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Il tempo di Bettino (2)

di Pasquale Scarpati

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Per la puntata precedente, leggi qui

Se, come dice il Manzoni “Del sen di poi son piene le fosse” non bisogna prendersela con il passato o per meglio dire con questo o con quello, ma bisogna rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare agli errori fatti da noi tutti. Qualcuno ha detto: “Chi è senza colpa scagli la prima pietra!” – Parole sante! (appunto).
I figli hanno trovato quello che abbiamo fatto e disfatto e lo usano tranquillamente.

La classe politica dirigente avrebbe dovuto tenere sotto controllo, avrebbe dovuto discernere tra Enti utili ed enti inutili. Ma chi si permetteva di fare ciò? Avrebbe sicuramente perso i consensi (allora come adesso). Non tanto i big, quanto il loro entourage ramificato dappertutto. E non parlo soltanto di quelli che governavano ma anche di quelli che erano all’opposizione di sinistra a cui, per avere più peso a livello internazionale, a mio avviso, si dava facoltà di avere una nutrita base elettorale: sempre pronti a sovvertire i governi, ma senza mai riuscirci. Anche loro, infatti, avevano ramificazioni in ogni settore. Pertanto nei confronti degli alleati, non si andava a chiedere l’elemosina, come asserisce qualcuno, ma si metteva sul piatto della bilancia oltre alla posizione strategica della Penisola anche il peso del partito comunista.

Comunque il sorpasso sembrava a portata di mano: era temuto per quegli eventi imprevedibili della storia. Ma ciò non avvenne mai.

La D.C. del tempo, dilaniata al suo interno da vari gruppi e gruppetti – fanfaniani. andreottiani, morotei, dorotei, proposta, peones ecc. – non guardava soltanto alla sua destra (P.L.I. e P.R.I) dove erano erano rimasti “quattro gatti”, ma allungava a sinistra il suo occhio, secondo i dettami del defunto Aldo Moro che aveva parlato di “convergenze democratiche” o, secondo alcuni, di “convergenze parallele” tendendo la mano prima al P.S.D.I e poi al P.S.I. facendoli entrare nel gioco del governo.
Si tentava così di arginare l’emorragia di voti e blandamente si accarezzava chi della sinistra era un moderato e si era staccato dall’estremismo comunista.
La sinistra, poi, “temendo” (sic!) che il partito comunista diventasse partito di governo, si era divisa, a sua volta, in frange ancora più a sinistra (Radicali e P.S.U.P.) che rimanevano fuori da ogni gioco politico alla stessa stregua, dall’altra parte, dell’M.S.I.
Questo sommariamente il quadro politico-economico.

Ma la nostra era un’economia debole, non fondata su solide basi ma su basi aleatorie (il mattone soprattutto) che prima o poi mostrano la loro debolezza intrinseca.
A questo si aggiungevano altri due importanti fattori che ancora oggi persistono:
– la mancanza di prospettiva a lungo raggio che si concretizzasse, tra l’altro, in opere utili e soprattutto portate a termine in poco tempo (quante ne sono rimaste incompiute o mai utilizzate);
– la mancanza di fondi per l’innovazione, per la ricerca e la solita, atavica, disparità tra Nord e Sud. Mancanza di fondi dovuta non alla penuria di denaro ma al suo dirottamento verso “inezie” tese a soddisfare bisogni temporanei o a sostenere gli Enti che in quel periodo sorgevano dappertutto.
Il Sud, nonostante avesse avuto personalità eccellenti (ad esempio lo stesso don Sturzo o Salvemini o altri che non cito) era stato da sempre condannato ad essere un serbatoio di manodopera (intesa anche in senso lato. Penso, infatti agli insegnanti che andarono a lavorare a Nord perché lì le persone avevano altri sbocchi di lavoro e snobbavano l’insegnamento) e manovalanza.

L’arrivo della nave Vlora nel porto di Bari, l’8 agosto 1991; leggi qui su Il Fatto quotidiano

Detto per inciso, quando accadde l’imprevedibile e cioè l’afflusso di gente che veniva dai Paesi che erano stati al di là della cortina di ferro (chi non ricorda la nave stracarica di albanesi che approdò sulle coste pugliesi nel 1991?), qualcuno (Bossi) cominciò a parlare di “Roma ladrona” e a dire di volersi separare dal resto d’Italia perché il Sud era parassita.

Quando, invece, si potrebbe asserire il contrario: il Nord ha decollato spesso a scapito del Sud (protezionismo doganale) e sfruttando la manodopera del Sud. Questa non era, però, una novità: già nel XIX secolo i suoi antenati avevano detto la stessa cosa nei confronti del governo austriaco, nonostante questo fosse piuttosto efficiente per quei tempi e migliore di quello degli staterelli in cui era stata suddivisa la Penisola.

Ma le regole economiche non guardano in faccia a nessuno e grosso modo sono sempre le stesse! Cambia soltanto il modo di porgerle! Così come l’unità d’intenti che oggi si declama davanti a tutti mi sembra soltanto di facciata. Perché, ad esempio, non so come facciano a coesistere due visioni differenti dello Stato: una accentratrice e l’altra che vuole una larga autonomia delle regioni. O le idee sono cambiate e quindi labili, o se ne deve fare a meno, oppure può succedere un parapiglia. Non esiste mediazione a meno che non si voglia disgregare tutto. Ma da tutte le parti mi sembra che si navighi a vista oppure non si guarda oltre la punta del proprio naso.

Dunque ad un certo punto qualcuno notò che tutto questo “ben-godi” non era più sostenibile a causa del debito eccessivo e della debolezza strutturale dell’economia. Inoltre per effetto del dissolvimento del comunismo paventava che sarebbe venuto a mancare anche quel valido supporto economico delle altre Nazioni. Non aveva tutti i torti.
Infatti la posizione strategica dell’Italia si era notevolmente indebolita: non aveva più ragione di essere. Non a caso dopo un po’ di anni gli U.S.A. decisero di chiudere alcune basi militari con grave danno economico della popolazione locale. Come i bimbi che imparano a camminare con le loro gambe così noi avremmo dovuto sollevarci e proseguire con le nostre. Gli altri ce l’hanno fatto capire e ci hanno indicato la strada, ma noi speriamo sempre nel Buon Dio e nella Provvidenza.

Francesco Cossiga (qui con Bettino Craxi) è stato l’VIII Presidente della Repubblica Italiana, dal 3 luglio 1985 al 28 aprile 1992

Per prima cosa però bisognava rimuovere o per meglio dire rinnovare la vecchia classe dirigente. Ma ciò risultò impossibile perché era saldamente abbarbicata e radicata sul territorio con i suoi apparati. Allora qualcuno escogitò di far intervenire un ente esterno alla politica: la magistratura. La quale ancora oggi mi sembra che regga le sorti della Nazione.
A dire la verità il Presidente delle Repubblica Cossiga ci aveva provato, sia con le sue “picconate”, sia nominando Andreotti senatore a vita. Pensando che, togliendolo dalla competizione elettorale, non ricevesse più molto consenso. Niente di tutto questo: gli andreottiani ottennero lo stesso un gran numero di voti. Così gli altri big dei vari partiti. Ma chi, senza una valida alternativa, avrebbe votato per un reale rinnovamento? Chi avrebbe tradito coloro che fino a quel momento elargivano il “pane”? Con quale prospettiva?

Vista quindi l’impossibilità di rinnovare la classe politica qualcuno decise che questi politici dovessero andare a casa. Si sa, il popolo è sensibile a certe cose. Lo stesso popolo che fino a quel momento li aveva votati, si schierò contro di loro anche senza una valida alternativa perché tutto successe in poco tempo e all’improvviso. In questo quadro si inserì il Cavaliere che decise di scendere in campo, con tutta la sua potenza “eterea”, quale alfiere dei moderati di centro, di destra e di sinistra. A sua volta anche il partito comunista, uscito “vergine” da tangentopoli, capì che non era più il caso di stare sulle barricate ma che per avere la possibilità ( che inopinatamente si era aperta) di governare, avrebbe dovuto prendere la via del “ moderatismo”.
Ma ciò avvenne dopo “Tangentopoli”…

[Il tempo di Bettino (2) – Continua]

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