Racconti

La disperazione dell’inverno ’44 a Ponza

Alla redazione di “Ponzaracconta”:

 

Sul solco del mio precedente contributo – “Frammenti di vita quotidiana nelle isole Ponziane nel periodo successivo alla firma dell’Armistizio” – pubblicato su “Ponzaracconta” del 9 marzo scorso – http://www.ponzaracconta.it/wp-admin/post.php?post=2072&action=edit -, si descrive l’esperienza di chi, in cerca di lavoro, è emigrato a Napoli con la speranza, rivelatasi vana, di sfuggire alla fame e alla disperazione dell’inverno ’44 a Ponza.

Antonio Usai

 

 

La disperazione dell’inverno ’44 a Ponza: a Napoli in cerca di lavoro

Dopo l’8 settembre 1943, Eugenio ed altri militi raggiunsero a Ponza le rispettive famiglie che nel mese di luglio, alla spicciolata, avevano lasciato Ventotene prima che gli eventi politici precipitassero. Ma a Ponza non c’era lavoro e il cibo era quasi introvabile nei negozi a causa dei collegamenti quasi inesistenti con i porti del Lazio e della Campania, dopo il siluramento del Santa Lucia.

Nella profonda disperazione dell’inverno 1944, ai giovani e ai padri di famiglia non restava altro da fare che emigrare verso la terraferma in cerca di un qualsiasi lavoro e di cibo per sfamare se stessi e le famiglie rimaste sull’isola.

Intanto era giunta sull’isola la notizia dell’arrivo a Napoli, qualche mese prima, il 6 ottobre, del primo piroscafo americano della classe Liberty, quelli che venivano costruiti nel cantieri nordamericani in soli trenta giorni, carico di farina. Buona parte della popolazione napoletana, dopo anni di pane nero a base di crusca, quando andava bene, era tornata a mangiare pane bianco, sebbene in quantità limitate. Di tutto questo miglioramento a Ponza non si era neppure vista l’ombra, anzi, la qualità della vita peggiorava di giorno in giorno.

E così, dopo lunghi mesi di disoccupazione, Eugenio e Silverio, il fratello di Lucia, rispettivamente di trentaquattro e diciotto anni, insieme ad altri giovani isolani, ai primi di gennaio lasciarono Ponza con il motoveliero Maria Pace di Totonno Primo in cerca di fortuna. A Napoli, ormai libera dall’occupazione tedesca, giunsero dopo un viaggio lungo e pieno di insidie dovute alle centinaia di mine che infestavano i mar Tirreno.

Eugenio e Silverio trovarono lavoro come facchini portuali. Giorno e notte scaricavano merci d’ogni genere, in particolare prodotti alimentari, dalle navi a vapore che giungevano copiose a Napoli direttamente dagli Stati Uniti. Gli americani portavano ogni ben di Dio: sacchi di farina bianca, zucchero, scatole di burro d’arachidi, latte in polvere e condensato; scatolette di carne, gallette militari e stecche di sigarette destinate alle truppe e alle popolazioni civili.

Un giorno, Silverio fu fermato, insieme con altri lavoratori del porto, dalla polizia militare americana, la Military Police -MP-, con l’accusa di furto con scasso. I malcapitati erano stati acciuffati mentre si appropriavano del prezioso contenuto di un grosso contenitore appena scaricato da una nave: si trattava di scatolette di carne, ottime per tacitare i morsi della fame e merce pregiata da vendere al mercato nero. Silverio trascorse alcuni giorni in camera di sicurezza ma, in considerazione dello stato di necessità in cui aveva agito, fu rimesso in libertà ma perse il lavoro.

A Ponza, il mese più terribile di quell’inverno ’44 fu febbraio. Tra la popolazione si contarono quindici morti per fame. Non si trovava più cibo, neppure il pesce, perché per molti giorni violenti mareggiate impedirono l’uscita dal porto di qualsiasi tipo d’imbarcazione e l’isola raggiunse il culmine della disperazione.

Allora, Lucia decise di raggiungere Eugenio a Napoli con il bambino. Con lei partì anche il padre, Salvatore Mazzella, in cerca di un lavoro qualsiasi, pur di sbarcare il lunario. Marito, moglie e figlio si sistemarono in una camera presa in affitto in un vicolo in prossimità di Piazza Nicola Amore, altrimenti nota come Piazza Quattro Palazzi; stessa cosa fecero Salvatore e Silverio in un appartamento attiguo.

Le speranze di Lucia, tuttavia, svanirono già nei primi giorni di permanenza a Napoli perché, anche a liberazione avvenuta, l’ex capitale borbonica restava una città martoriata. Quando comandavano i tedeschi, per fiaccare la loro forza militare, l’aviazione americana bombardava la città giorno e notte con bombe micidiali che provocarono diverse migliaia di morti tra la popolazione civile. I cosiddetti effetti collaterali provocate da bombe assolutamente non intelligenti!

Dopo la cacciata della Wehrmacht a seguito della insurrezione popolare – ricordata come Le quattro giornate di Napoli, 25-28 settembre 1943 – cessarono i bombardamenti aerei ed i cannoneggiamenti delle navi anglo-americane ma la gente continuò a vivere nel terrore. Infatti, dopo quella data, si invertirono le parti: la Luftwaffe  di Göering continuò il lavoro iniziato dagli americani seminando ancora morte e distruzione nella città partenopea. In soli otto mesi, fino alla liberazione di Roma, avvenuta i primi giorni di giugno del ’44, si contarono circa ventimila morti, per mano tedesca, tra la popolazione civile.

Al suono delle sirene che annunciavano l’arrivo dei caccia bombardieri, poiché la gente aveva soltanto pochi minuti per raggiungere i rifugi antiaerei, c’era sempre qualcuno che non faceva in tempo a mettersi al sicuro e restava rannicchiato nei sottoscala dei palazzi, in trepidante attesa delle terribili esplosioni.

Una volta, mentre girovagava per la città con il figlioletto in braccio in cerca di cibo al mercato nero, Eugenio fu colto di sorpresa dall’allarme aereo. Con il cuore in gola corse per mettersi al riparo. Poiché non c’era sufficiente tempo per raggiungere il rifugio, per evitare le bombe che già gli scoppiavano tutt’intorno, il pover’uomo si nascose sotto un camion parcheggiato in strada stringendo tra le braccia il suo bambino, per proteggerlo con il proprio corpo da eventuali schegge. La terra tremava e il fuoco degli spezzoni si attaccava alla gente correva per strada mentre tentava di mettersi in salvo. I due malcapitati non furono colpiti dalle schegge ma ebbero tanta paura. Il bambino, ad ogni scoppio, sussultava e piangeva senza freni, mentre si stringeva al padre.

Alle terribili esplosioni seguivano minuti di totale silenzio. Poi, si levavano dalle macerie le urla dei feriti, i richiami dei superstiti che cercavano i fratelli, i genitori, i nonni. Seguiva il dramma di chi aveva avuto morti in famiglia e di chi era rimasto senza casa.

Terminati i bombardamenti, dei palazzi crollati che formavano cumuli di macerie, a volte, restavano in piedi soltanto alcune pareti, che diventavano visibili quando si diradava la polvere dei calcinacci. La visione del quartiere dopo un bombardamento era a dir poco spettrale.

Gli sfollati, sempre più numerosi, lottavano per trovare una cantina o un buco qualsiasi per andarci a vivere.

Eugenio e Lucia dicevano che chi ha vissuto in prima persona l’esperienza dei bombardamenti, dal cielo  o dal mare non importa, non la dimentica per il resto della sua vita.

Ogni giorno le vittime delle esplosioni e dei crolli si contavano a decine. Lucia cominciò a pensare che forse a Ponza si stava meglio: é vero, il rischio di morire di fame era molto concreto ma almeno non piovevano bombe dal cielo, ad ogni ora del giorno, che ti facevano saltare i nervi, perché si poteva morire da un momento all’altro!

A Napoli, quindi, non si viveva bene; il lavoro era incerto e gran parte degli immigrati in città dormiva nei bassi dei quartieri spagnoli, veri e propri tuguri senza luce e senz’aria. C’era tanta miseria e molte donne napoletane, se ne contarono circa quarantamila, per sopravvivere furono costrette a prostituirsi ai soldati americani.

* * *

Per le precarie condizioni igieniche della popolazione, in quel periodo scoppiò a Napoli una virulenta epidemia di tifo petecchiale. Il governatore americano avviò tempestivamente una campagna di disinfestazione a tappeto che prevedeva l’uso indiscriminato del potente DDT che veniva spruzzato sui vestiti, nei capelli e sul corpo di uomini, donne e bambini di tutte le età, incuranti degli effetti dannosi per la salute.  Nell’arco di un anno e mezzo l’epidemia di tifo fu debellata.

Salvatore Mazzella, a pochi giorni dal suo arrivo a Napoli, decise di rientrare a Ponza perché infestato dalle pulci e perché ancora non aveva trovato lavoro.

La figlia più piccola, che all’epoca dei fatti aveva otto anni, ricorda di avere visto, dal balconcino della casa dei nonni Montella, sulla banchina del porto borbonico, il padre appena sbarcato dal piccolo motoveliero che l’aveva condotto a Ponza. Il malcapitato genitore, appena messo i piedi a terra, le apparve smagrito, mal vestito, con i capelli arruffati, mentre si dirigeva verso casa con passo incerto e un fagotto in mano.

Quando a sera la bambina rientrò a casa dei genitori, vide il padre ormai rassettato, con indosso panni puliti e il cranio completamente rasato, ricoperto da una coppola di stoffa nera. Michelina, che non era certo il tipo da perdersi d’animo, armata di forbici e rasoio, aveva provveduto tempestivamente a rasare a zero i capelli del marito, per evitare che i pidocchi infestassero tutta la casa. Agli occhi della piccola, papà Salvatore sembrava un animale ferito, uno sconfitto dalla vita, ma nello stesso tempo gli sembrava molto buffo conciato in quel modo. Così, dopo un primo momento di smarrimento, la bimba scoppiò a ridere e corse ad abbracciare il papà che se ne stava infreddolito e sonnecchiante davanti al braciere!

A metà marzo del ’44 si registrò il più pesante bombardamento tedesco sulla città di Napoli che provocò circa trecento morti tra i civili. Poche settimane dopo, il giorno di Venerdì Santo, anche Silverio, Lucia e il suo bambino fecero ritorno a casa. S’imbarcarono a Gaeta su un gozzo di pescatori ponzesi, navigarono in un mare leggermente mosso e disseminato di mine ma, fortunatamente, giunsero a destinazione sani e salvi.

Vista la situazione, Eugenio acconsentì alla partenza dei suoi familiari ma lui rimase a Napoli, con la speranza di racimolare ancora qualche giornata di lavoro per sopravvivere e mandare un po’ di soldi a casa.

* * *

Alle Forna, intanto, a causa del mare in burrasca, sugli scogli prospicienti lo sperone del Forte Papa, si incagliò una nave inglese, reduce dalle operazioni di sbarco sul litorale laziale. Nel naufragio si contarono diversi morti, tutti militari.

E cosa fecero i pescatori ponzesi, in concomitanza con lo sbarco alleato, per guadagnarsi la giornata? Con le loro piccole barche a remi, partivano all’alba in direzione del tratto di costa compresa tra Capo Circeo ed Anzio in cerca di soldati alleati dispersi in mare durante lo sbarco. Per ogni cadavere recuperato e consegnato alle autorità, ricevevano dalla Capitaneria di porto una sostanziosa ricompensa che dava ossigeno alle magre finanze familiari.

In quei difficili frangenti, il parroco Dies fu senza dubbio il maggiore protagonista della vita isolana: lanciò un accorato appello al governatore alleato di stanza ad Ischia, per sollecitare l’invio di un consistente carico di derrate alimentari a Ponza. Le sue richieste furono presto esaudite e la domenica del 5 marzo si verificò l’episodio già ricordato in un precedente racconto, la cui versione più accreditata è la seguente: una nave inglese, pilotata da Totonno Primo, in quanto conoscitore delle isole pontine e di tutte le insidie  del mare di Ponza, entrò trionfante nel porto di Ponza carica di farina bianca e di “farinella”, un miscuglio di vari legumi macinati.

E mentre Ponza faceva ancora i conti con i postumi della tragedia del Santa Lucia, con l’isolamento dalla terraferma e la penuria alimentare, il 24 aprile del 1944, si formò in Italia il primo governo di unità nazionale presieduto ancora dal Maresciallo Pietro Badoglio, comprendente anche i rappresentanti dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Tra i primi provvedimenti amministrativi adottati dal governo uno riguardava i militari sbandati dopo l’8 settembre 1943.

In forza delle nuove disposizioni, Eugenio si recò al distretto militare di Napoli per riscuotere gli stipendi arretrati del servizio a Ventotene e la liquidazione della Milizia (circa quattromila lire dell’epoca). Il 25 maggio, in attesa di nuovi ordini delle autorità militari, essendo ancora membro delle forze armate, gli fu concessa una licenza straordinaria, con decorrenza 31 maggio, con l’obbligo di presentarsi prima al distretto militare di appartenenza, in Sardegna. A Cagliari ottenne a sorpresa il congedo illimitato provvisorio e, con questo provvedimento, si concluse la vicenda bellica di Eugenio.

Antonio Usai

To Top