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Le donne a Roma

di Pasquale Scarpati

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In occasione della “Festa della Donna”, che sarà domani, abbiamo scelto, come inusuale tema celebrativo, uno scritto di Pasquale Scarpati.
La Redazione

Il nipotino alle prese con le pagine di storia. Lui chiede conferma di alcuni eventi, io aggiungo sempre qualcosa: è nella mia natura. Quando ha finito gli dico: “Ti voglio raccontare una storia che abbraccia tanti secoli: una storia di donne”.
Immediatamente si mette in ascolto.

La prima
Dunque tantissimi anni fa una donna, Acca Larenzia, detta la Lupa, raccolse due piccini, gemelli, che erano stati abbandonati lungo la riva di un fiume limaccioso: il Tevere. Con l’aiuto del marito Faustolo li allevò con amore. Li chiamò Romolo e Remo come dire “dono del fiume”. I due poppavano avidamente e pertanto crebbero sani e forti. Quando divennero più grandicelli il padre lì istruì nella caccia e così conobbero ogni anfratto e sapevano districarsi tra i cespugli e le canne inseguendo la selvaggina. Un giorno frequentando alcuni pastori che avevo portato le loro pecore a pascolare lungo il fiume, ascoltarono la storia di una donna che, nonostante fosse una vestale, aveva generato due gemelli dal dio dei campi: il dio Mavors (Marte). Questa, anche se principessa, era stata sotterrata viva perché così venivano castigate le vestali le quali dall’età di 10 anni e per 30 anni non dovevano né sposarsi né avere figli.

Era, infatti, Rea Silvia, l’unica figlia del re di Albalonga: Numitore. Questa cittadina si trovava in collina ed era molto importante. Ma questo re era stato spodestato dal fratello Amulio e buttato in carcere. I due giovani pensarono che quei due gemelli di cui si parlava fossero loro stessi e pertanto andarono ad Albalonga; con un colpo di mano spodestarono Amulio e rimisero sul trono il vecchio Numitore che li riconobbe come nipoti. Ma poiché i due erano troppo “vivaci” e temendo questa volta di finire lui stesso sottoterra, il vecchio re pensò bene di allontanarli con il pretesto di concedere loro di fondare una città vicino al grande fiume.
I due non potevano far altro che litigare come può succedere tra fratelli. Alla fine della disputa, Romolo risultò vincitore e delimitò con l’aratro un pezzo di terra su un colle chiamato Palatino. Remo, però, rabbiosamente, non passò da dove Romolo aveva alzato l’aratro ( che stava a significare le porte della città) ma scavalcò il solco, incorrendo nelle ire del fratello che d’impeto lo uccise.
Romolo chiamò a raccolta chi volesse andare a vivere in quella nuova città che da lui prese il nome di Roma. Accorsero tutti gli uomini del circondario soprattutto quelli che avevano a che fare con la giustizia. Ma erano solo uomini e si sa gli uomini da soli non possono mandare avanti la specie, non possono far crescere le città.

Le seconde
Allora Romolo escogitò uno stratagemma. Si inventò una festa per una dea locale, un po’ come si fa oggi per attirare i turisti. Si sa le feste attirano sempre gente dal circondario. Lì vicino abitava una popolazione di origine sabina chiamata Quiriti che abitava su un colle chiamato Quirinale. Conosciuta la cosa, accorsero in massa; un po’ per curiosità un po’ perché volevano intrecciare buoni rapporti commerciali con i nuovi vicini. Non sapevano, però, a cosa andavano incontro: a volte la prudenza non è mai troppa. Infatti quello non era altro che un trucco per rapire le donne sabine. Durante la festa, infatti, ad un cenno di Romolo tutti gli uomini sabini (fidanzati, mariti e quelli che avevano accompagnato le donne) furono uccisi e le donne furono rapite”.

A questo punto mi fermo un attimo per sorseggiare una tazza di tè. Ma il bimbo non mi lascia tregua: – Nonno e poi che cosa è successo?
Sorrido perché vedo che ho stimolato la sua curiosità. Gli rispondo tra un sorso ed un altro: – Secondo te i Sabini che erano rimasti sul Quirinale che hanno fatto?
– La guerra – mi risponde. Infatti così avvenne.
Ci fu una zuffa feroce tra le due popolazioni. Ma mentre quelli si azzuffavano e si menavano di santa ragione, uscirono dalle capanne le donne e si interposero tra i due contendenti. Obbligandoli a fare pace.
Si giunse così ad un accordo. Le donne furono libere di scegliere con chi stare. Alcune tornarono tra la loro gente, la maggior parte restò con i nuovi mariti. A questo punto scese il re dei Sabini che si chiamava Tito Tazio il quale si incontrò con Romolo e fecero il patto di stare insieme e di governare alternativamente un giorno per uno. Così ancora una volta le donne decisero la storia. Nacque, così, quella che poi sarà una grande città con una civiltà che è alla base della nostra e cioè Roma . Così dopo la morte di Romolo e di Tito Tazio ci fu un’alternanza tra re di origine sabina e quella di origine latina cominciando da Numa Pompilio di origine sabina.

La terza
Poi i re etruschi presero il potere. Ma uno era molto cattivo tanto che lo chiamarono Tarquinio il Superbo. Un giorno lui aveva condotto l’esercito ad assediare una città che non era molto distante da Roma. Durante una pausa dell’assedio i giovani fecero una scommessa. Scommisero sulle donne. I giovani Romani dicevano che le loro donne durante l’assenza dei mariti o dei genitori restavano in casa a filare e a tessere insieme alle ancelle, invece le donne etrusche si divertivano. Ovviamente i giovani etruschi e soprattutto il figlio del re, Sesto Tarquinio asserivano il contrario. Nottetempo si recarono a Roma e constatarono che la verità stava dalla parte dei giovani Romani. Adirato ed indispettito Sesto oltraggiò Lucrezia la moglie di un nobile romano che si chiamava Collatino. Questa non sopportando l’offesa si uccise. Il marito sollevò il cadavere e lo mostrò alla folla che si era radunata nel foro. Immediatamente una voce di collera percorse tutta la città e le porte furono chiuse. Quando il re Tarquinio tornò, pur essendo vincitore trovò le porte chiuse e non poté più entrare. Da allora in poi nacque la Repubblica Romana che tanto fece. Ancora una volta il sacrificio di una donna cambiò la storia.

Non ti voglio dire del coraggio di Clelia, la ragazza Romana che fuggì da Porsenna ed attraversò il Tevere a nuoto insieme alle altre ragazze che erano tenute in ostaggio, né di Veturia e Volumnia rispettivamente madre e moglie del romano Coriolano che, passato dalla parte dei Volsci, fu fermato da loro mentre voleva assalire la sua città e per questo quello fu ucciso dai Volsci stessi. Ti potrei raccontare della grande forza delle donne romane che ingoiarono le lacrime per i figli, i mariti, i nipoti ed i parenti caduti nella battaglia di Canne e della loro battaglia e determinazione nel rigettare le leggi volute, contro di loro, da un certo Catone il Censore. Ma ti voglio dire di una regina che col suo fascino irretì un condottiero Romano.

La quarta
Sono passati tanti e tanti anni. La Repubblica andava avanti tra alti e bassi. In Egitto governava una bellissima donna di nome Cleopatra. Lei era talmente affascinante che fece innamorare di sé un grande condottiero romano di nome Antonio.
Costui lasciò la moglie Ottavia che abitava a Roma e se ne andò in Egitto. Lì voleva creare un nuovo Stato per sé e per i suoi figli avuti da Cleopatra. Ma ciò suscitò le ire e le apprensioni del suo rivale Ottaviano che invece era rimasto a Roma. Ovviamente non poteva non scoppiare una guerra che si concluse con la battaglia di Azio e con la vittoria di Ottaviano.
Da questo momento in poi al posto della Repubblica sorse prima il principato e poi l’impero Romano che durarono per più di 400 anni. Durante questo periodo vi fu, all’interno dell’Impero, sostanzialmente un lungo periodo di pace. I commerci fiorirono e con loro anche il benessere. Ogni città aveva il proprio teatro, anfiteatro e le terme. I mari erano tranquilli, non infestati dai pirati. I bimbi andavano a scuola ed anche i costumi e le usanze divenivano più… gentili (proprio da gens che era in origine il nome delle famiglie romane). Si cercava di essere più umani con gli schiavi, con gli orfani, con i poveri. In questo contesto potette diffondersi anche la nostra religione che ha dato un così valido contributo alla nostra civiltà. Tutto questo grazie ad una donna affascinante quale fu Cleopatra.

La quinta
Da tanti anni esisteva l’impero romano. Ma anch’esso come tutte le cose era destinato a cadere. Vi erano state, in tutti questi anni, molte mutazioni. Il potere degli imperatori era divenuto instabile. Addirittura Roma non era più il centro dell’Impero né tanto meno la capitale. In oriente era stata ampliata un’antica città di nome Bisanzio che aveva preso il nome di Costantinopoli perché fatta abbellire ed ampliare dall’imperatore Costantino: oggi si chiama Istanbul. In Italia la capitale era stata trasportata prima da Roma a Milano perché era una città che stava più vicina ai confini e poi siccome era divenuta insicura per l’invasione di alcuni popoli del nord chiamati comunemente Goti o barbari essa era stata trasportata a Ravenna una città che stava vicino al mare ed era circondata da paludi, quindi ben difendibile. Ad un certo punto il potere fu preso da una donna che si chiamava Galla Placidia. Era una donna forte. Aveva vissuto una vita intensa e pericolosa. Era stata prima tra una popolazione barbara: i Visigoti, poi si era dovuta districare tra vari imperatori, fuggendo di qua e di là. Ma voleva che al trono succedesse suo figlio Valentiniano III che era piccolo. Governò con mano ferma, barcamenandosi tra imperatori e generali, tra amici e nemici. Ma lei aveva capito che l’impero era al capolinea: non c’era molto tempo. Per questo, nella cupezza dei tempi, ci ha regalato una bella speranza: ci ha invitato a guardare verso l’alto: verso le stelle ed oltre. La volta del suo mausoleo (quello che avrebbe dovuto essere la sua tomba), infatti, è costellata di stelle luminosissime che rischiarano da millenni il nostro cammino il quale dura una frazione di secondo rispetto al loro. Ma esse ci invitano a sperare sempre in un futuro migliore perché rischiarano la notte buia. Non appena ne avremo facoltà, te le farò vedere.
– Quando, nonno?
– Quando esse non saranno offuscate dalla luce artificiale che pervade tutto.

Rimaniamo assorti. Lui con i suoi pensieri… a me la mente corre quando, bambino, alzavo lo sguardo e, affascinato, ammiravo le stelle nel buio della “bianca curteglia” di nonna Tummetella ai Conti…
Belle e diverse come le donne.
Pasquale

 

Note
(*) Complesso museale di Santa Maria della Scala, Siena – La “Fonte Gaia” (fontana monumentale di Siena, situata in piazza del Campo) venne decorata da una serie di rilievi scultorei – tra cui le figure di Acca Larenzia e di Rea Silvia – commissionati nel 1409 a Jacopo della Quercia e completati dieci anni dopo, nel 1419 (per approfondimenti, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Fonte_Gaia )

(**) Il ratto delle Sabine, compiuto da Romolo, poco dopo la fondazione di Roma del 753 a.C. Dipinto di Pietro da Cortona. 1627-1629

(***) Le ultime due immagini. Volto ritenuto di Galla Placidia e il soffitto del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

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