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Il meglio dai media. (2). C’era una volta il coronavirus

una lettura proposta dalla Redazione

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Non pensavamo di riempire di tanti articoli il contenitore Il meglio dai media, da renderne difficile la consultazione; perciò cominceremo da ora a presentare autonomamente i singoli pezzi.
La Redazione

Sembra quasi riecheggiare il titolo e le parole di Sandro Vitello in – Epicrisi 270. Quando racconteremo di questi giorni…questa bella storia raccontata a distanza di tempo da ora. E comunque un racconto godibilissimo, di molta speranza, visto che sicuramente ce la faremo… Non foss’altro che con il vaccino cui si sta lavorando senza tregua in tutto il mondo – non ultimi a Pomezia (cfr. notizia su Latina Oggi in edicola virtuale a pag. 9 – Rassegna Stampa odierna) – e con buona pace dei NO-VAX.

Un racconto letto da Elena Trezza (con altre informazioni alla fine della lettura), ricevuto via whatsapp da amici in rete (…quando “la rete” serve propriamente a proteggere e a non farsi male)

 

 

 

 

 

2 commenti per Il meglio dai media. (2). C’era una volta il coronavirus

  • Sandro Russo

    Cerchiamo per quanto è possibile, nelle storie che selezioniamo per i nostri lettori, di evitare banalità e ripetizioni; se c’è un po’ di poesia, non guasta.

    La storia
    Quelle parole di un papà al suo bimbo spaventato
    di Maurizio Crosetti
    Da la Repubblica di oggi 15/3/2020, p. 19

    Due voci dietro la parete: sono sottili i muri delle nostre case. La voce di un padre, la voce di un bambino che non parla tanto ma più spesso ride.
    Succede da tre giorni ormai. La prima volta era di sera. Ora però quella voce non smette, ed è una voce che racconta. Nel mattino, per esempio: ieri era pieno di silenzio in strada, la città appena sveglia, soltanto le gocce di pioggia sul vetro della finestra e qualche sirena. La voce racconta una storia.
    Sono rimasto in ascolto ma con cautela, come per timore di disturbare quella meravigliosa intimità, quel segreto. Ma poi ho ceduto. Tutti abbiamo bisogno che le parole si prendano cura di noi, adesso più di sempre.
    Il papà dice: c’è la notte nera nel mondo, e un bambino indossa un’armatura d’argento, è di cartone ma che importa, il bambino è invincibile, non ha paura di niente.
    Io ascolto ma non riconosco in quelle frasi nessuna favola, nessuna storia perduta negli anni lontani, quando ero io il bambino in attesa e mio padre mi leggeva “Il pesciolino d’oro”. Questa è un’altra cosa. Il papà continua: c’è dunque un piccolo guerriero che si lava molto bene le mani e poi si mette l’elmo col pennacchio rosso, e sull’elmo una mascherina.
    Comincio a capire. Sto zitto come quel bambino dall’altra parte del muro, nell’altro lato del mondo. Il papà s’è inventato la fiaba di questi giorni guerrieri e sta mandando via la paura di suo figlio, prova a proteggerlo così.
    Dice: il piccolo cavaliere ha una spada di diamante e la muove nell’aria, i riflessi di quella lama mandano lampi nella notte che adesso non è più così buia. Il bambino ride un poco e domanda: come si chiama il piccolo cavaliere? Indovina, risponde il padre. Si chiama come me! Sono io!, dice il bambino.
    E la storia continua, ci sono mostriciattoli con la coda gialla e lunghi baffi da gatto, e gentili animali parlanti, e pianure e colline e infine il mare che brilla lontano, laggiù. Il bambino non ha paura di niente. Poi il padre tace, forse il bambino si è addormentato.
    E adesso sto aspettando che venga sera. Vado in camera troppe volte, più del necessario.
    Cerco scuse. Cerco parole per me. Invidio quel bambino e amo quel padre, ma se lo incontro per strada non gli dirò nulla: non voglio rompere l’incantesimo.
    Aspetto la mia storia, così anch’io dormirò più quieto. So che quel piccolo guerriero salverà tutti noi, è così che andrà a finire. Mi siedo, chiudo gli occhi e aspetto che il muro mi parli.

  • Enzo Di Fazio

    Questo virus ci sta cambiando la vita ed il modo di pensare. Forse ci sta rendendo anche migliori.
    Da La Repubblica “La prima cosa bella di lunedì 16 marzo 2020” di Gabriele Romagnoli

    La prima cosa bella di lunedì 16 marzo 2020 è il teorema di Quarantelli. Provo a sintetizzarlo in questa formula: peggiore è la situazione, migliori diventano le persone.

    Enrico Quarantelli (1924-2017) non era un utopista, ma un sociologo americano, specializzato nello studio delle reazioni ai disastri. Iniziò con un tornado in Arkansas nel 1952 e proseguì con dozzine di casi.

    Fu dopo il grande terremoto in Alaska del 1964 che, avendo notato le stesse condotte ricorrenti, trasse le prime conclusioni. Queste: gli eventi catastrofici tirano fuori dall’umanità il meglio. Non è vero che si reagisca istericamente. La solidarietà prevale sul conflitto. La società diventa più democratica. Svaniscono, almeno temporaneamente, le diseguaglianze e le distinzioni di classe.

    Si soffre e si lavora insieme. I governi e le burocrazie che si impongono di essere rigidi e non improvvisano mai restano spesso senza timone. Sorgono allora organizzazioni spontanee di cittadini, una sorta di risposta civica immune al male. Ci si trova più vicini al senso delle cose e di se stessi.

    In tempi normali si soffre da soli, l’esperienza della vulnerabilità ci emargina e ci fa sentire discriminati e risentiti nei confronti di chi è risparmiato. Il disastro accomuna, sbuccia la superficialità, lascia l’essenza.

    A chi gli chiedeva perché si tende a pensare il contrario di quanto dimostrato dalle sue ricerche, Quarantelli rispondeva: “E’ difficile accettare che la bontà sia la normalità, è una verità troppo rassicurante”.

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