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Il mio mare. Le isole (1)

di Nazzareno Tomassini

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Ero nato a Roma, a 25 km dal mare, e il mare non poteva non far parte delle mie esperienze di vita. Solo che per molti anni (a partire dagli anni ’50) mi dovetti accontentare della grigia spiaggia di Ostia, ostaggio di famelici ed invadenti stabilimenti balneari, e il panorama non era certo dei migliori.

Avendo però dei genitori marchigiani, d’estate provai anche le spiagge di Fano, accessibili senza dover forzatamente pagare un biglietto d’ingresso e disponibili in due versioni: con la sabbia chiara già più accogliente e con i sassi bianchi (spiaggia che non a caso era chiamata La Sassonia). La spiaggia fanese a me piccolino piaceva di più anche perché potevo avanzare verso il largo senza che l’acqua superasse l’ombelico e, non sapendo ancora nuotare, questo mi metteva a mio agio. Ricordo che per i miei genitori il mare non faceva parte delle loro abitudini; anzi non era proprio nella loro natura. Fatto sta che mia madre non entrò mai in acqua e mio padre ci mise solo i piedi; da qui la necessità di arrangiarmi da solo.
Per anni il mare fu questo, ma quando per la prima volta misi piede su un’isola, la mia reazione fu immediata ed esclamai: questo si che è il mare!

La prima isola che visitai fu ovviamente Capri, ma ero con i miei genitori e dunque l’unico approccio con l’acqua fu la tradizionale gita in barca per visitare la famosa Grotta Azzurra.
E dunque la prima vera visita di un’isola tirrenica avvenne per caso a Vulcano, l’isola delle Eolie più vicina a Lipari, viaggio offertomi da mio padre per festeggiare la maturità classica. Ho però pochi ricordi: che fummo svegliati alle sei del mattino sulla nave partita da Napoli perché non potevamo mancare lo spettacolo di Stromboli che eruttava; che venimmo alloggiati in una sorta di ostello per giovani con un bel cortile fiorito; che l’acqua della spiaggia più vicina era sempre calda; che c’era la possibilità di fare ogni tanto qualche giro in barca per tuffarsi in mare aperto. Più nitido è restato però il ricordo di quando salii sul Grande Cratere (poco meno di 400 m d’altezza), probabilmente perché, non essendomi messo le scarpe, gli infradito non proteggevano bene i piedi dalle pietre calde che si incontravano lungo il sentiero e ogni tanto dovevo fare un salto per non scottarmi.

Era il 1963 quando scoprii un’analoga offerta conveniente, dedicata a giovani studenti, per passare una settimana di vacanza al mare. E fu così che sbarcai all’isola di Ponza, ospite del “Centro Internazionale di Cultura Mediterranea a La Torre”. Così trovo ancora scritto nei miei vecchi appunti, ma cosa fosse questo centro non ricordo. So solo che dormivamo nelle aule di una scuola trasformata in albergo, dove i banchi erano stati sostituiti da semplici brande. Alla mattina, dopo aver fatto colazione, si trattava soltanto di scegliere in quale tratto della costa conveniva scendere. Purtroppo non fu quasi mai la affascinante spiaggia di Chiaia di Luna perché lontana per noi e troppo difficile da raggiungere

La cosa curiosa è che trovai una numerosa presenza di tedeschi. E così feci la conoscenza di Gunther Muller (Molli per gli amici), un laureato in legge aspirante giudice, proveniente da Amberg (in Baviera) e sbarcato a Ponza al seguito di una fanciulla di Bracciano. Ma c’era anche una comitiva di studentesse di Freiburg, venute a festeggiare la fine del liceo, e per rinsaldare la fama degli italiani sempre a caccia di ragazze straniere (fama messa in discussione da Molli), cominciai a fare la corte a quella che mi sembrava la più bellina: Brigitte Keller. E la fanciulla accettò ben volentieri la mia compagnia, con una disponibilità ed una simpatia che non avevo mai incontrato fino ad allora.
Il seguito fu altrettanto curioso, perché con Brigitte la storia finì ovviamente con la fine delle vacanze (e mi dispiacque molto che non fosse una romana), mentre con Molli si stabilì un’amicizia che durò incredibilmente quasi trent’anni (finì insieme al suo matrimonio, del fallimento del quale non volle mai darmi spiegazione, per sparire poi definitivamente).

Una terza isola della mia giovinezza fu Ischia, visitata per la prima volta con la mia futura moglie ed altre amiche. Allora l’esperienza più incredibile fu quella di aver fatto da solo il giro a nuoto del Castello Aragonese, all’entrata del porto. Restai sempre a non più di 50 metri dalla costa rocciosa, ma l’acqua era già di un blu scuro impressionante e mi sembrava di essere come sospeso nel vuoto. Ovviamente avevo le pinne, altrimenti sarei morto di paura, soprattutto quando arrivai dal lato opposto del castello e non c’era più nessuno.
Per fare il bagno normalmente, andavamo a Sant’Angelo e al Lido dei Maronti, ma ero sempre alla ricerca di anfratti nascosti e trascinavo anche gli altri. Alla fine mi soprannominarono il “pesce pilota”…

Tornai ad Ischia molti decenni dopo, ma allora restai piuttosto deluso. L’unica cosa bella rimasta com’era furono i giardini de La Mortella. Tutto il resto era diventato un insieme multiforme di presunti impianti termali, perché anche l’albergo più modesto aveva messo su una piscina con l’acqua calda ed assunto un paio di massaggiatrici e il mare sembrava dimenticato.

Per finire con le piccole isole tirreniche, non posso non ricordare Procida, ma non perché l’ho conosciuta veramente, ma perché dal porto di Procida partii insieme a due amici un giorno di fine estate per riportare indietro (a Fiumicino) una barca a vela di uno dei due. Era un’esperienza che non avevo mai fatto e non potevo rinunciare ad un invito così singolare.


Dopo aver dormito a Napoli, arrivammo all’isola piuttosto presto e partimmo tranquillamente con il sole che già colorava d’azzurro il mare. Il viaggio sarebbe dovuto durare l’intera giornata, ma già arrivati al largo cominciammo ad avere dei dubbi, perché non tirava un alito di vento e fummo costretti ad accendere il motore. Dopo qualche ora di navigazione lenta e rumorosa, il viaggio era diventato noioso e mi sentivo piuttosto deluso. Stare ogni tanto al timone non serviva molto a rendere il viaggio interessante come mi aspettavo. Alla fine del pomeriggio ci rendemmo conto che non saremmo arrivati a destinazione con la luce del giorno; il proprietario della barca non sembrava preoccupato, ma a me erano cominciati a venire brutti pensieri. E non mi ero sbagliato.

Stando al timone ancora una volta, mi ero voltato indietro così per curiosità e alla scarsa luce di una sera ormai vicina avevo notato la presenza di una collina. Ma come – mi chiesi – siamo così vicini alla costa? Guardai meglio e la collina non c’era più… Guardai meglio ancora e capii: l’ombra scura che appariva e spariva non era altro che il susseguirsi di onde sempre più alte. Era il vento sempre più forte che le spingeva, ma tirava nello nostra stessa direzione e per questo non lo avevamo sentito.
Il nostro amico prese subito una drastica decisione: a Fiumicino non saremmo arrivati in tempo e senza correre rischi. E dunque? Accostiamo subito ed entriamo ad Anzio che è vicina.
La decisione sembrava giusta e facile, ma una volta virata la barca verso destra, sentimmo il vento soffiare sulla fiancata e la navigazione non era più così tranquilla. Sotto coperta sentimmo rumori di oggetti caduti o sbattuti contro le pareti. Ma il bello doveva ancora venire.
Giunti in prossimità del porto vedemmo subito il faro con la luce rossa e il padrone della barca – ormai sempre lui al timone – decise lui in funzione di quella luce dove doveva essere l’entrata. A me però che il faro della luce verde non si vedesse soltanto perché ormai era sera, non mi convinceva molto. Ed ecco che all’improvviso lo scorgo, vedo chiaramente che la luce è spenta e soprattutto che non è dalla parte immaginata dal nostro amico al timone. E lo urlo forte!
A riprova dell’errore, abbiamo subito tutti e tre la visione del molo e degli scogli che lo circondano e capiamo che gli stiamo andando contro. Ennesima virata ancora verso destra, ma questo significa che ora il vento ce l’abbiamo addirittura contro e la navigazione è disastrosa: le onde ci sollevano e ci risbattono contro l’acqua senza sosta.
Sotto coperta le porte della cabina si sono aperte e sbattono in continuazione; sentiamo una bottiglia che si frantuma… Io guardo lo spettacolo sospeso sulla scaletta che scende di sotto per proteggermi almeno le gambe, ma alla fine arriviamo alla vera entrata del porto.


D’improvviso l’acqua si placa e sentiamo soltanto il tintinnio delle corde metalliche che sbattono contro gli alberi di tutte le barche ancorate già da tempo. E sono tante; troveremo un buco dove ancorarci? Guardo l’orologio e vedo che è già passata la mezzanotte, ma alla fine ci siamo salvati. Solo che ora piove abbondantemente e non è che possiamo uscire per andare a cercare un albergo. Dormiremo nelle nostre cuccette, già umide perché l’acqua cola un po’ dappertutto, ma siamo talmente stanchi che non ce ne importa niente.
La mattina dopo prenderemo il treno per Roma e la storia sarà finita. Ma su una barca a vela non ci sono montato più!

[Il mio mare. Le isole (1) – Continua]

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