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i-29 27-07-2005 k2-32 l-06 sl372208 Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

La scoperta di Pompei e di Ercolano (2)

presentazione di Paolo Mennuni

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Per la prima parte, leggi qui

Carlo di Borbone quindi, approdato a Portici per caso, diede così inizio alla ricerca sistematica di reperti archeologici proprio nella zona della vecchia città di Ercolano e, poiché la città era stata sepolta sotto una coltre di fango di circa sedici metri, questi risultavano molto impegnativi, anche perché la massa si era, nel frattempo, solidificata.
Pertanto si iniziò scavando dei cunicoli e portando in superficie quanto veniva trovato. Purtroppo questo sistema si rivelò fatale perché alcuni operai morirono per essersi imbattuti con alcune bolle di gas venefici incapsulati nel materiale vulcanico, o per i frequenti crolli delle volte non ben puntellate in un terreno non sufficientemente consolidato. Ciò portò ad abbandonare questo sistema optando per quello a cielo aperto.

La villa reale, voluta da Carlo, fu quindi costruita nel 1738 su progetto dell’architetto Antonio Canevari mentre i decori delle sale furono affidati al pittore Giuseppe Bonito e, siccome il terreno correva dalle pendici del Vesuvio fino al mare, essa comprendeva anche la strada delle Calabrie, e la “villa” stessa fu edificata a cavallo di quella strada di comunicazione che, ancor oggi, ne attraversa il cortile!

Intrapresi quindi gli scavi con criteri più razionali i reperti furono sistemati nella stessa reggia di Portici e la cittadina vesuviana che divenne meta dei “Grand Tour” insieme ad altre città d’Italia.

In proposito è il caso di saperne di più.
La definizione di Grand Tour fu coniata da Richard Lassels, canonico inglese, durante il suo soggiorno in Italia nel 1670. Nel suo The Voyage in Italy propose i luoghi da lui visitati, durante ben cinque soggiorni in Italia, asserendo che ogni giovane, destinato ad uffici di responsabilità, non potesse esimersi dal compiere un viaggio formativo in Europa e, in particolare, in Italia. Si trattava dunque di un percorso formativo per i giovani delle classi più elevate, indispensabile per poter poi assumere quei compiti di responsabilità cui sarebbero stati chiamati nel corso delle loro future carriere politiche, amministrative o di studio.

Tutti i giovani rampolli dell’aristocrazia europea, in prevalenza inglesi (così come già fecero i giovani patrizi romani che si recavano in Grecia per completare la loro formazione culturale) dovevano venire in Italia per completare la loro formazione umanistica. Firenze, Roma e Napoli erano tra le mete più ambite per i tesori d’arte e le vestigia del passato.

Con la Rivoluzione Francese, e le successiva guerre napoleoniche, il Grand Tour si interruppe per riprendere, successivamente, ma in tono minore.

Pompei. Affresco di Villa dei Misteri

Benché ancora le scoperte archeologiche fossero mirate al solo recupero di statue e manufatti per arricchire le sale dei musei, e non per studiare l’urbanistica e l’architettura delle città sepolte, l’impatto delle scoperte con la cultura europea fu molto grande.

Non solo per i reperti in sé, ma per la scoperta dei valori che contrapponevano quella civiltà pagana alla nostra cristiana, e che portarono addirittura a considerare Pompei una città perduta dal punto di vista morale e, nell’immaginario collettivo, si diffuse quasi la convinzione che il cataclisma fosse stata una punizione divina!

L’abbondanza di suppellettili con attributi sessuali in evidenza e, magari anche sovradimensionati (lampade, fontane, pitture), facevano sì che quasi ogni casa fosse ritenuta un lupanare mentre per i Romani, come per i Greci il culto della fertilità era cosa ordinaria e, in quella civiltà, non c’era posto per il senso del peccato, almeno come quello imposto dalla religione Cristiana.
L’impatto, comunque, fu sostanzialmente positivo ed ebbe un forte riflesso sull’arte principalmente contribuendo alla ulteriore diffusione dello stile neoclassico.

Mosaico di Alessandro Magno, ritrovato nella casa del Fauno. La battaglia di Issos

Fu, quindi, pubblicato una sorta di catalogo sulle Antichità di Ercolano che era molto ricercato per i modelli che forniva, al punto che l’abate Ferdinando Galiani, ambasciatore del Regno di Napoli a Parigi, nel 1767, così scriveva a Bernardo Tanucci, primo ministro, perorando la traduzione in altre lingue proprio dell’opera sulle Antichità di Ercolano “… veggo che Ella non è ben al fatto…Tutti gli orefici, bigiuttieri, pittori di carrozze, di soprapporte, tappezzieri, ornamentisti hanno bisogno di questo libro. Sa V.E. che tutto…. si ha da fare oggi à la greque….Non si fanno più bronzi, intagli, pitture, che non siano copie dell’Ercolano.”

È il caso, a questo punto, di riportare le impressioni di alcuni tra i più illustri visitatori citando alcuni loro scritti.

Scrive Goethe nel 1787: “Siccome il mio soggiorno a Napoli non sarà lungo, visito per le prime le cose le più lontane, (…). Sono stato con Tischbein a Pompei, e nel vedere attorno a noi, (…) tutte quelle viste stupende, le quali ci sono note per le molteplici stampe, ci apparvero queste, (…) più meravigliose ancora.
Pompei reca stupore poi ad ognuno, per le sue dimensioni ristrette e meschine. Sono strettissime le strade, tuttoché fornite da ambi i lati di marciapiedi; le case piccole, senza finestre, e le stanze illuminate unicamente dalle porte, le quali si aprono nelle corti, ovvero nei portici che circondano queste. Gli edifici pubblici stessi, il foro presso la porta, il tempio, una villa pure presso questo, si direbbero piuttosto trastulli da ragazzi, modelli in piccole dimensioni di edifici, anziché veri edifici. Quelle stanze poi, quegli anditi, quelle gallerie, sono tutte dipinte nel modo il più gaio, le pareti con un soggetto nel centro, attualmente rovinate per la maggior parte, ed i bordi e gli angoli con rabeschi leggieri, di gusto squisito, fra cui si vedono talvolta puttini, figure di ninfe, ed in altre, ghirlande ricche di fiori, animali addomesticati. Accenna per tal guisa la triste condizione di questa città, ricoperta per tanti secoli dai lapilli e dalle ceneri, ed ora risorta alla luce, a tale amore di tutto un popolo, per le arti figurative, di cui non può avere idea né senso, ne provare bisogno ai giorni nostri, il dilettante, il conoscitore il più appassionato”.

Goethe, nel suo diario aggiunge anche qualche particolare più “divertente”: recatosi in visita con un amico pittore in casa dei Lord Hamilton, ambasciatore di Gran Bretagna a Napoli, notò due candelabri di indubbia provenienza e stava per dire qualche cosa quando l’amico lo interruppe bruscamente imponendogli di tacere di sorvolare sulla cosa.
Infatti, da quando erano iniziati gli scavi ufficialmente tutti i reperti erano di proprietà del Sovrano, anzi, addirittura dello Stato.

Interessante è anche quanto scrisse, più o meno, nello stesso periodo, il conte di Oxford Horace Walpole, storico e letterato inglese: “Questa città è forse una delle più nobili curiosità che sia mai stata scoperta. Si può camminare per un intero miglio, ma siccome, purtroppo, la città moderna è sopra le nostre teste, si è obbligati a procedere con cautela, per impedire la distruzione sia dell’una che dell’altra. Per cui il sentiero che si deve percorrere è molto stretto sì da permettere il passaggio di un solo uomo per volta. A parte alcune colonne, hanno trovato tutti gli edifici nella loro posizione originale. L’interno di un tempio è assolutamente intatto. È fatto con mattoni intonacati e dipinti a soggetti architettonici; quasi tutti gli interni delle case sono dello stesso tipo; la caratteristica è data dal fatto che lo sfondo di ogni dipinto è rosso. Oltre questo tempio, si distingue molto chiaramente un anfiteatro: le scalinate sono di marmo bianco ed i sedili sono perfettissimi. Tra le altre cose hanno trovato alcune belle statue, ossa umane, medaglie ed alcuni bellissimi dipinti.

Non vi è nulla di simile al mondo; cioè un’intera città romana di quel periodo, che non sia stata rovinata dai restauri moderni. Per gli studiosi è certamente un vantaggio che questa città sia rimasta sepolta per tanto tempo”

Mark Twain ammirato dalle rovine, molto più tardi, nel 1867, scriveva: “Dovunque, un po’ dappertutto ci sono cose che vi rivelano costumi e la storia di questo popolo dimenticato. Ma cosa lascerebbe sopravvivere di una città americana l’eruzione di un vulcano che la ricoprisse con le sue ceneri? Ben difficilmente resterebbe un segno o un simbolo a narrarci la nostra storia.”

Per sottolineare quanto grande fosse in quel periodo l’influenza esercitata dalle scoperte di Ercolano e Pompei sull’arte, – come già rilevato dall’Abate Galiani, – sull’architettura, con l’affermarsi dello stile neoclassico, bisogna riportarsi a quella temperie per comprendere l’estetica ed il messaggio di una forma di espressione affatto particolare che ebbe proprio a Napoli la sua diffusione nelle case private e nelle chiese e che impegnò numerosi artisti ed artigiani: il Presepe napoletano in cui la grotta della Natività è sostituita dalle rovine del tempio pagano, ossia il trionfo della Nuova Fede sul paganesimo.

Comunque il richiamo delle civiltà riscoperte fu enorme e continuò anche negli anni successivi. La costruzione della prima ferrovia d’Italia, la Napoli –Portici nel 1839, non fu un caso né un semplice capriccio del sovrano Ferdinando II, ma fu costruita per facilitare l’accesso dei visitatori che si recavano a Napoli per vedere il Museo Ercolanense, conducendoli alla Reggia nel modo più “moderno” e confortevole.
Portici, come già detto, era diventata una delle mete del Gran Tour e molto nota in tutta Europa fino a divenire anche scenario per alcuni romanzi, come Le diable amoureux di Jacques Cazotte.
Napoli non finiva di meravigliare e d’incantare.


Appendice e note
(a cura della Redazione)
Pur attribuendo il giusto merito ai Borbone nella riscoperta di Pompei e aree correlate, e nell’inizio degli “scavi”, lo sviluppo successivo fu altrettanto proficuo:

Con l’unità d’Italia (1861) ci fu un repentino cambiamento nelle opere di scavo: la direzione fu affidata a Giuseppe Fiorelli, che potendo disporre anche di un maggior supporto economico, iniziò lo scavo integrale di diverse insulae e concluse quello di alcune già parzialmente esplorate, come nei pressi di Via Stabiana e delle porte Stabia e Marina; proprio a Fiorelli si deve la prima ordinata opera di scavo, con la divisione della città in insulae e regiones.

Nel 1863 fu introdotta la tecnica dei calchi, ossia si intuì che riempiendo con gesso le tracce lasciate dalla decomposizione dei materiali organici, si poteva risalire a persone, piante e oggetti della vita romana

L’archeologo Amedeo Maiuri a Pompei, nei primi anni ’60

Nel 1924 divenne direttore Amedeo Maiuri (1866-1963), incarico che mantenne per ben 37 anni: questo lungo arco di tempo fu uno dei più vivaci per la storia delle rovine. Venne completato lo scavo dell’anfiteatro e della palestra grande, si proseguì lo scavo lungo Via dell’Abbondanza, tra il 1929 ed il 1930 fu completato lo scavo di Villa dei Misteri, già iniziato nel 1909, furono completamente ripristinate le antiche mura e si iniziarono indagini alla necropoli di Porta Nocera ed alle ville urbane sul lato meridionale della città; inoltre proprio il Maiuri condusse studi stratigrafici utile per la ricostruzione cronologica di Pompei.
Nel suo ruolo di soprintendente indagò non soltanto gli antichi centri greci e romani della Campania, come Capri, Cuma, Baia, Miseno e Pozzuoli, ma anche gli insediamenti del Lazio meridionale, dell’Irpinia e della Lucania, senza tralasciare la Magna Grecia con Paestum e Velia”. Un archeologo “meridionale”, ma senza dubbio tra i più grandi, se non il sommo studioso di archeologia nell’Italia del XX secolo.

L’archeologo Amedeo Maiuri scoprì Ponza verso la metà degli anni venti e restò incantato dalle bellezze dell’isola.
Nell’ottobre del 1926 visitò a Ponza le cisterne romane, la necropoli dei Guarini, i resti di ville imperiali, il tunnel di Chiaia di Luna che erano conservati abbastanza bene ma che avrebbero avuto bisogno di più cura.

Bibliografia essenziale, riguardante Maiuri, sulla curatela archeologica di Pompei e sulle isole ponziane:
Pompei ed Ercolano, Roma, 1958, ed. Aldo Martello.
Ricognizione archeologica nell’isola di Ponza, (1926), un saggio sul Bollettino d’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione.

Sul sito leggi qui.
Immagine di copertina: Pompei. Casa dei Casti Amanti. Banchetto

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