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Tre giorni a Palmarola negli indimenticabili anni ’70

di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

Palmarola la spiaggia e il faraglione di san Silverio [1]

 

Salimmo sul barcone di Giuànn’ ’a scigna intorno alle undici, dopo aver sostato per un’oretta all’ombra del lanternino. In due enormi zaini, tipo militare, avevamo sistemato il minimo indispensabile per tre giorni da trascorrere a Palmarola.
Ci saremmo “arrangiati” in una grotta di proprietà di mio nonno Silverio collocata, a ponente, nella parete bianca di tufo che si affaccia sopra la spiaggia di ciottoli con il faraglione di san Silverio sulla sinistra e le cupe forme degli scogli delle galere a destra.
Nella grotta avremmo trovato il necessario da cucina, qualche piatto, un paio di pentole, alcune posate e due reti con altrettanti materassi di crine vegetale.
 Maschere e pinne penzolavano di fianco agli zaini assieme a due grandi cappelli di paglia.
Mia madre ci aveva raccomandato quei cappelli più di ogni altra cosa poiché ’u sole ’i miezzeiurne a Palmarola spacche pure ‘i pprete”.

Era il mese di luglio e quella vacanza era il frutto di una decisione presa un po’ per caso, mentre si parlava, io e il collega/amico Salvatore, della bellezza delle acque di Palmarola e, soprattutto, della possibilità di starci qualche giorno rimanendovi anche a dormire.

Avevo da poco comprato una Konica reflex con un grandangolo ed un piccolo zoom e quale migliore occasione per provarlo visto che Salvatore era un provetto fotografo, appassionato di fotografia come me, ma praticante da tanto e, in più, dotato di un ingranditore, collocato nel garage di casa, con cui sviluppava da solo le pellicole.
Salvatore conosceva Ponza per esserci già stato, diversi anni prima, in tenda quando le tende, quantunque proibite, venivano tollerate, ma a Palmarola non aveva mai messo piede. La giornata era bellissima, assolata ma fresca, spirava un leggero ponentino che nel porto quasi non si percepiva ma che assaporammo durante il viaggio appena superata la punta del faraglione della Guardia.

il faro della guardia [2]

Giungemmo a Palmarola intorno a mezzogiorno e scendendo a piedi scalzi sui sassi della marina ci accorgemmo subito quanto fosse vera l’affermazione di mia madre.

Erano gli anni ’70 e Palmarola non era così frequentata come adesso anche se Cala del porto già allora accoglieva qualche bel panfilo, battente “rigorosamente” bandiera panamense. La forma ad emiciclo della cala faceva da megafono e dalle radio accese delle imbarcazioni che sostavano echeggiavano le note di “Io per lei” dei Camaleonti mentre qualche raffinato si deliziava con la musica dei Pink Floyd.

Palmarola Cala del porto [3]

Per raggiungere la grotta attraversammo un piccolo viottolo tracciato in mezzo ad un folto gruppo di canne che davano una frescura inusuale per quell’ora e ci “arrampicammo” per degli scalini di fortuna appena accennati, consunti dal tempo e dall’usura.

Conoscevo abbastanza quel luogo per esserci stato altre volte e feci il percorso sicuro senza mai fermarmi. Mi accorsi solo dopo essere arrivato in cima che Salvatore era dietro di me parecchio, frenato nel suo andare dal fascino del posto su cui ogni tanto indugiava con la macchina fotografica. Quando mi raggiunse recava evidenti nello sguardo gioia e stupore che lo spessore delle lenti da presbite che portava restituiva amplificati.
Di poche parole, si limitò ad esclamare: “Che meraviglia, sembra un luogo della preistoria…”

In quegli anni le grotte erano veramente grotte, non c’erano strutture di cemento né mattonelle ad ornarle; le porte d’ingresso fatte di pezzi di legno probabilmente recuperati tra quelli stracquati sulla spiaggia; le pareti conservavano le forme irregolari e apparivano straordinariamente ospitali solo per il bianco della calce di cui immancabilmente ogni anno venivano spennellate.
 Nell’aprire l’uscio si sprigionò dal chiuso, quasi fosse sotto pressione, una folata di vento caldo, avvolgendoci; subito dopo avvertimmo l’odore di stantìo proveniente dall’umidità del posto.

case grotte a palmarola [4]

Ogni cosa di quel luogo ci spingeva indietro nel tempo. I segni di picconi ancora evidenti alle pareti, una scopa di strame in un angolo, una pentola senza manici con il fondo annerito dal carbone…

Gli occhi di Salvatore continuavano a sprigionare incredulità e stupore.
 Poggiammo gli zaini sui letti e d’istinto guadagnammo l’uscita per raggiungere la spiaggia.
La prima cosa che notò Salvatore fu la varietà dei ciottoli, belli nelle forme e dimensioni diverse, con i colori, pur essi differenti gli uni dagli altri, che si esaltavano a contatto con l’acqua.

C’era tanta gente a quell’ora e tanto schiamazzo che ti allontanava dall’isola e dalla sua natura. Non era quello che cercavamo ma la quiete che sarebbe arrivata solo poco prima del tramonto con la partenza dell’ultimo roboante motoscafo.
L’isola a sera si quietava, tornava ai primordi vestendosi dei suoi abiti antichi fatti di toni smorzati e di suoni pacati.

vela [5]
Ti accorgevi così di quante sfumature diverse si colorasse il tramonto e di quante voci si impadronisse l’isola, da quella penetrante dei grilli ai versi striduli dei piccioni dei gabbiani, a quelli cadenzati di qualche falco pellegrino. 
La spiaggia rappresentava l’essenza dell’isola per essere luogo di accoglienza e di riparo, per quella sua forma avvolgente, per la presenza del faraglione di san Silverio dalla cui forma poderosa, nel guardarla, traevi istintivamente protezione.

Palmarola tramonto dalla spiaggia [6]

Stare di notte su quella spiaggia, ci permise, avvolti dal buio, di liberare la mente e di raccontarci con franca amicizia il passato delle nostre vite distanti e diverse ma fatte anche di esperienze simili come alcuni amori inseguiti e sofferti. Il silenzio di quella spiaggia, rotto solo dallo sciabordio dell’acqua contro i sassi, spronava al colloquio pacato, alla liberazione del pensiero, alla ricerca di risposte agli interrogativi che ci ponevamo sull’esistenza, sul futuro, sull’impegno sociale, sul nostro modo di essere. Ma vivemmo anche il giorno… con emozioni forti che vennero dal mare, dalla bellezza dei fondali, dal blu cobalto delle grotte, dalle architetture della cattedrale, dai colori delle rocce, dalle venature di nero dell’ossidiana, dalla pesca a “sorci”.
Palmarola la cattedrale [7]

Palmarola la cattedrale 2 [8]

grotta a Palmarola [9]

Palmarola il grottone [10]

Ancora oggi, quando ci vediamo, ricordiamo insieme i tanti “sorci” presi, al punto da rappresentare, in quei tre giorni, cotti di sera sulla brace in un angolo della spiaggia, il nostro pasto principale.
Il tempo passò in fretta, ma quella breve vacanza aveva in serbo per l’ultimo giorno un’altra novità, lo scatto di una bella foto.
Il motore del barcone di Giuànn’ ’a scigna già sbuffava, pronto per il ritorno; il tempo di chiudere la grotta e con gli zaini in spalla raggiungemmo la spiaggia; salimmo a bordo cercando un posto al fresco sotto la tenda.

Come avviene ogni volta che si lascia un luogo in cui si sono provate delle emozioni, cercavamo guardandoci intorno di interiorizzare altre sensazioni, altre immagini…
 Ed ecco la sorpresa: sulla battigia, poco distante da noi, con l’acqua che le arrivava appena alle caviglie una bella ragazza a seno nudo che sembrava dare delle mollichine ai pesci. Il pareo intorno al bacino aggraziava ancora di più la figura, il capo chino verso l’acqua in una posa quasi di meditazione, la collana da “figlia dei fiori”. Fotograficamente una bella immagine che si integrava bene con la bellezza del luogo.

Ce ne accorgemmo insieme e, d’istinto, imbracciammo la macchina fotografica e clic, clic, clic.. uno, due, tre scatti di seguito.

Palmarola quando tutti i pesci vennero a galla [11]

Oggi farebbe ridere un comportamento del genere, ma a quei tempi (siamo nel 1973) il topless non era consentito (la piena legittimazione arriverà solo nel 2000), anzi il 1973 fu proprio l’anno in cui comparirono nelle aule dei tribunali i primi procedimenti penali contro tale tipo di esibizione.
Erano quelli anche gli anni in cui Brigitte Bardot combatteva la sua battaglia a favore degli animali posando con il seno nudo per protestare contro la strage di cuccioli di foca in Alaska.
La nostra foto era, quindi, quasi uno scoop ed era stata Palmarola a regalarcelo a dimostrazione di quanto unica e particolare fosse quell’isola.

Giuann’ ’a scigna tirò su l’ancora e lentamente lasciammo la spiaggia.
Di lì a poco, lambito i faraglioni di Mezzogiorno, ci apparve la sagoma allungata di Ponza con l’inconfondibile faraglione della Guardia verso il quale si diresse la prua del barcone.

Ponza vista da palmarola [12]
Ancora ponentino al ritorno ed il cielo leggermente velato con il sole che vi disegnava fascinose striature.
Sorridendo dissi a Salvatore: “Ah, avere adesso una pellicola per diapositive!”.
Emerse così l’unico rammarico di quel viaggio di cui Salvatore non seppe darsi pace: il non aver portato rullini a colore.

Palmarola verso il tramonto [13]

Tutte le foto di quella vacanza sono, infatti, in bianco e nero.
Ma… – come ci diciamo ancora oggi – i colori di Palmarola li abbiamo “stampati” dentro di noi.

 

 

note:
– tutte le foto, tranne la prima, la terza e la quarta, sono dell’autore.
– Di una vacanza particolare a Palmarola su questo sito ha anche scritto Jean-Claude Di Bernardo con una “Vacanza a Palmarola 50 anni fa” [14]