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I gatti di Angela. Un racconto di Camilleri

proposto da Tano Pirrone

 

Picciotto d´oro, il giovane avvocato Stefano Girlando! Educato, rispettoso, gentile, bono di cori, disponibile, non fumava, non beveva, non giocava, non correva appresso alle fimmine, ogni domenica andava in chiesa, si confessava e si comunicava. Era tutto casa e travaglio. Viveva col vecchio padre, che per tutta la vita era stato avvocato della Curia vescovile di Montelusa, in una villetta tanticchia fora mano ma dotata di un grande giardino.

Non solo per diritto di successione, ma anche per la predilezione che Sua Eccellenza il Vescovo aveva sempre dimostrato per Stefano, quando il padre si era dovuto ritirare per una paralisi che l´aveva immobilizzato su una sedia a rotelle, tutti gli affari della Curia, che erano tanti, erano stati affidati a lui. Era passato a lui macari lo studio sul Corso, ma Stefano non ci andava quasi mai, teneva le pratiche in due ampie cammare del villino.
Il giorno stesso che Stefano compì trentadue anni, sua madre morì santamente per un male incurabile.

Stefano pigliò una specie d´infirmera-cammarera per dare adenzia al padre e tenere in ordine la casa. Ma la cosa non poteva andare avanti accussì. A risolvere la facenna ci pensò Sua Eccellenza il Vescovo in pirsona. La conclusione fu che quinnici jorna appresso Stefano si fece zito con Angela Lobianco, ventenne, angela di nome e di fatto.

Rimasta orfana che ancora era picciliddra, Angela era stata affidata dallo zio tutore alle suore della Beata Vergine che l´avevano fatta crescere secondo un´educazione rigorosa e rispettosa di regole antiche. Si maritarono a fine d´aprile e stavano per partire per il viaggio di nozze quando in quello stesso jorno al padre di Stefano gli venne un infarto che mandò tutto all´aria.

Tempo un mese però non ci fu più pericolo di vita per l´avvocato padre. Angela aveva fatto onore al nome: per non lasciare solo il suocero durante la notte, aveva allestito una brandina nella grande cammara di letto del vecchio e ci si andava a corcare dopo che, nella cammara di letto del piano di sopra, che era quella sua e di Stefano, aveva ottemperato al dovere coniugale. La matina presto era in cucina a preparare, cantando, la colazione al marito.

In quel mese di maggio Stefano, oltre a scoprire le nascoste e incredibili virtù di Angela, scoprì macari un´altra cosa. Dopo una simanata scarsa che Angela era arrivata nel villino, il giardino aveva pigliato a essere popolato da gatti. Prima non se ne vedeva uno manco a pagarlo. Ora ce ne stavano dovunque, in mezzo all´erba, sui rami degli arboli, sulle due panchine, dintra alla fontana secca. Di tutte le razze, di tutti i colori. Silenziosissimi.

Quando tornava a casa dal travaglio non lo taliavano, non lo degnavano d´uno sguardo, completamente indifferenti alla sua presenza. Ma appena Angela si affacciava in giardino, l´atteggiamento dei gatti cangiava di colpo. Si susivano, scendevano dai rami, correvano miagolando verso di lei, facevano a gara per riuscire a strusciarsi sulle sue gambe. Lei si chinava per carezzarli e si metteva a parlare con loro. Dialogavano. Di questo Stefano ne fu sicuro. In un primo momento aveva pensato che tutte quelle manifestazioni d´affetto gattesche fossero dovute al fatto che Angela dava loro da mangiare, ma ben presto dovette ricredersi. C´era un legame più sottile e misterioso tra Angela e i gatti. E un giorno che poté osservarla non visto in giardino, Stefano con una certa inquietudine capì che sua mogliere era, almeno a metà, una gatta.
Il 15 di giugno, che era domenica ed erano andati in chiesa ´nzemmula a confessarsi e a comunicarsi, mentre stavano mangiando, Stefano disse alle mogliere che, come faceva da due anni a questa parte, il 30 di quello stesso mese sarebbe partito per Roma. Il primo di luglio doveva trovarsi in un convento vicino a Frascati per una simana di esercizi spirituali. Di questo convento non aveva voluto rivelare mai a nessuno né l´indirizzo giusto né il numero telefonico: «quel convento è un luogo dell´anima», usava dire. E si possono dare indirizzo e numero di telefono di un luogo dell´anima? Manco col telefonino lo si poteva chiamare: lì si osservava il più rigoroso silenzio. Semmai, se c´era bisogno, avrebbe telefonato lui. «Voglio venire anch´io a Roma» – fece inaspettatamente Angela. «Ma io non vado a Roma, vado vicino a Frascati in un convento. Non sono ammesse le donne». «Non importa. Mentre tu stai a Frascati, io visito Roma. Non ci sono mai stata. Poi, quando hai finito gli esercizi, passi a pigliarmi e ce ne torniamo assieme». «Ma io non ti lascio andare da sola in un albergo!». «E chi parla d´albergo? Telefono alla zà Pitrina, mi ospiterà lei».

Non ci fu verso, Stefano dovette acconsentire. La zà Pitrina era l´anziana vedova di un fratello del padre di Angela che aveva chiuso a Roma la sua vita e la sua carriera nei tribunali romani. Ogni tanto Angela la chiamava al telefono per sentire come stava e la zà Pitrina era capace di tenerla un´ora all´apparecchio per contarle minutamente i suoi mali. Alla notizia che la nipote voleva venire a Roma, si esibì in nitriti di contentezza, certo che l´avrebbe ospitata, aveva un appartamento enorme a viale Angelico, ci abitava da sola.

Partirono da Montelusa con la Bmw che già faceva scuro, Stefano non se la sentiva di guidare di jorno col cavudo che faceva. Ci misero due ore per imbarcarsi a Messina e arrivarono a Roma che erano già le otto del matino. Stefano era nirbuso. «Sto facendo tardi». «Lasciami davanti al portone e non salire, altrimenti zà Pitrina ti farà perdere tempo». La zà Pitrina l´accolse a braccia aperte e con le lacrime agli occhi. «Quanto ti sei fatta beddra, nipote mia! Ma non ti eri maritata?». Angela le spiegò la situazione. «Vieni che ti faccio vidiri la tò cammara. C´è macari il bagno, accussì ti puoi rinfrescare». Angela si spogliò, si fece la doccia, svacantò la valigia, si cangiò e andò a cercare la zia. Firriò per tutte le cammare chiamandola, ma non la trovò. Doveva essere nisciuta, strano che non l´avesse avvertita. In cucina preparò l´occorrente per il cafè e se ne bevve due tazze di fila. Poi sentì aprirsi e richiudersi la porta d´ingresso. Sua zia, un giornale in mano, comparse sulla porta della cucina, la taliò imparpagliata. «Scusi, lei chi è?» – spiò. «Ma sono tua nipote!» – fece Angela intronata. «Angela!» – urlò la zà Pitrina correndo ad abbracciarla. «Ma che bella sorpresa! Quando sei arrivata?». Ci mise picca e nenti Angela a capire che la memoria della zia funzionava a corrente alternata. Approfittando del momento, si fece dare le chiavi di casa. La zia la guidò su un balcone dal quale si vedeva la cupola di san Pietro, vicinissima. Angela taliò bene le strade, si orientò, disse alla zia che usciva. «Faccia come crede» – fece quella. La memoria tornava a fagliarle.

Per arrivare a san Pietro non c´era che da andare sempre dritto, ma qualcosa non funzionò perché venne a trovarsi dintra a un reticolo di vicoli animati da gente che trasiva e nisciva da negozi di ogni genere. «Borgo Pio» – lesse da qualche parte. Si sentì rassicurata: se quel borgo era pio, certamente stava vicino a san Pietro. Mosse ancora qualche passo incerta poi vide che una strada più grande, percorsa da una gran quantità di auto, correva parallela a quella dove si trovava lei. Solo che il piano di questa seconda strada era più alto, certamente da qualche parte c´erano degli scalini di raccordo. Si mise a cercarli e li trovò. Erano cinque gradini. Momentaneamente impraticabili perché su ogni gradino ci stavano quattro gatti che mangiavano. Ogni gatto aveva davanti a sé un piatto e un bicchiere di plastica: un´altra decina di gatti evidentemente aspettava il turno strusciandosi sulle gambe di un quarantino sicco, bruno, alto, che la taliava sorridente.

«Più avanti ci sono altri gradini» – le disse. Angela non lo ringraziò, non gli rispose, rimase affatata a taliare i gatti che via via che finivano di mangiare se ne andavano lasciando il posto agli altri.

«Mi chiamo Bruno» – disse l´omo mentre raccoglieva piatti e bicchieri e li andava a lavare a una fontanella. «E io Angela» – fece lei seguendolo. E lo seguì fino a una traversa dove Bruno aveva parcheggiato un camioncino tutto chiuso, tipo ambulanza. Quando l´omo raprì un´anta del portellone posteriore, Angela vide che l´interno era pieno di scatolette, di piatti, di bicchieri, di lettini.

«Li metto qua quando stanno male. Ci ho pure il pronto soccorso. Se stanno male male, li porto dal veterinario». Si taliarono, si sorrisero. «Io devo fare altri giri. Ma se vuoi, prima ti accompagno a casa». «Vengo con te» – disse Angela. Nelle tre jornate che seguirono, Bruno fece conoscere alla picciotta i gatti di piazza Argentina, del Colosseo, di Trastevere, della Lungara, della via Appia. Assieme assistettero ad albe e tramonti romani, tanto struggenti che era inevitabile tenersi per mano. Solo tenersi per mano e basta. Assieme diedero adenzia a due micie partorienti, portarono di gran corsa dal veterinario un povero gatto travolto da un´auto. Riaccompagnandola a casa, la sera del terzo jorno, Bruno le disse che l´indomani non si sarebbero visti. «Perché?» – spiò lei smarrita. «Vado a Milano a firmare un contratto. Non te l´ho detto? Sono un operatore cinematografico».
Quella sera stessa suo marito la chiamò al cellulare. Parlava a voce tanto bassa che quasi non si capiva. «Sei andata a vedere san Pietro?». «Sì». Era la prima menzogna che gli diceva e le pesò tanto che passò la nottata a rigirarsi nel letto. L´indomani rimase a casa. Che senso aveva Roma senza i gatti e Bruno? Pranzò con la zà Pitrina, però non aveva pititto. Si stese sul letto. Non aveva gana di fare niente, si sentiva svacantata. Niscì solo al tramonto, voleva vedere piazza Venezia. Da lì si mosse verso via dei Fori e a un certo momento si sentì stanca. S´assittò su un muretto. Una folla di giapponesi, di tedeschi, di americani passava e ripassava davanti ai suoi occhi.

A un tratto si sentì chiamare e si voltò. Allato a lei c´era una gatta guercia che le sorrideva. Poi la micia si girò e s´allontanò. Ma fatti pochi passi si voltò a taliarla e miagolò. Voleva essere seguita da Angela, non c´era dubbio. E Angela la seguì. A lungo. Se si fermava, la gatta si fermava macari e aspettava che ripigliasse a camminare.

Finalmente arrivarono a una strada sormontata da un grande arco. Non c´erano negozi, solo il lussuoso portone di un albergo di gran classe. Si era fatto scuro, ma i lampioni ancora non erano stati accesi. La gatta si fermò, si fece raggiungere da Angela. «E ora che facciamo?» – le spiò la picciotta. E in quel momento una coppia niscì dall´albergo. Lei era una giovane bellissima, alta, bionda, impegnata a strofinarsi al suo compagno che l´abbracciava stretta. Persi com´erano, non la videro.

Angela s´appoggiò al muro. Tremava tutta, le gambe di ricotta. La gatta era sparita. Vomitò mentre non passava nessuno. Poi si fece forza e trasì nell´albergo. «L´avvocato Girlando è sceso qui?». «Sì, signora, tre giorni fa. Ma è appena uscito». Si strascinò sino a un bar, si agliuttì due cognac di fila, fermò un taxi di corsa e se ne tornò a casa. Passò la nottata a piangere.

L´indomani mattina andò all´appuntamento con Bruno. Il quale, appena la vide, si preoccupò. «Che ti è successo?». Angela gli contò tutto. Bruno restò un attimo a pensarci. «Quella gatta guercia era per caso tutta bianca con una macchia nera in mezzo alla fronte?». «Sì. La conosci?». «Io no. Ma qualcuno mi ha detto che è una gatta speciale». «In che senso?». «Non saprei. Dicono che è una gatta che sa le cose». Nei due jorna che seguirono, i gatti amministrati da Bruno patirono la fame. Bruno e Angela stavano inserrati a casa di lui, dalle parti del Divino Amore, e attivamente si dedicavano a un amore tutto terrestre.

Poi arrivò la telefonata di Stefano. «Stasera alle otto fatti trovare al portone. Proseguiamo direttamente per Montelusa». «D´accordo. Come sono andati gli esercizi spirituali?». «Benissimo. Mi sento rinato. Dove ti trovi in questo momento?». «Davanti alla Bocca della Verità» – mentì Angela senza rimorso, baciando avidamente la bocca di Bruno.

(Andrea Camilleri Da “La Repubblica”, ed. di Roma, 28 settembre 2003)

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