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L’amore, l’odio e la paura. La toponomastica secondo me

di Pasquale Scarpati

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Sono tre i sentimenti che, a mio avviso, ci governano. Il primo è quello che l’Ariosto definiva “sentimento pazz0”. Ma anche gli altri due non sono da meno. Il primo a sua volta si scinde in due parti: quello che alberga dentro di noi ed in noi rimane e quello che si estrinseca e ci fa desiderare la cosa/persona amata. Quanto più Esso penetra nell’animo, tanto più vi rimane impresso come un “fermo immagine” ingrandito. Se, però, il desiderio rimane insoddisfatto si può generare l’odio o l’avversione. Da questi due sentimenti contrastanti nasce la paura. Paura di perdere ciò che si ha, paura di perdere ciò che si vuole. Spesso è quest’ultimo sentimento che ha retto le sorti delle genti. Quante volte infatti per paura di… si è fatta o non si è fatta una cosa sia nel piccolo che nel grande.
Il duce ad esempio, per paura di perdere il treno della vittoria, si è tuffato in ciò che noi sappiamo. La paura a sua volta può generare l’indifferenza o il menefreghismo: è meglio farsi i fatti propri, altrimenti…..
Ma per non andare troppo all’infinito ritorno al canotto di Miniello, cioè alle piccole cose.

Dunque spesso accade che quando si sta all’opposizione si promettono mari e monti: si sta con tutti quelli che mugugnano, con gli insofferenti, con quelli che pensano di cambiare “l’Orbe terraqueo”; insomma con chiunque sta dall’altra parte della “barricata”.
– Praticamente strizzano l’occhio un po’ a tutti – ha detto Peppe ed ha aggiunto – Ora quello destro ora quello sinistro.
– Ora capisco – ha bofonchiato Rafèle –
– Che cosa? – gli abbiamo chiesto
– Ecco perché spesso a loro rimane un tic talmente nervoso da non vedere più bene oppure da perdere totalmente la vista!
Ci viene da ridere. Quelli che appoggiano le promesse, però, non si sa se lo fanno di proposito oppure ci credono veramente. Il più delle volte, a ben guardare o meglio ancora a ben “sentire” non si dice niente di preciso per cui quello che si proclama ai quattro venti va bene per “tutte le stagioni”.
Poi, raggiunto l’obiettivo di sedere sugli alti scranni, moltissime cose di cui si è parlato o di cui si è sbandierato, restano, per vari “accidenti”, nel “dimenticatoio”. Il più delle volte si addossano le colpe agli altri perché… Giove ci ha messo sulle spalle le famose due bisacce. Anche in questo caso, guarda caso, la colpa è, ancora una volta… di un altro.
Ciò è valido a tutti i livelli. L’amnesia mentale subentra a mano a mano che si salgono gli scalini.

– Eh già! – ha detto qualcuno – Salendo, si perdono i contatti con la base e poi, come in alta montagna di norma soffia quasi sempre un vento gelido, così, affrontando la salita, oltre alla terribile fatica, s’incontra un vento talmente impetuoso e freddo da non far capire più nulla. Quello fa dimenticare tutto ciò che si è detto o vi è stato in precedenza perché, intirizziti dal freddo, non pensiamo più a nulla se non a risolvere il problema di come possiamo riscaldarci per salvare la pelle!
Spesso, però, non c’è bisogno di salire molti gradini: ne bastano pochi. Ciò accade in tutte le parti anche tra le piccole comunità. Se si abita in un palazzone o reggia resta difficile ascoltare la voce di quello che dimora sul lato opposto, ma se si abita in un appartamento minuscolo, dovrebbe – dico dovrebbe – essere più semplice ascoltare la voce di chi convive con noi, a meno che non ci si ottura l’orecchio o lo si ha otturato da qualcosa (chissà!).
Oggi, però, con la moderna tecnologia ascoltare non dovrebbe essere difficile.

Spesso si parla del senso di appartenenza ad una comunità Questo senso si avverte soprattutto se la comunità è minuscola, come il piccolo appartamento. Un po’ come quando si sta in famiglia davanti al tepore di un caminetto: si parla, si discute, si ascolta ed eventualmente si prendono le decisioni. Detto per inciso questo lo aveva già ben capito F. D. Roosevelt, eppure era presidente non di un paesotto qualsiasi ma di una grande Nazione. Penso, pertanto, che non sia difficile coinvolgere una piccola comunità di cui tanto si parla. Ma questo si dice e si auspica se si rimane sul gradino più basso. Quando si comincia a salire, succede quello che ho scritto prima: il vento freddo, la fatica e la… paura fanno dimenticare tutto o quasi!

Non è difficile prima ascoltare e poi decidere specialmente quando si tratta di intitolare strade. Esso, infatti, a parte qualche considerazione “logistica” non comporta nulla di politicamente importante come potrebbe essere l’approvazione del bilancio o altro. O fa parte anch’esso della politica e del decisionismo strisciante che si fa strada – guarda un po’! – in chi sale gli scalini?
Trattandosi, infatti, di assegnare un nome ad una strada sarebbe stato bene e bello interpellare e/o coinvolgere anche via internet, in modo adeguato, quante più persone possibili tra i residenti. Sicuramente sarebbero apparsi altri nomi di Ponzesi doc che si sono distinti nell’ambito dell’imprenditoria sull’Isola e fuori dall’Isola o in qualsiasi altro ambito in ogni parte del Mondo.

Penso ai Pionieri che, con sacrificio e con coraggio, hanno gettato le basi dell’economia di cui l’Isola oggi fruisce, alle Persone che hanno educato generazioni, alle Persone che hanno curato il corpo e l’anima di generazioni, alle Persone che hanno sofferto il “mal di… mare”, alle Persone che istituendo anche una banda musicale locale ci hanno allietato o rattristato lungo le strade, alle Persone che, pur stando fuori dall’Isola, le hanno dato lustro.
Nulla contro quegli uomini illustri che hanno calpestato, sia pur per breve tempo ed in modo amaro, il suolo isolano. Essi, come meteore, sono arrivati e spariti in un breve arco di tempo, senza lasciare alcuna traccia tangibile o sensibile.
– Forse sarebbe bastata una lapide là dove soggiornarono – ha detto Tommaso ed ha aggiunto – Ma forse si ha la tendenza ad essere, come sempre, “esterofili!”.

Penso che oltre a quelli già citati e definiti dalla commissione, ce ne siano stati tanti altri da riempire tutte le strade ancora prive di nome e le altre che sono state “spezzettate”. O non ce ne sono? O a loro sono già state intitolate delle strade? Non so.
Mentre il nome degli uomini politici anche se illustri in futuro potrebbe essere cancellato perché subentra la parte avversa (è successo tante volte), il nome di coloro che hanno ben operato per la comunità rimarrà a futura memoria.
– E a tal proposito – ha detto di nuovo Tommaso – sarebbe bello che sulla targa ci fosse anche una breve nota esplicativa.
– In tal caso Luisa, Sandro e tutti quelli della redazione del Sito devono di nuovo riunirsi intorno ad un tavolo – è intervenuto Pasquale.
– Perché? – gli hanno chiesto gli amici curiosi, già col sorriso sulle labbra.
Nulla di che: devono, semplicemente cambiare l’epigrafe: “Prima che il tempo cancelli le tracce…” – Ha aggiunto – Il tempo, infatti, non riuscirà più a cancellare le tracce. Esse rimarranno imperiture, scolpite nella pietra, ehm nelle strade. Una comunità quanto più è piccola tanto più deve trasmettere la storia di coloro che hanno contribuito tangibilmente, cioè concretamente, alla sua… storia.

Ci siamo lasciati capuzziando (scuotendo la testa).

Una strada sfortunata, a Firenze: vi si affacciavano due ospedali, uno per gli ammorbati, l’altro per gli infermi e gli orfani. In origine si chiamava via della Giustizia: vi si conducevano i condannati, in mezzo alle ingiurie e alle percosse del popolo, fino a oltre la porta della Giustizia dove erano innalzate le forche. Quindi: infermi, ammorbati, condannati… via dei Malcontenti è sicuramente il nome più adatto!

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