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Cronache da Ponza al tempo del Covid-19 (6)

di Martina Carannante e Enzo Di Giovanni

 

Sono ore cruciali, per l’Italia.
Potremmo parlare di come è trascorsa la domenica in famiglia a Ponza, di come per la prima volta tutti i ragazzi si sono svegliati prima di mezzogiorno, non essendosi consumato il rito del sabato sera. Di come in molte case un pranzo domenicale senza occhiaie legate alle bisbocce della sera precedente, e magari con qualcosa di buono in più a tavola, sia stato vissuto come normalmente avveniva tanti anni fa, un po’ più serenamente del solito, cancellando per un attimo il senso dell’obbligatorietà dello stare chiusi tra quattro mura, giovani e vecchi.
Potremmo parlare del fatto che qualcuno il giro della Panoramica l’ha fatto, che si è rinnovato l’appuntamento ormai fisso della canzone delle 18, con tanto di streaming su Instagram e Facebook.

Invece oggi vogliamo porre l’accento su altro, e lo facciamo su due situazioni, riportate ampiamente sui social di ieri.
Intendiamoci: Facebook non è il Vangelo, anzi è uno strumento da maneggiare con cura, ma possiamo dire che è quantomeno il termometro, soprattutto in un momento in cui possiamo comunicare solo così, dei sentimenti che viaggiano in un comunità.
Quali sono gli argomenti della giornata?
Il primo è la denuncia, fatta da più voci, del fatto che diversi ragazzini si sono riuniti per giocare insieme: un atto che normalmente è innocuo, anzi gioioso e socialmente educativo, ma non adesso che la normalità è bandita.
E lo stare a casa deve riguardare tutti, soprattutto i più piccoli.

Il secondo è il malumore crescente, che ha portato alcuni a ipotizzare una protesta pubblica addirittura per contestare il collegamento della nave. Qualcuno si è spinto a formulare strategie su come realizzare questa “protesta” senza formare un assembramento di persone, ovviamente vietato dai decreti legge in vigore, e penalmente sanzionabile, come tutti sappiamo. “Impediamo ai viaggiatori di venire a Ponza”, “Impediamo alle merci di viaggiare, perché vengono da Fondi”.
Sono solo chiacchiere da Facebook, ma stiamo calmi, e riflettiamo senza farci prendere dall’ansia, dal panico.

Perché il virus si nutre soprattutto di questo.
La stessa ansia che ci ha portato per settimane ad assumere atteggiamenti sbagliati, come quello di fare feste e movida per esorcizzare la paura “perché tanto a me non mi prende”, adesso ci porta a pensare di chiudere tutto.
Atteggiamenti solo apparentemente opposti, psicologicamente forse in parte comprensibili, e ci manteniamo larghi, ma profondamente sbagliati.

Partiamo dal primo aspetto sottolineato, e poi arriviamo al secondo.
I ragazzi devono stare a casa. Punto. Così come non bisogna fare passeggiate, scendere “al traghetto” per vedere lo sbarco, ecc. Se la vita è sospesa, come diciamo tutti i giorni, lo deve essere sempre.
E’ vero che un’isola è un mondo a parte, ce lo raccontiamo spesso, ma non in questo momento: in questo momento siamo tutti sulla stessa barca, metaforicamente e non. O ne usciamo tutti insieme, o non ne usciamo.
Pensare che “l’untore” venga da fuori è un modo semplicistico ma sbagliato di approcciare il problema. Il virus purtroppo non ha confini spazio-temporali, come sappiamo bene. Sono i comportamenti di tutti a determinare la vittoria in questa dura guerra che stiamo combattendo.
Cosa vogliamo dire?
Che dobbiamo attenerci alle norme, che non sono astratte, ma formulate su una strategia unitaria che funziona solo se viene fatta bene da tutti, in tutti i territori.

La quarantena vige già, su tutto il territorio nazionale, e chiedere addirittura il blocco delle merci sull’isola, “perché vengono da Fondi”, dove c’è un cluster, è senza senso. Senza senso e inattuabile, perché non siamo una repubblica a parte, e perché ovviamente non potremmo vivere senza mangiare. Avevamo il diritto/dovere di chiedere che si facessero i controlli per verificare che chi viaggia ne abbia i titoli. Abbiamo il diritto/dovere di chiedere che la filiera sanitaria in caso di soccorso funzioni al meglio, noi che abbiamo evidenti problemi logistici.
Perché diritto/dovere? Perché cercare di ridurre il contagio serve alla nostra salute, ma anche alla salute di tutti. Per questo si dice, giustamente, che questa epidemia deve servire a cementare la nazione e uno spirito di solidarietà che non abbonda, in Italia.
E’ questo lo spirito che dovremmo avere, solo questo.

Buona giornata a tutti!

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