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Il buio dell’animo umano

proposto da Sandro Russo

.

Su Robinson, il supplemento de la Repubblica di due settimane fa dedicato all’Olocausto, avevo letto una anticipazione dal libro di Stefano Massini (in libreria dal 21 gennaio, edito da Fandango).
Letto, colpito e affondato. Messo da parte perché troppo duro.
Però poi è continuato a venirmi in mente… E questo è (di solito) il momento di rileggerlo ed eventualmente farlo conoscere.
Riporta un dialogo (immaginario) tra il “funzionario” nazista Adolf Eichmann
(*) e l’intellettuale ebrea Hannah Arendt (**), un viaggio alle radici del male; l’inchiesta sul momento in cui la malvagità si trasforma in efferato sadismo.

Micha Bar- Am/ Magnum photos/ Contrasto

Schede sintetizzate da Wikipedia

(*)Otto Adolf Eichmann (Solingen, 1906 – Ramla (Israele), 1962] è stato un militare, funzionario e criminale di guerra tedesco considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista.
Sfuggito al processo di Norimberga (1945-’46), si rifugiò in Argentina, dove venne individuato e rapito dal Mossad per essere processato in Israele e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità.
Il processo Eichmann del 1961, a quindici anni da quello di Norimberga, fu il primo processo a un criminale nazista tenutosi in Israele.

(**)Hannah Arendt (Hannover, 1906 – New York, 1975) è stata una politologa, filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense in seguito al ritiro della cittadinanza tedesca nel 1937. Hannah Arendt descrisse Eichmann, con una frase poi passata alla storia, come l’incarnazione dell’assoluta banalità del male.
[Schede sintetizzate da Wikipedia]

Dalla scheda su “Amazon” del libro di Massini

Nel 1960 viene arrestato in Argentina Adolf Eichmann, il gerarca nazista responsabile di aver pianificato, strutturato e dunque reso possibile lo sterminio di milioni di ebrei. Dai verbali degli interrogatori a Gerusalemme, dagli atti del processo, dalla storiografia tedesca ed ebraica oltre che dai saggi di Hannah Arendt, Stefano Massini trae questo dialogo di feroce, inaudita potenza.
Il testo è un atto unico, un’intervista della stessa Arendt a colui che più di tutti incarna la traduzione della violenza in calcolo, in disegno, in schema effettivo. In un lucidissimo riavvolgere il nastro, Eichmann ricostruisce tutti i passaggi della sua travolgente carriera, dagli albori nella piccola borghesia travolta dalla crisi fino all’ebbrezza del potere, con Hitler e Himmler raccontati come mai prima, fra psicosi e dolori addominali, in un tripudio di scuderie, teatri e salotti.
Da una promozione all’altra, in un crescendo di poltrone, prestigio e denaro, si compone lentamente il quadro della Soluzione Finale, qui descritta nel suo aspetto più elementare di immane macchina organizzativa: come si sperimentò il gas? Quando fu deciso (e comunicato) l’inizio dello sterminio? Come si gestiva in concreto l’orrore di Auschwitz?
Ed ecco prendere forma, passo dopo passo, una prospettiva spiazzante: Eichmann non è affatto un mostro, bensì un uomo spaventosamente normale, privo di alcun talento se non quello di trarsi d’impaccio, capace di stupire più per la bassezza che per il genio.
Incalzato dalle domande della filosofa tedesca, egli si rivela il ritratto squallidissimo dell’arrivismo, della finzione, del più bieco interesse personale, ma niente di più. È mai possibile che l’uomo più temuto da milioni di deportati, il cui solo nome incuteva terrore, fosse un essere così vicino all’uomo medio? Contraddittorio, superficiale, perfino goffo, Eichmann assomiglia a noi più di quanto si possa immaginare. Ma è proprio qui, in fondo, che prende forma il male: nella più comune e insospettabile piccolezza umana.

Estratto da Robinson n° 163, del 18 gennaio 2020
Hannah e Eichmann Alle radici dell’odio

di Stefano Massini

Lei è Arendt, la grande intellettuale ebrea. Lui è il comandante SS che organizzò la Soluzione Finale. Lo scrittore immagina, per il teatro, un dialogo che non c’è mai stato. Ve lo anticipiamo

Buio.
Sullo sfondo si sentono rumori di treni, ferraglia.
E ancora: grida umane, pianti.
Scoppi di fucile, mitragliatori.
È una sequenza spietata, lancinante.
A tratti assordante.
Poi tutto svanisce lentamente.
Resta solo un lungo silenzio mortale.
Si alzano le luci su uno spazio neutro, illuminato da luci al neon. Potrebbe essere un bunker, o una stanza da interrogatori.
O forse, semplicemente, un luogo inesistente.
A destra è seduto lui, Eichmann, di spalle, avvolto nel fumo di una sigaretta. Non lo vediamo in viso, sentiamo solo le sue parole, scandite nel fumo.

EICHMANN
C’erano altre vie.
Silenzio. Aspira la sigaretta. Tossisce.

EICHMANN C’erano altri modi, l’ho sempre pensato.
Silenzio.

EICHMANN
Potevamo prenderli tutti e spostarli nel Madagascar. Non è un posto a caso: avevo già pronto il piano. Le navi. Tutto studiato. Tutto predisposto.
I dettagli. Era una soluzione idonea. Più che idonea.
Un’isola. Lontana. Buon clima. Bel paesaggio.
Avremmo risolto il problema.

EICHMANN
Oppure c’era l’ipotesi polacca, la studiai io stesso: trapiantarli tutti in una specie di piccolo stato ebraico, a Nisko, fra Lublino e Cracovia. Rispetto al Madagascar c’erano aspetti più semplici da gestire.
Sarebbero stati autonomi. Loro leggi, loro cultura. Dove stanno? Là. Niente morti, niente rumore. E oggi non saremmo qui.
Silenzio. Aspira la sigaretta.

EICHMANN
Sottoposi i progetti ai piani alti, ne parlai almeno tre volte. Non vollero saperne.
A questo punto si alza sulla sinistra una figura femminile. Mezza età. Capelli scuri. Un abito ordinario.
In silenzio percorre alcuni passi nella stanza.

HANNAH
C’è qualcosa che voglio raccontarle. Nel 1933 successe un fatto, in Russia. Due funzionari — si chiamavano Jagoda e Berman — insomma quei due si presentarono da Stalin. C’era un problema da risolvere. Anzi un doppio problema: i contadini rimasti senza terre, e le carceri piene di criminali.
Sa che c’è? Jagoda e Berman — o come si chiamavano, non fa differenza — credo che quel giorno sorridessero. Io almeno sorrido, quando sento di avere una soluzione, per qualunque cosa. Quando persi le chiavi di casa e mi riuscì di far scattare la serratura della finestra, giuro che sorridevo.
Tant’è.
Silenzio.

HANNAH
Dicevo? Ah sì: pare fu il compagno Jagoda a prendere la parola: “Abbiamo un progetto.
Una colonna di treni. Dalla stazione merci di Mosca. E un’altra da Leningrado.
Le riempiamo.
Piene zeppe. Tutti i contadini rimasti senza terra, con le famiglie. E insieme a loro, i criminali.
Assassini. Stupratori. Dentro, tutti: nei vagoni”.
“E poi?”, chiese Stalin. “Poi tutti a Tomsk.”
E sorrisero tutti, credo. Tomsk è un posto in Siberia. Ci fa un freddo terribile a Tomsk, ma se ti ci metti d’impegno qualcosa riesci a coltivare. Poi gli animali.
E sennò c’è sempre il legname. Insomma, l’idea era semplice: “Prendiamo tutti quelli che qui sono un problema, e li spostiamo come un pacco a Tomsk.” Stalin ci pensò un po’ su. Non molto. Poi pure lui sorrise. Mise il timbro. E firmò.
Silenzio.

HANNAH
Il 18 maggio del ’33 arrivarono in cinquemila, in Siberia. Le donne, i bambini. I carcerati con loro.
Sembrava tutto perfetto. Tutto studiato. Tutto predisposto. I dettagli. Ma accadde qualcosa.
Qualcosa su cui solo lei e quelli come lei, Eichmann, possono darmi un’idea. Spiegarmi. Perché da sola non me lo spiego. Potevano lasciare quella gente a Tomsk, proprio come lei voleva lasciare noi in Madagascar o in quel cavolo di posto polacco. Invece no. Alcune migliaia le buttarono su un’isola, in mezzo a un fiume. Non c’era ragione per farlo, nessuna ragione. Ma lo fecero.
Vollero farlo.
Silenzio.

HANNAH
L’isola si chiamava Nazino. Li ammassarono lì, senza cibo, né acqua. Dopo tre o quattro giorni cominciò la strage. Si mangiarono l’un l’altro. Sì: cannibali. E morirono, in migliaia. Le guardie, i funzionari non mossero un dito. Stavano lì, a guardare.
Silenzio.

HANNAH
Erano gli anni — esatti — in cui lei cominciava a lavorare alle SS. Mi ha colpito, sono sincera. Mi ha fatto pensare. Non alle colpe, no. Non è questo.
Dove comincia — e perché comincia — il male.
Ci sarà un momento, preciso, in cui prende forma. O no? Deve esserci. Tutto ha un inizio.
Quell’attimo — impercettibile — in cui si passa dal nulla al qualcosa. È questo che cerco io, da lei.
Eichmann a questo punto si volta. Lo vediamo per la prima volta in viso. È un uomo di cinquant’anni, con uno spesso paio di occhiali.
Magro, il viso leggermente scavato. Ma ciò che colpisce è la sua assoluta posatezza. E quel modo di comportarsi dimesso, che lo fa sembrare un impiegato di quarto livello, o il bibliotecario stanco di una scuola di provincia.

EICHMANN
Quando mi avete arrestato, in Argentina, ho passato sette giorni in una cella. Alla porta c’era fissa una guardia. Credo per paura che mi uccidessi.
Un pomeriggio, nel corridoio, passò sul muro una lucertola. La guardia la fissò. Poi a un tratto afferrò un bicchiere, lo capovolse, lei scappò ma lui riuscì a bloccarcela dentro, contro il pavimento.
E la tenne lì: chiusa. Non per poco tempo: per ore. La guardò morire, capisce? Come quei russi in Siberia.

HANNAH
E come fece lei, Eichmann.

EICHMANN
Non comandavo io in Germania.

HANNAH
Lei è l’uomo che ha messo in piedi tutto quanto.

EICHMANN
Erano ordini. “L’unico onore è non tradire mai.”

HANNAH
Era questo il suo motto?

EICHMANN
Non sono parole mie. Ma le ho rispettate, fino in fondo.

HANNAH
Fino in fondo, certo.

EICHMANN
“L’unico onore è non tradire mai”.

HANNAH
La Soluzione Finale è una sua creatura.

EICHMANN
Mi chiamo di nome Adolf, come Hitler. Ma non era Eichmann il Führer.

HANNAH
Quindi non ha colpa? Non sta a me dargliela per forza: non sono un giudice, questo non è un Tribunale. Ne risponderà a loro. A me interessa altro, gliel’ho detto.

EICHMANN
A Buenos Aires io ero chiuso in cella, la lucertola nel bicchiere. Se la guardia fosse stata libera di uccidermi — se non fossi stato Eichmann — mi avrebbe guardato soffocare esattamente come la lucertola.
Non per cattiveria. Fa parte dell’uomo.
Fa parte di me, fa parte di lei. Per paura della morte, la osserviamo. Per controllarla. Per chiamarla per nome. Lei parla del “male”: non esiste il male, esiste solo la paura di incontrarlo.

HANNAH
Lo faccia stabilire a me. Io ho bisogno di capire chi era lei prima di diventare Eichmann.
Cosa vuol sapere?

HANNAH
Tutto.

EICHMANN
La ascolto: chieda pure.

HANNAH
Quando è nato.

EICHMANN
Era il 19 marzo del 1906. Le cinque del mattino. A Solingen.

HANNAH
Dove si trova?

EICHMANN
In Renania. Ci fanno i coltelli, a Solingen.
Le forbici. Se non vado errato, pure i bisturi per le operazioni. Ha presente quando vedi luccicare le lame del chirurgo, e ti raccomandi a Dio per risvegliarti vivo? Ecco. Le lame le fabbricano là. Preghi Dio, ti metti nelle sue mani.
In realtà tutto dipende da un pezzo di metallo fabbricato da tre operai tedeschi. Che per giunta, magari, l’hanno forgiato bestemmiando.

HANNAH
Lei crede in Dio, Herr Eichmann?

EICHMANN
In Dio no. In un Dio, sì.

HANNAH
Quale Dio?

EICHMANN
Un essere superiore.

HANNAH
Superiore a chi?

EICHMANN
A me, a lei. A tutta questa porcheria che chiamiamo mondo. Un posto piccolo. Misero. Con dentro gente misera, convinta che Dio sia un barattolo di miele. Zucchero e bontà, amore fraterno e ghirlande di fiori. Sceneggiate.

HANNAH
Adolf Hitler amava le sceneggiate. Parate militari come cerimonie. Lui sull’altare. Come Dio.

EICHMANN
Sceneggiate, appunto.

HANNAH
Non esiste Dio, non esiste Hitler.

EICHMANN
Esiste qualcosa di potente, di più potente di me, di lei e di Hitler. Lo chiami Natura, se vuole, lo chiami Dio, conta quel che conta. Tiene le redini di tutto, Frau Arendt. E questo naturalmente ha un prezzo.

HANNAH
Quale prezzo?

EICHMANN
Che non c’è il bene e non c’è il male. C’è solo quello che va fatto.

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