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9 maggio. Il giorno dell’Europa (prima parte)

segnalato dalla Redazione

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Per il 9 maggio, il giorno dell’Europa (1) – pochi sanno pure che esista, un giorno dedicato – ci fa piacere ospitare sul sito una lunga analisi dello spagnolo Javier Cercas, che verrà letta in apertura del Salone Internazionale del Libro di Torino (10 – 14 maggio 2018). La pubblichiamo in due puntate. Condensa sull’Europa i motivi di adesione e di dissenso della maggior parte di noi, mettendo in luce gli aspetti che uniscono i popoli europei e quelli che li dividono e ricorda senza retorica l’alternativa: la tenace vocazione dei popoli europei a farsi continuamente la guerra negli anni e secoli che ci hanno preceduti.


Ve la do io l’Europa (per tacere della Ue)

Che cosa è successo al sogno europeo da trasformarsi in un incubo? Da dove nasce la rabbia contro i burocrati di Bruxelles? Un grande scrittore spagnolo una risposta ce l’ha. E la sfodera nella prolusione, che anticipiamo, al Salone del Libro di Torino. Con due piccole avvertenze

di Javier Cercas (2)

Non so bene cosa sia l’Europa; difatti, se mi vedessi costretto a rispondere con una sola frase a questa domanda, probabilmente la cosa più onesta sarebbe riprendere ciò che dice Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, all’inizio di una sensazionale riflessione sulla natura del tempo: “Se nessuno mi domanda cos’è l’Europa, lo so; però, se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so”. Ma sto mentendo: qualche cosa dell’Europa sì che la so. Per esempio, so che per molta gente, forse soprattutto per molti giovani, l’Europa si identifica con l’Unione europea, e che oggi l’Unione europea si identifica, nel peggiore dei casi, con un’unione sgranata e improbabile di paesi con tanto passato e scarso futuro, e, nel migliore dei casi, con un ente sovranazionale, freddo, astratto e distante la cui capitale si trova in un posto freddo, astratto e distante chiamato Bruxelles, che non si sa con certezza a cosa serva tranne che a dare lavoro a mucchi di grigi burocrati e a far sì che i politici populisti dell’intero continente gli diano la colpa di tutto ciò che di male accade nei loro rispettivi paesi.

Non sempre, tuttavia, l’immagine dell’Europa è stata così negativa, o almeno non lo è stata dovunque. Al contrario.
Per secoli l’Europa costituì, senza andare troppo lontano, la grande speranza di molti spagnoli; consapevoli di vivere dagli inizi del XVII secolo in un paese sempre più isolato, sempre più immerso nella povertà, nell’incultura, nella mancanza di libertà, nel dogmatismo oscurantista e nella finzione di un impero che affondava, dalla metà del XVIII secolo i migliori fra i miei antenati sentirono che l’Europa era una promessa realistica di modernità, di prosperità e di libertà. Io stesso sono cresciuto con quest’idea nella Spagna che cercava a fatica di uscire dal franchismo.
Ma non c’è bisogno di risalire tanto indietro, né di limitarsi alla mia angusta esperienza, o a quella dei miei compatrioti. Poco più di un decennio fa, giusto dopo la nascita dell’euro, mentre si preparavano la Costituzione europea e gli ampliamenti dell’Unione e si svolgevano le prime riunioni per l’avvio di una difesa comune europea, un’Europa unita si profilava come la grande potenza mondiale del XXI secolo, l’unica in grado di minacciare il dominio nordamericano o cinese; al punto che, nel 2004, un giovane politologo britannico come Mark Leonard si azzardava a pubblicare un libro intitolato Perché l’Europa guiderà il XXI secolo e, in quello stesso anno, Jeremy Rifkin, un veterano sociologo statunitense, poteva scrivere: “Mentre il sogno americano languisce, un nuovo sogno europeo vede la luce”. E concludeva: “Gli europei hanno messo davanti ai nostri occhi la visione e il cammino verso una nuova terra promessa per l’umanità”.
Sembra impossibile, ma è questo ciò che pochissimo tempo fa dicevano dell’Europa pensatori di tutto il mondo. La domanda, a questo punto, si impone: cosa è accaduto perché tutte quelle speranze crollassero quasi da un giorno all’altro e perché, già a maggio del 2010, un giornalista importante come Gideon Rachman potesse scrivere sul Financial Times un articolo intitolato Il sogno europeo è morto?

Anche la risposta si impone: ciò che è accaduto è la crisi economica più profonda che abbia sofferto l’Europa dal 1929, una crisi che non ha scatenato una guerra mondiale, come aveva fatto quella del 1929, bensì un terremoto politico di prima grandezza e la resurrezione dei peggiori dèmoni europei, a cominciare dal dèmone del nazionalismo, che è il dèmone della discordia e della disunione.
Può l’Europa tornare a essere, ora che la crisi sembra alle nostre spalle, ciò che è stata per i miei antenati spagnoli, ciò che è stata per me in gioventù, ciò che era per tutti o quasi tutti all’inizio di questo secolo?
Ovviamente, non lo so, perciò torniamo alla domanda iniziale: cos’è l’Europa?

L’Europa ha un’identità, come quella che a quanto pare hanno l’Italia, la Spagna o la Germania? E, se ce l’ha, in cosa consiste? Hanno qualcosa in comune Dante e Shakespeare, Cervantes e Montaigne, Ibsen e Kafka? C’è qualcosa che condividono tutti questi scrittori che non condividono nemmeno una lingua? E a proposito: basta condividere una lingua per avere una stessa identità? Hanno una stessa identità Milton e Melville, Quevedo e Borges?

Alcuni anni fa George Steiner (3) sembrò tentare di definire l’identità europea in una conferenza intitolata L’idea di Europa.
Vi argomentò che il nostro continente può essere ricondotto a cinque assiomi.
Il primo è che l’Europa è i suoi caffè, quei luoghi d’incontro in cui la gente cospira e scrive e dibatte, e in cui sono nate le grandi filosofie, i grandi movimenti artistici, le grandi rivoluzioni ideologiche ed estetiche.
Il secondo assioma è che l’Europa è una natura addomesticata e percorribile, un paesaggio a scala umana che contrasta con i paesaggi selvaggi, smisurati e intransitabili dell’Asia, dell’America, dell’Africa o dell’Oceania.
Il terzo è che l’Europa è un luogo impregnato di storia, un vasto lieu de la mémoire le cui strade e le piazze sono piene di nomi che ricordano un passato sempre presente, allo stesso tempo luminoso e asfissiante.
Il quarto è che l’Europa è il deposito di un’eredità doppia, contraddittoria e inseparabile: l’eredità di Atene e Gerusalemme, di Socrate e Gesù Cristo, della ragione e della rivelazione.
E il quinto è che l’Europa è la sua stessa coscienza escatologica, la coscienza della propria caducità, della cupa certezza che ha avuto un inizio e avrà inevitabilmente una fine, più o meno tragica.

Questi sono i cinque assiomi che, secondo Steiner definiscono la natura dell’Europa. È quasi inutile dire che l’idea è brillante e provocatrice, ma insufficiente; non c’è dubbio che quelle caratteristiche appartengano all’Europa, ma anche che non bastano a definire la sua identità.
Di più: sono sicuro che Steiner lo sappia; e sono anche sicuro che sappia che il problema non è la risposta che nella sua conferenza fornisce alla domanda sull’identità dell’Europa, ma nella domanda stessa.

Traduzione di Bruno Arpaia
[Da la Repubblica del 6 maggio 2018] 

Note (a cura della Redazione)

(1) – Il giorno europeo o festa dell’Europa si celebra il 9 maggio di ogni anno.
Il Consiglio d’Europa ha celebrato il 5 maggio come “Giorno dell’Europa” fino dal 1964, ricordando la propria fondazione avvenuta il 5 maggio 1949.
La Comunità Economica Europea adottò invece come “Giorno dell’Europa” il 9 maggio in occasione del vertice tenutosi a Milano nel 1985, in ricordo della proposta che Robert Schuman presentò il 9 maggio 1950 per la creazione di un nucleo economico europeo, a partire dalla messa in comune delle riserve di carbone e acciaio, come primo passo verso una futura Europa federale, ritenuta indispensabile al mantenimento della pace (fonte Wikipedia).

(2) – Javier Cercas Scrittore e saggista spagnolo (1962) coglie il successo nel 2001 con Soldati di Salamina (Guanda). L’ultimo libro è Il sovrano delle ombre (2017). Il testo sopra riportato è un estratto dell’intervento inaugurale al Salone del Libro: l’autore sarà a Torino il 10 maggio.

(3) – George Steiner (Parigi, 1929), scrittore e saggista francese. Già docente di letteratura comparata in molte università quali Princeton, Stanford, Oxford e altre. Il suo approccio alla letteratura è in termini morali e religiosi e il suo interesse è rivolto al rapporto tra potere, barbarie e cultura con particolare riferimento alle vicende e questioni inerenti al popolo ebraico.

 

[9 maggio. Il giorno dell’Europa (prima parte) – Continua]

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