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Cronache al tempo del Covid-19 (15). Qui Parigi

di Annalisa Gaudenzi

 

Diamo il benvenuto tra i nostri collaboratori a Annalisa Gaudenzi, amica di penna (di tastiera) da qualche tempo, italiana a Parigi. Pubblichiamo un suo scritto recente, in tema con le ambasce di questi giorni.
S. Russo

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Oggi, angioletto da una e diavoletto dall’altra, a tirarmi i capelli, ho ceduto. Sono uscita.

Non so se ha vinto più il piacere di trasgredire o sette giorni di digiuno solare, resta che una forza impellente, insopprimibile, mi ha convinta dell’urgenza vitale di comprare una vernice lillà (“devo” ridipingere il bagnetto di servizio) e il nastro per una torta (la mia, di compleanno).

Ovviamente non ho trovato nulla. Anche se mi sono spinta oltre il mio mini Monoprix, dietro l’angolo, ma come una saetta fino a quello grosso grosso, a 400 metri. Niente. Volevo andare là.

Il palazzo è Art Deco, notevole, imponente: nasce Félix Potin, all’incrocio Rue Réaumur con Sébastopol. Era una épicerie, quindi che sia convertito in un supermercato non fa notizia.
Ma perché ne ero tanto attratta, oggi?

Ai tempi in cui facevamo un po’ tutti i finti tonti, diciamo due mesi fa, ho avvertito analogo desiderio viscerale: visitare le Catacombe di Parigi. Chiamo le conoscenti di qua, ma tutte si danno alla macchia. Troppo lugubre. D’accordo.
Allora da sola scopro un luogo sì lugubre ma intenso.
Nulla di artistico, come nel caso di San Lorenzo, sulla Tiburtina, o, ancora più stupefacente, del Museo dei Cappuccini, su Via Veneto. Ma un luogo “storico”. La storia semplice semplice di migliaia di ossa qua trasferite dal 1786, a seguito della chiusura dei cimiteri saturi della capitale francese.
Scheletri scomposti e accumulati su cataste in base alla tipologia: femori coi femori, teschi coi teschi. Sei milioni di cadaveri. Un numero impressionante. Frutto di cosa? Delle pesti, in primis. Un dato (ovvio, ma diremmo in controtendenza rispetto all’attuale pandemia): la maggioranza appartenenti a bambini e adolescenti. Poveri, malnutriti, all’estremo. Chi poteva fuggiva, anche allora, dalle grandi città. Chi era abbandonato non aveva che un destino.
Una cupezza si impadronisce inevitabilmente dei visitatori, ad eccezione di due anglofoni che continuano a ridere sull’effetto eco. Li critico tra me e me, poi quando si allontanano ho la tentazione…
Ma l’oppressione è superiore e deriva pure dalla ristrettezza dei cunicoli. Sono acquosi, bassi, in certi chini pure la testa. Comunque, non te lo ordina il dottore e così, dopo aver letto le ultime tetre iscrizioni ottocentesche, cerchi l’uscita, sollevata.

Il reticolo – in origine cava di pietra – è estesissimo sotto Parigi e ha tanti sbocchi in superficie. Uno di questi (al momento non praticabile) si trova sotto il famoso Monoprix/Réaumur/Sébastopol e, a voler essere precisi, durante precedenti lavori di ristrutturazione, si imbatterono in un ossario del Medio Evo, avendo costruito sopra l’Hôpital de la Trinité.

Il Félix Potin è del 1859. In quell’anno nasceva Alfred Dreyfus. Che ci riporta al “J’accuse” di Émile Zola (1840 – 1902) e a L’ufficiale e la spia (J’accuse) di Roman Polanski (2019), vi è piaciuto? Il primo un gigante, il secondo ha saputo renderlo, io credo. Al di là della settima arte: uno condannato ingiustamente, in definitiva un dannato.

J’accuse. Pubblicato il 13 gennaio 1898 dal giornale socialista L’Aurore

E allora – mi ricollego con lo spunto sui detenuti e sulla detenzione, segnalato da Riccardo nel Forum – un altro film sui condannati/dannati (magari vi ci imbattete in questi giorni: non lo trascurate). “Les choristes” (I ragazzi del coro, di Christophe Barratier; 2004). Narra di un aspro riformatorio degli anni ‘50 ma anche di una speranza (gigantesca, ma stavolta non si chiama Zola) di nome “Musica”. Ritrovate in internet almeno i canti. Fanno fare pace con tanto, se non col mondo.

Dopo potete pure fare la guerra con “Les Misérables”, il film urto di Ladj Ly, 2019. I dannati/condannati delle banlieue: i più fragili, cioè i bambini che, dopo soprusi agghiaccianti, propinati come fosse la normalità, hanno la forza folle di reagire, in un rito d’iniziazione, che però – purtroppo – li trasforma in maledetti adulti. In dannati.

La normalità, altro spunto egregio del Forum. Torneremo alla normalità? Tutti lo desideriamo. E dimenticheremo non solo i morti delle pesti seicentesche, ma pure quelli di ingiustizia e violenza e malattia. Temo. Era questa la lezione che ci serviva? O non ce n’è, di lezione? Non so quale ipotesi mi inquieta di più.

A proposito. Hugo ha molto amato le Catacombe di Parigi.

 

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