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Cronache da Ponza al tempo del Covid-19. (5)

di Martina Carannante e Enzo Di Giovanni

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La parola della giornata appena trascorsa è “silenzio”.
Il silenzio del sabato.
Sembra un ossimoro, e lo è probabilmente, se non fosse che queste giornate anomale hanno scardinato le coordinate della nostra vita. Non vale più niente, al tempo della vita sospesa.

“Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore”

Ricordate quando i giorni scorsi bacchettavamo, giustamente, tutti quei ragazzi che incuranti della crisi che montava, affermavano di volersi divertire, che tanto loro erano giovani, e il virus era una cosa per vecchi?
Nel silenzio di questi giorni, perfino il pessimismo cosmico di Leopardi appare troppo indulgente, ma non crocifiggiamolo: che ne poteva sapere il grande poeta, del coronavirus?

Nel silenzio si è svolto il funerale della signora Rita, che, per dirla con le parole di Rosanna che la conosceva bene, ha scelto il momento più appropriato per andarsene in punta di piedi, con estrema discrezione.
Nel silenzio è passata la serata nei luoghi della “movida” ponzese, giù al porto, come sulla chiesa di Le Forna.
Non c’è spazio per il sacro e il profano. Non c’è spazio per le emozioni, per la loro esternazione.
E’ un enorme tappo, quello che avvolge le nostre esistenze.
Un tappo che ci vieta persino di pensare, perché il pensiero è libero, non ha confini, e questo adesso non possiamo permettercelo.
Possiamo ironizzare, questo sì, e sperimentare una nuova umanità, un’unione tra simili che non credevamo di poter avere.
Scherzando, in famiglia, ci dicevamo che alla fine di quest’incubo, che tale resta anche se proviamo a esorcizzarlo, uscirà una comunità di persone tutte con qualche chilo di troppo, e con la necessità di andare da un parrucchiere.

Qui di seguito un video Pieraccioni con i saluti a Ventotene:

Ai tempi del coronavirus l’appartenenza non è fare branco, ritrovarsi tra simili, no.
E’ riconoscersi tutti, giovani e vecchi, belli e brutti, di destra o di sinistra, in pochi caratteri comuni.
Perché il coronavirus è democratico.
E a Ponza, nonostante tutto, qualche possibilità in più di non scoppiare l’abbiamo.
Perché l’isolano sa essere parsimonioso, sa vivere di piccole cose, perché ne ha indole e possibilità.
Seminare l’orticello di casa, togliere l’erba, pulire il vialetto; piccoli lussi in tempi di carestia, ma che per noi appartengono alla vita normale.
Persino le file davanti ai negozi, dove si entra col numeretto, evocano immagini scritte nella nostra storia. Tra i ricordi c’è quando si andava dd’a Russiella” ad aspettare ore (o almeno così mi sembravano) in attesa del pane fresco che usciva dal forno a legna tutto insieme, all’ora di pranzo. Erano gli anni Settanta…
E andando ancora più indietro, qualcuno ricorderà “u pan c’a tessera”.

Qualche barca è uscita. Forse la mancanza di pesce è la cosa che più stona, a Ponza.
Anzi, togliamo il “forse”.
Trenta chili di merluzzo scarsi, solo per il consumo locale. Ma non c’è allegria, non c’è mercato.
Dicono le statistiche che c’è stato un calo di almeno il 40% di richieste di pesce fresco, con la chiusura della ristorazione. E col fatto che nel fare le scorte a casa si preferisce il consumo di alimenti secchi, a lunga conservazione, come è d’uopo in tempi di guerra.

Questi sono gli effetti del quinto giorno di segregazione in casa

Per oggi ci fermiamo qua, il tappo lo avremo addosso ancora per parecchio, e mica possiamo consumare le cose da dire: vanno centellinate, come un buon rum.
Ecco: tra le iniziative comunitarie propongo, dopo il doveroso applauso di ieri al personale degli ospedali, e la musica dai balconi, una bella bevuta collettiva alle dieci di sera.
Ma forse ci ha già pensato qualcun altro…

Video musica… E poi che non si dica che a Ponza non si canta e suona!

 

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