

Il mio bisnonno racconterà che si videro nel  secchio i tentacoli della seppia che gli uscivano dalla bocca. Dirà che ebbe tanta paura e giurò che non avrebbe più fatto una cattiva azione. Infatti quell’uomo sarà sempre giusto, rispettoso e rispettato.

Invece, uno dei suoi fratelli, Emilio, era il re dei fannulloni. Fuggiva sempre per non lavorare. Così conobbe tutto l’entroterra algerino e tunisino. Segava il remo pur di non remare. A pesca, con suo fratello Vincenzo, non remava con forza. Un giorno Vincenzo gli disse:

  • Emilio, rema!
  • Allora vuoi che rompa lo scalmo!
  • Scassalo, una buona volta per tutte!

Emilio lo forza a fatica e lo scalmo si rompe. Per punirlo, Vincenzo lo lascia su uno scoglio al largo per ventiquattr’ore, senza bere e mangiare.


Antonio D’Arco, detto Germanese, con una seppia

Quando Silverio Mazzella, o uno dei suoi figli, va a pescare a La Galita, Antonio D’Arco gli regala frutta, legumi, carne, perché sono originari della stessa isola. Alla vista di quell’abbondanza, quale souvenir della loro isola natale, Silverio Mazzella, Marianna a Rossa e figli, partono anche loro per vivere a La Galita. Si stabiliscono  in cima al canale di Mansur, sulla destra del luogo in cui risiede Antonio D’Arco. Pure là c’è una sorgente, anche se meno importante della Funtana ‘i Meliozza. Silverio Mazzella ha una barca da pesca con la quale va a coralli e, una volta l’anno, li va a vendere a La Calle o a Tabarca. Tutte le sere tira a secco la barca sulla spiaggia, perché di notte le barche all’ancora non sono sicure.  Ci sono spesso venti termici che infuriano da tutte le direzioni. Tali abitudini si mantennero fino al 1958, l’anno in cui partimmo. Silverio Mazzella si affrettò a dissodare la terra perché, come ho già detto,  senza terreno non è possibile vivere tutto l’anno sull’isola.

La famiglia Gross o il ratto delle ragazze

Siamo intorno al 1870-75 quando Silverio Mazzella dimorava ancora a La Calle. Arrivò uno spagnolo dalla regione di Siviglia, si chiamava Juan Cross e sua moglie Carmen. Avevano quattro figli: Maria Antonia che dopo diventerà la mia bisnonna, Carmen, Bastiani e Giamino. Sarebbero partiti dalla Spagna per una storia d’onore. Juan Cross diventa molto amico di Silverio Mazzella, quando quest’ultimo si stabilisce definitivamente a La Galita. Lo seguì lì con la sua famiglia.


L’ultimo matrimonio a La Galite, Michele Vitiello e la sua sposa

Per chiarire  il seguito della storia, è bene che io illustri un’usanza legata al matrimonio allora in voga in tutti i paesi meridionali del Mediterraneo, e in particolare a La Galite. Quando due giovani si piacciono molto e le famiglie son d’accordo, non c’è alcun problema.  Il matrimonio è una festa che dura più giorni, durante i quali si mangia, si beve, si balla e si canta. Ma quando una famiglia non è affatto d’accordo, la storia cambia. Se è la famiglia del ragazzo ad opporsi, la cosa non è troppo grave. Se si sente “uomo”, sposa la ragazza senza l’accordo dei genitori e, in genere, con la nascita del primo bambino tutto s’aggiusta.

Se è la famiglia della ragazza  a non essere d’accordo la faccenda è più seria. Per arrivare al matrimonio, è necessario che il ragazzo rapisca la ragazza, diciamo con la forza, perché in genere – per l’onore – la ragazza è d’accordo. Anche la madre della ragazza ci mette del suo, perché spesso quest’usanza avviene per rendere più economico un matrimonio, che costa molto.  Il ragazzo va a letto con la ragazza; il giorno dopo la mamma fa uno scandalo. Lei getta tutta la roba di sua figlia fuori casa e, per l’onore delle due famiglie, tutto finisce passando per lo Stato Civile, senza festa.
Nel caso in cui il ragazzo cambia idea, dopo aver passato la notte con la ragazza, la faccenda termina a colpi di fucile o di coltello. A La Galite tutto questo è accaduto per un matrimonio. Tutto questo per arrivare a  Giamino, figlio di Juan Cross,  che rapisce Liberina, figlia di Silverio Mazzella. Per lavare quell’onta, Vincenzo Mazzella, fratello di Liberina, rapisce Maria Antonia, sorella di Giamino. Questi ultimi diventeranno i miei bisnonni e faranno nascere Angela Mazzella, mia nonna.


I miei nonni con me e mia sorella

Juan Cross e la sua famiglia non resteranno a lungo a La Galite. Verso il 1900 partono per stabilirsi a Biserta. Mia nonna non ricorderà molto dei suoi nonni spagnoli, soltanto di un uomo e  una donna che indossavano costumi spagnoli nei giorni di festa: che lui suonava la chitarra e cantava, mentre  lei  in abito lungo danzava suonando le nacchere.

 

 

[L’ile de la Galite (terza parte) – continua]

 

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