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La statuina del santo

segnalato da Sandro Russo

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Il primo amore non si scorda mai… così non manco (quasi) mai, ogni settimana, di scorrere Mag-O, il Magazine di Omero, la mia vecchia Scuola di Scrittura (ma tuttora in attività). La sorpresa questa volta è stata trovare un racconto che può interessare anche i nostri lettori, dello stesso autore – Marcello Aleandri – di cui abbiamo letto qualche settimana fa L’ultimo giorno da bambino.
Questa volta ci racconta di un’isola vulcanica in un mare che è anche il nostro, di tradizioni religiose e fede popolare, e della stessa enorme fatica di doversi lasciare qualcosa alle spalle per diventare grande.

Buona lettura

La statuina del santo
di Marcello Aleandri – da I racconti di Omero del 16 ott. 2019

Sull’isola c’era una specie di confraternita religiosa, come un’accolita o una pia unione.
Avevano in custodia la statuina del Santo protettore del paese, e ognuno di loro, una volta sola nella vita, poteva mettersi in una lista e avere l’onore di ospitarla e venerarla in casa per un anno intero.
Capitava così che ora toccasse a mio padre e da un giorno all’altro c’eravamo ritrovati in mezzo alla confusione dei preparativi, con la casa rivoltata neanche fosse il cantiere di una ferrovia.
Io mi tenevo fuori da quell’ansia, trovandomi sempre qualcosa da fare, che fosse pulire l’aia, girare i graticci di zibibbo, tirare su le foglie secche di limone e arancio, scavare le conche delle viti nella vigna, raccogliere il letame delle pecore. Tutto, tranne che occuparmi dell’arrivo del Santo.
Non mi attraeva nulla di quell’usanza: la devozione, le preghiere, i rituali. I miei mi guardavano di traverso quando ne parlavo e mia madre qualche volta s’era fatta pure il segno della croce. Ma io la pensavo così; la venerazione non era una cosa che mi riguardasse. Poi, alla fine, arrivò la sera che portarono il Santo a casa, in groppa a tre cavalli marroni, dove due scortavano e in centro c’era il confratello uscente, con la statuina in una mano guantata e la briglia del cavallo nell’altra.
Pure se la festa sarebbe cominciata alla mattina dopo, mamma s’era messa lo stesso il vestito più bello, ricamato di pizzo nero lungo fino alle caviglie sottili e uno scialle sulle spalle col velo, sempre nero, a cingerle l’ovale del viso. Mio padre ugualmente impettito, a sudare nel doppiopetto grigio, la cravatta scura, la coppola di velluto verde intenso e i pantaloni negli stivali alti. Io, Rosalia e Nino, i tre figli in ordine decrescente di altezza e d’età presidiavamo l’ingresso della casa, nel tramonto rosso di luglio, col vento che ci soffiava in faccia il sale del mare e i petali dei capperi.
E la statuina, che sembrava di un oro finto, opaco, oppure consumato fu sistemata con mosse devote e piene di sussiego proprio al centro del tavolo di rovere della sala grande da pranzo. Mamma, incespicando nei merletti, distribuiva vino moscato freddo, ciambelle d’anice, fichi d’India e dolci di mandorla, poi tutti si congedarono ringraziando, che sarebbe stata una notte lunga, una notte di vigilia e preghiera, alla fine della quale una processione avrebbe portato la statuina sacra al crocifisso sulla cima della Montagna, in mezzo a salve di petardi e mortaretti così forti che sembravano i bombardamenti della guerra.

Facemmo una cena rapida, frugale, perché dovevano arrivare le vecchie del paese a vegliare il Santo nottetempo, e così mentre i miei si preparavano mi affacciai un attimo sulla soglia della sala vuota dove c’era la statua, al centro della tavola. Ci fissammo. Eravamo entrambi sospettosi e diffidenti l’uno dell’altra. Io, giovane scettico e privo di rispetto, la statuina invece più smaliziata, carica d’anni e di esperienza, avvezza agli sguardi, consumata dalle carezze e illanguidita dai baci dei fedeli. Il Santo rimaneva fermo, ancorato alla solidità legnosa della tavola di rovere. Io, attaccato allo stipite d’abete della porta, non osavo varcare la soglia. Nei mondi differenti che abitavamo, sembrava non ci fosse punto di contatto.
C’era questo silenzio stupito tra noi, non voluto ma inevitabile, una incomprensione che non si sarebbe sanata mai, come un amore imposto ma per niente condiviso. Alla fine, non ce la feci a sostenere oltre lo sguardo fisso, dorato e pieno di compassione del Santo. Mi girai, raggiungendo la stanza da letto che dividevo con mio fratello e mia sorella, proprio mentre dal viottolo di casa, dietro le palme, spuntavano le teste delle donne, velate di nero pure loro, che avrebbero vegliato il Santo in casa nostra, per tutta quella notte. Nino e Rosalia dormivano già, tra ragli e mugolii di sogno. Io ci provai, e c’ero quasi riuscito, fino a quando, in mezzo alla notte, mi svegliai di botto, col cuore in gola, tutto sudato, pieno di terrore, senza un incubo da raccontarmi, senza una mano che mi avesse svegliato scuotendomi le spalle.
Mi rizzai a sedere sul materasso a domandarmi perché. La finestra era aperta, spalancata sul buio tiepido dell’estate, e la luna schiariva appena l’intonaco grezzo delle pareti mentre veniva un vento di scirocco umido pieno di respiro di mare e alghe seccate sugli scogli a gonfiare le tende, a muovere i fili elettrici del lampadario, a spingere dentro la stanza i canti dei grilli, i richiami dei rapaci notturni, i fruscii dell’avena selvatica e delle foglie di alloro, gli odori aspri dei pomodori dell’orto, le beccate di qualche gallina insonne che girava sassi nel pollaio, i guaiti dei cani persi nelle rogge scoscese e perfino le grida lontane dei pescatori che in mezzo alla rada rincorrevano sull’acqua un branco di alici stordite dalla luce delle lampare.
E, improvvisamente, capii cosa mi aveva svegliato. Dalla sala da pranzo, dove io e la statuina del Santo c’eravamo osservati a lungo senza capirci, attraverso le mura e le fondamenta stesse della casa costruite a secco con le pietre del vulcano, ricoperte di gesso e pitturate con la calce viva, saliva sommessa, monocorde, la nenia notturna delle donne immerse nella preghiera al Santo.
Era come una nota bassa, ripetuta, ipnotica, prodotta da uno strumento ad archi, o da un organo, o una pianola. In mezzo riconoscevo soprattutto i nomi dei Santi, quello potente di Dio, le invocazioni, le esortazioni, le richieste di protezione, gli amen e immaginavo i grani dei rosari che scorrevano tra le dita ossute, e le pagine dei breviari girare nella notte calda, e ricominciare da capo le litanie, le promesse, i pentimenti, le confessioni e gli atti di dolore, le lodi alla Madonna, il ricordo dei morti in mare, gli affidi e le misericordie, i giuramenti, le flagellazioni, la croce di Cristo.
Immaginai la statua del Santo come rigenerarsi, immagazzinare tutte quelle voci, quelle implorazioni, assorbire la fede traspirata dalla pelle delle vecchie assorte nella preghiera e riformarsi viva di nuovo, pronta a sfidarmi ancora. E stavolta avrebbe vinto lui, il Santo, ne sono sicuro.
Cercai di riaddormentarmi, mi misi il cuscino sulla testa, andai sotto le lenzuola, mi tappai le orecchie, ma non ci fu nulla da fare. Era come se la casa fosse stata invasa da una radiazione insopprimibile che veniva dritta dal centro della terra.
Così arrivò l’alba, per fortuna. E come misteriosamente era cominciata, altrettanto bruscamente la preghiera s’interruppe. Sentii un movimento di sedie, vecchi corpi insonnoliti e spossati dalla veglia che si alzavano lentamente facendo gemere legamenti e articolazioni, tazze di caffè che si riempivano, dolci da colazione che passavano di mano in mano.
Noi tre ci lavammo e vestimmo in fretta, mentre fuori i rumori, le chiacchiere, le risate crescevano d’intensità. Così, per uscire passai davanti alla sala da pranzo.
Era ritornata la stanza di sempre, senza la statua, senza le sedie aggiuntive per le vecchie, sgombra dalle brocche di caffè, dai pasticcini secchi. Eppure, ci entrai e sentivo che qualcosa nella notte era successo. Qualcosa che l’alba e la luce del sole non avevano portato via del tutto. Era come se attaccato al soffitto o alle pareti fosse rimasto tutto quel pregato, tutta la cantilena della veglia, e fisicamente le parole, le lettere, stessero aggrappate agli interstizi della calce, in una stabilità precaria, col rischio di crollarmi addosso e uccidermi così, schiacciato da un peso immateriale e letale allo stesso tempo.

E stavo ancora imbambolato e impaurito dai miei stessi pensieri, quando la voce forte di mio padre mi chiamò, che c’era già una nota irritata, in mezzo. Uscii dalla sala guardando verso il soffitto, convinto che alla fine qualcosa mi sarebbe caduto addosso per davvero. Ma fu solo all’aperto, alla vista della gente del paese che s’era radunata lì fuori fin dall’alba, a quella della processione che si andava formando, alla trepidazione che si palpava con la mano, che mi resi conto del potere emanato dalla statua del Santo. E mi mancò il fiato, e per la forza che sentivo intorno mi si erano rizzati i peli sulle braccia. Perfino lo scirocco della notte s’era girato volentieri in un maestrale leggero, caricando di un turchese magico il cielo della mattina presto. Le nuvole, quelle poche che s’erano azzardate a comparire all’orizzonte, sembravano avere fretta di scappare e la luce era così forte che non serviva a niente chiudere le palpebre, che vedevi lo stesso attraverso il rosa della pelle e i capillari in mezzo. E le rocce della montagna, le pale spinose dei fichi d’India, il mare blu sullo sfondo, le viti basse a terra, le strade polverose, i muretti di pietra nera strappata al vulcano, i gatti spelacchiati. Tutto risaltava nella luce così nitida che era come se il sole si fosse avvicinato così tanto da poterlo toccare con le dita senza scottarsi.
E la processione.
In cima ci stava mio padre, sul cavallo più bello e addobbato di festoni, trine, fiocchi colorati, pennacchi sulle orecchie e piume sulla coda, che era stata strigliata e profumata. Sembravano i capelli di una donna. In una mano col guanto di cuoio fino marrone, papà teneva la statuina del Santo, l’altra reggeva la briglia. Sembrava la stessa scena della sera prima. Dietro di lui altri confratelli sui cavalli, meno appariscenti, senza i fronzoli della festa, e dietro ancora mia madre, Nino, Rosalia, le vecchie che avevano pregato tutta notte e gli altri abitanti del paese.
La processione vibrava, respirava, faceva piccoli movimenti serpeggianti, sudava.
Tutti aspettavano solo un cenno di mio padre per partire. Infine, mi chiamò e io lo raggiunsi. Il cavallo era alto, e dovetti alzare la testa e socchiudere gli occhi per guardarlo in faccia. Ma era l’effige del Santo che mi stregava. Come avevo immaginato, l’oro della statua s’era fatto più vivo e intenso rispetto alla sera prima della veglia. I raggi di sole gli strappavano riflessi così netti che parevano bagliori, come se ci fosse stata una lampada all’interno. Immaginai che la statua tutto ad un tratto diventasse rovente, e che cadesse dalle mani di mio padre. Anche lo sguardo del Santo era più penetrante, adesso. Non si poteva sostenere, per nulla. E infatti non lo feci.
– Andiamo, c’è un cavallo pure per te – disse mio padre.
– Non vengo, papà -» dissi. E si fece un silenzio totale.
– Che minchia dici, eh? Tu sei mio figlio maggiorenne – rispose lui, quasi scoprendo i denti. Qualcuno da dietro simulò un colpo di tosse.
– Non voglio venire fin lassù. Non me la sento.
– Sai che vuol dire per me questa cosa? Da quanto tempo mi sono preparato?»
– Lo so, papà. Ma è una cosa tua. Non la mia.
– Quindi non sali in montagna con me?
– Non salgo, papà.
Dalle file più dietro si levò qualche mormorio di disapprovazione, o d’impazienza. Mio padre mi guardò negli occhi a lungo, e in quello sguardo c’era dentro un fondo di rabbia, quasi di disprezzo. Poi alzò la mano dove teneva il Santo e la levò più in alto possibile per mostrare la statua a chi stava dietro. Altri riflessi dorati si sparsero intorno e quello fu il segnale che la processione poteva partire.

Rimasi a guardare mentre si allontanavano, coi raggi di sole che filtravano tra la polvere sollevata dagli zoccoli, l’odore dello sterco fresco dei cavalli, i passi strascicati dei vecchi e quelli leggeri dei ragazzi, il chiacchiericcio piano piano sostituito dal soffio del vento tra le persiane scolorite, il muggito leggero del mare, le prime cicale svegliate dal caldo, le mosche a ronzare sulla frutta marcita ai bordi della strada.
E allora corsi via facendomi scoppiare il cuore, giù, alla cala che conoscevo solo io, e sapevo che l’avrei pagata cara, che avrei strappato erbacce con le mani tutta l’estate, spostato pietre piene di nidi di scorpioni, piegato le fascine e dato da mangiare ai porci e non avrei bevuto il primo passito dell’anno, quello che sgorgava ambrato dalla botte e dava soldi e salute a tutta la famiglia.
E quando arrivai agli scogli neri che sembrava il vulcano li avesse eruttati appena allora, mi spogliai tutto nudo che nessuno mi poteva vedere e presi un respiro enorme e mi tuffai nell’acqua, che sembrava nera pure quella ma dentro era trasparente e luminosa e potevi vedere tutto solamente aprendo gli occhi.
E nuotai verso il fondo, tra le pareti di lava lisce come una lavagna, e scendevo, scendevo, senza mai toccare fino a che fu tutto scuro come fossi ancora dentro la pancia di mia madre e quando quasi finii il fiato, diedi un colpo di reni  e invertii la rotta, risalendo in superficie, verso il disco luminoso del sole che vedevo tremolare sotto l’acqua, e se c’erano meduse si sarebbero scansate, e se c’erano scogli infidi e taglienti li avrei frantumati, e proprio quando non avevo più fiato e pensavo sarei morto lì, con i polmoni pieni d’acqua e gli occhi spalancati sul fondo del mare, uscii fuori con la testa in un frastuono di resurrezione, urlando di pazzia tra le rocce a strapiombo.
E proprio in quel momento, mentre mi calmavo galleggiando nudo nell’acqua liscia della cala, col sale in bocca, sentii botti, scoppi e come un odore di polvere da sparo che veniva tutto dall’alto.
La processione era arrivata in cima alla Montagna.

Illustrazione di Agrin Amedì

 

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