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Cronache al tempo del Covid-19 (19). Qui Maputo

di Dante Taddia

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Ebbene sí, cari amici ponzesi, non posso certo scrivere la mia “Cronaca da Ponza al tempo del Covid-19 come fate voi, ma da isolano d’adozione che si trova attualmente a Maputo [Mozambico (*), Africa], posso scrivere però una cronaca per Ponza in questo tempo triste per tutti.

Fino a circa quindici giorni or sono eravamo in una specie di limbo  in cui si sapeva… si diceva… si mormorava che qualcosa si sarebbe fatto per arginare il “coronavirusamiento”. Spero gradiate il neologismo  da me coniato che fa rima con il partenopeo ’st’addieci ’i scassamient’, anzi ad essere precisi dovremmo dire ’st’addieciannove ’i scassamient’.

Le giornate sono calde e assolate, in Mozambico è  ancora estate ma la stagione sta cedendo il passo all’autunno, dato che  noi siamo a capa sott’ rispetto a voi, e quindi tutto è modificato di conseguenza: da voi inverno da noi estate, da voi primavera da noi autunno.
E quando il solleone vi riscalderà fugando, anzi arrostendo (speriamo), il virus, da noi cominceremo a tremare sia per l’abbassamento della temperatura (qui il pieno inverno ci sono temperature piuttosto basse che ci faranno mettere pullover e giacche),  ma soprattutto per il pericolo del virus, che si trova, a detta dei vari epidemiologi, a suo agio nel proliferare a basse temperature.

Credo che tutti si pongano la stessa domanda: ma da voi come vi siete regolati? Beh, ci siamo dovuti regolare quasi in forma autonoma anche se il riflesso del Paese guida per antonomasia data la strettissima vicinanza, il Sud Africa, è stato determinante: scarsa risonanza al fatto.
Ci credevamo in un’oasi di immunità, ma ci siamo dovuti allineare con il triste  rituale degli altri Paesi. Uno alla volta anche coloro che credevano o hanno creduto di essere immuni hanno dovuto fare i conti con mr. Crown: notare che in modo very british l’ho chiamato mister. Qualche maligno, data la virulenza ecatombesca, mi stava sussurrando di chiamarlo mrs. Crown, al femminile.
Del resto mi sarei allineato con i nomi che vengono dati a uragani, tifoni, tempeste tropicali e simili, che sono sempre femminili. Non me ne vogliano le gentili signore ma tant’è: parafrasando il detto “chi dice donna dice danno”, i tifoni sono battezzati al femminile. E se tanto mi dà tanto potete giustificate il mio mrs Crown-nineteen.

Quando poi Africa do Sul, come si chiama in portoghese, ha deciso di chiudere le frontiere alla fine di marzo e attivare il lockdown, un qualche migliaio di mozambicani ha deciso di rientrare in patria attraverso la sola frontiera aperta di Ressano Garcia, circa un centinaio di chilometri da Maputo, e lì sono iniziati i contagi, essendo tutti costoro a stretto contatto in attesa di espletare le formalità  d’ingresso, per loro molto semplici come da noi europei in Europa.

I contagi registrati ufficialmente sono ad oggi dieci, di cui sei importati da stranieri arrivati in Mozambico e quattro da locali di Paesi limitrofi; in Sudafrica invece i casi accertati sono ad oggi 1.505.
I provvedimenti adeguati sono iniziati anche da noi proprio il primo aprile e non è stato per scherzo come il pesce d’aprile. E le classiche giornate che per questioni astronomiche ci danno quasi un monotono 12 ore di luce con 12 di buio hanno trasformato e continuano a trasformare le varie attività di conseguenza.

Il riso argentino  di bambini festosi all’ingresso della scuola non si sente più: le scuole sono chiuse. Il vociare quasi musicale dei mercati locali è quasi scomparso del tutto: sono chiusi. Quello più tecnologico dei supermercati con musica in sottofondo si limita a un orario ridotto dalle 06.00 a.m. alle 05.00 p.m. (notazione anglofona). I clacson degli automobilisti estenuati da lunghe code di traffico (sic!) specie la mattina per andare al lavoro e al rientro nel tardo pomeriggio: silenti.

Il percorso che giornalmente faccio impiegando da trenta a quaranta minuti causa traffico ora è di circa dieci minuti causa non traffico. A proposito, negli uffici ci sono cartelli posti sul pavimento di ogni stanza in cui sono disegnate due impronte di scarpe su cui sostare per rivolgersi all’interlocutore mantenendo rigidi  due metri di distanza. In stanza siamo presenti a turno, io e il mio collega, e dal primo aprile il lavoro si svolge da casa: internet, video meeting e video conference, mail e whatsapp.

Tutto chiuso tranne farmacie, supermercati con orario come sopra riportato, benzinai. Allineati come tutti gli altri Paesi del resto. Il tutto fino alla fine di aprile, almeno per ora. Per tutti coloro che necessitano di rinnovare i documenti con scadenza già definita, essa è stata prorogata al 30 giugno 2020. Certo l’imperativo categorico “state a casa” si applica in modo subdolo, non tanto per il rispetto della normativa, che viene fatto, quanto per il termine “casa”.
Ma quale casa?
Non certo quella in cui siamo costretti in Italia – tanto per fare un riferimento geografico – in cui sono presenti tutti i comfort tecnologici e non; dove poter ingannare il tempo con varie attività ludiche o passatiempe vari che in questi giorni imperversano con italica creatività sui vari social, come posso vedere da video artigianali o professionali.
Gli abitanti del Mozambico devono rimanere  nella loro “casa”… quella costantemente allagata dalle piogge!? O in quella che era la “casa” spazzata via dal tifone un anno fa? La “casa” da cui uscire, dopo aver dormito regolarmente in terra, alle 4 del mattino, per riuscire a prendere posto in uno di quegli strapieni e  traballanti camioncini scoperti, anche sotto la pioggia battente per andare a lavorare (qualche volta aspettando anche un’ora per riuscire a trovare posto) e rifare lo stesso percorso al rientro..?

E allora non sentiamoci martiri per dover stare in casa e scoprire magari che si può cucinare qualcosa invece di ingozzarsi di cibo preconfezionato allineato a un sapore standard. O che ci si può inventare un gioco con i bambini  o magari scoprire che si può anche parlare a voce e non solo per telefono whatsapp, skype e simili e che, contrapposto all’obbligo sociale dei due metri di distanza, si può almeno in casa essere vicini. Ma soprattutto forse abbiamo riscoperto il valore del tempo e della pazienza. Non più tutto e subito. Si aspetta il tempo per uscire, per andare a lavorare, per entrare nel supermercato, per andare in farmacia, per qualunque cosa. Si aspetta. Si deve aspettare. “Adda passa’ ’a nuttata!”

Tornando a me, al mio vivere quotidiano in Mozambico, ringrazio faccia ‘n’terra internet e whatsapp per poter ascoltare e vedere a 10.000 km di distanza tutti i miei cari, e sentirmi così meno isolato, ma non per questo meno isolano d’adozione e vicinissimo a tutti voi.
Un abbraccio virtuale (nelle dovute modalità di legge: da lontano, a gomito, a stinco, a mani giunte), ma sempre affettuoso.

 

(*) Il Mozambico è un Paese dell’Africa orientale: ha 25,2 milioni di abitanti e una superficie di 801.590 km2. La sua capitale è Maputo.

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