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La battaglia di Ponza del 1435. Un racconto documentato (1)

di Francesco De Luca

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Prima parte

4 agosto 1435, l’Italia è divisa in tanti staterelli: ducati, signorie, reami. Bocconi appetitosi per i sovrani europei con territori più vasti e a capo di popoli culturalmente in fase di amalgama. Con un intreccio di interessi dinastici e di potere, con una frantumazione di sovranità e con ambizioni accese. Dinastie quasi tutte imparentate ma ostili e litigiose all’inverosimile.

In questo ordito il re di Aragona, Alfonso, era signore anche della Sicilia e ambiva impossessarsi, attraverso parentele incrociate, del regno di Napoli.

Nel 1434 morì Luigi II re di Francia prima di accedere al diritto dinastico del regno di Napoli. Questo era retto dalla regina Giovanna, la quale dispose nel testamento che la corona passasse, alla sua morte, al fratello di Luigi. Renato d’Angiò così nel 1435 divenne re di Napoli.

Alfonso d’Aragona, cogliendo l’occasione che Renato d’Angiò fosse a Parigi, pensò di risalire dalla Sicilia e impossessarsi di Napoli. Qui, a difesa, trovò Gaeta e il suo fortilizio. Al comando c’era Francesco Spinola, inviato da Renato d’Angiò per predisporre la resistenza all’assedio.
Lo Spinola si dispose egregiamente alla difesa, tanto che venne acclamato Governatore della città.

Alfonso circondò da terra la fortificazione e tentò dapprima di fiaccare la resistenza armata. Da mare, con le navi bombardava, ma invano. Lo Spinola resisteva e, anzi, anche per mare riuscì ad infastidire con due navi i bombardamenti… L’ Aragonese allora giocò la carta della presa per fame. Alla città-fortino venne impedito il rifornimento via terra e ad alcuna nave fu data possibilità di approdo. I Gaetani furono ridotti allo stremo. Spinola poteva contare su 400 balestrieri e altrettanto soldati. In più c’era la popolazione civile. Per essa lo Spinola riuscì ad ottenere da Alfonso, non a torto chiamato il Magnanimo, di far evacuare dalla città i vecchi e i bambini. Lui rimase asserragliato nelle fortificazioni in attesa di rinforzi.

Renato d’Angiò

Da chi dovevano venirgli i rinforzi? Da Genova, dalla gloriosa potenza marinara di Genova. La quale si era fiaccata nella lotta contro i Visconti di Milano, di cui era serva e il cui duca, Filippo Maria, era in rapporti d’interesse con Renato d’Angiò. Il Duca convinse i Genovesi ad allestire una flotta, a riempirla di armati e di vettovagliamenti, e ad inviarla in soccorso di Gaeta.

Partì la flotta genovese al comando di Biagio Assereto. Costui non era un uomo d’arme e nemmeno esperto di mare, pur se aveva dato buona prova in scontri navali coi Fiorentini e coi Veneziani.  Era un notaio privo di manie di grandezza e di smargiasserie, ma  uomo pratico e scaltro.

Partì con la sua flotta raccogliticcia e contemporaneamente da Milano partì un messo del Visconti per avvertire Alfonso della spedizione di Assereto.
Perché questo voltafaccia di Filippo Maria Visconti? Perché il Duca sa della superiorità del naviglio aragonese e preferisce pararsi per una eventuale disfatta.

La flotta di Assereto trovò sbarrata l’ accesso a Gaeta dalla flotta aragonese. Gaeta è a levante, l’arcipelago ponziano è a ponente. 4 agosto 1435 ore 12. Il levantuolo, alzatosi sul far del mattino è nel suo massimo impeto. L’ Assereto prese coscienza della sua inferiorità. Lui utilizza 13 navi, tre galee (navi leggere), e 2400 soldati. Alfonso dispone di 5 cocche (navi pesanti), 14 navi, 11 galee e 13.000 combattenti. Decise allora di chiedere ad Alfonso di fargli scaricare le vettovaglie, dopodiché le navi sarebbero ritornate indietro. Nessuno scontro ci sarebbe stato.

Presso gli spagnoli circolava arroganza e cinismo. Sanno che Biagio Assereto è uomo di penna e non di spada, e dal messo inviato presso l’ammiraglia genovese l’Aragonese viene a sapere che i soldati genovesi sembrano più contadini e ancora che le navi sono cariche di anfore e di grossi recipienti, poche palle di cannone.

Alfonso non acconsentì. La superiorità era talmente evidente che non ci sarebbe stata storia. E poi… che fa quell’Assereto? Si priva di tre navi che lasciano la flotta per dirigersi su Ponza. Nell’ex notaio brilla una strategia d’attacco.

L’Assereto parlò chiaro all’equipaggio. Sull’ammiraglia di Alfonso ci sono principi, duchi, signori di gran potere e di ingenti ricchezze. Quella battaglia sarebbe stata decisiva per le loro tasche. Il bottino sarebbe stato considerevole. E il riscatto … altrettanto.

Le flotte si affrontarono. Il levante spirava da terra e per i genovesi favoriva più la fuga che l’attacco. Per cui sarebbe stato salutare per i soldati appiattarsi sul ponte delle nave per sfuggire alle balestre, e aiutare le navi in difficoltà  rimorchiandole lontano dalle navi nemiche, in direzione di Ponza. Erano favorite in questo dal levante che spingeva verso le isole.

La lotta durò fino alle prime ore pomeridiane, perché poi la forza del vento scemò e subentrò una leggera brezza da ponente. In agosto ciò avviene verso le 17, in mancanza di perturbazioni. E’ un ponentuolo leggero, in dialetto chiamato freschéra, perché offre sollievo al caldo del giorno.

Quel ponentuolo portò in evidenza le tre navi genovesi che, dopo aver circumnavigato Ponza, rispuntarono da nord. Le navi aragonesi si trovarono così in mezzo a due fronti. In quello da sud si agitavano le navi con l’Assereto. Esse, godendo del favore del vento, passavano fra i legni aragonesi gettandovi vasi pieni di cenere e di calce viva. Sui ponti dalle terrecotte rotte si alzavano nuvole di materiale urticante per gli occhi. Il vento soffiava, spandeva il materiale imbarazzando i movimenti dei marinai spagnoli. I Genovesi non erano toccati perché avevano il vento alle spalle.

Le navi spagnole cominciarono a muoversi con disordine. I marinai furono indotti a lasciare le armi e a stropicciarsi gli occhi, arsi di cenere e di calce. Si muovevano a capriccio danneggiandosi fra di loro, mentre il naviglio genovese, muovendosi alle spalle, da nord e da sud, le tenevano in un gioco disastroso. Una delle navi genovesi da nord urtò con la ruota di prua la fiancata della nave ammiraglia col re Alfonso a bordo. Il colpo squartò lo scafo. L’immane carico che portava si riversò sulla fiancata squarciata inducendo l’acqua ad imbarcarsi.

Fu impossibile porvi rimedio per cui il Re e il suo seguito si portarono sul ponte più alto. C’è il Re, c’è il fratello re di Navarra, c’è l’altro fratello l’Infante d’Aragona, c’è il gran maestro di S. Iacopo, il Duca di Sessa, il Principe di Taranto, Meneguccio dell’Aquila capitano di ventura con 500 lancieri.
L’ammiraglia si inclinò, le galee genovesi le si avvicinarono, mentre quelle spagnole furono tenute a distanza dalle navi dell’Assereto.

Gli spagnoli videro che il re è perduto, non sanno cosa fare perché nessun ordine perviene.
Alla resa dell’ammiraglia si arrese tutta la flotta. Dopo dieci ore di combattimento, alle 10 di sera il contrasto si placò. Una sola nave spagnola sfuggì ai genovesi e prese il largo.

Nel mare d’intorno  – narra il letterato Ciriaco d’Ancona all’amico Francesco Scalamonti, un mese dopo la battaglia  –  “…per uno stratagemma dei Genovesi, avresti potuto vedere levarsi tra le navi del re, per tenere a freno i soldati inesperti di combattimenti navali, nubi fumose e caliginose di calce sparsa e globi di fiamme. Poi avresti potuto scorgere soprattutto, spettacolo miserevole, navi squassate, battute e spezzate dalla violenza delle cannonate e semi-sommerse dalle onde, e infine marinai naufraghi andar giù attraverso le onde, tra i banchi e i remi e gli scudi, e cadaveri ondeggiare tra i flutti rosseggianti di sangue ”.

 

[La battaglia di Ponza del 1435. Un racconto documentato (1) – Continua]

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