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L’isola che abbiamo dimenticato, la Galite (1)

di Biagio Vitiello

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Premetto che il servizio di RaiRadio3, Rotta per la Galite, l’altra Ponza, andava più approfondito, soprattutto risalendo a chi vi ha vissuto ed ha avuto l’amara esperienza di diventare poi profugo.

I ponzesi di questa isola furono “costretti” a prendere la cittadinanza francese, e questo fu uno dei motivi per cui vennero obbligati ad abbandonarla nel 1958, con l’indipendenza della Tunisia, e visto che doveva diventare un presidio militare.
Alcuni di essi si trasferirono a Bizerta, ma molti in Francia, i più in uno sperduto villaggio di pescatori della Costa Azzurra, altri negli Stati Uniti. Bisogna ricordare che il nostro paese, già martoriato dalla guerra, non li volle in patria.
Fortunatamente, con l’avvento del turismo degli anni settanta, in quella zona della Francia, le condizioni economiche cambiarono, anche perché la nostra “stirpe Torrese” è fatta soprattutto di gente laboriosa.

Ricordo che il mio nonno omonimo (Biagio Vitiello n. 1875) mi raccontava che da giovane andava spesso a la Galite per pescare e incontrare i suoi parenti Vitiello (a ricordo conservo ancora una cassa in legno di quercia, con i manici di canapa, dove metteva gli indumenti e l’indispensabile per il soggiorno).

Molti anni fa, sono stato l’ideatore insieme  ai miei parenti D’Arco, del gemellaggio con i Galitesi di Lavandou.
Mi piacerebbe che questo gemellaggio venisse replicato, soprattutto per non dimenticare la sofferenza che hanno vissuto questi nostri fratelli ponzesi.
Faccio sapere che lo scorso anno, i nostri amici e parenti di Lavandou, sono andati in visita a la Galite; sarebbe bello organizzare insieme un’escursione in questa magica isola, che fa parte della nostra storia ponzese.

Presento ora un’interessante descrizione de la Galite fatta da chi ha sentito raccontare, dal padre e dal nonno, di questa magica isola. La fonte: un libricino scritto in francese da Achille Vitiello.

 

 

L’ile de la Galite
dal 1840 alla fine del protettorato francese in Tunisia (1958)
di Achille Vitiello, capo dei pescatori a Sanary-sur-Mer


Mi chiamo Achille Vitiello. Con la mia famiglia viviamo a Six-fours-les Plages, nel Var. In precedenza vivevamo a Sanary-sur-Mer, dove siamo arrivati con i miei genitori, il 20 marzo del 1958. Veniamo dalla Tunisia.

Sono nato a Bizerta il 24 luglio del 1942, mia mamma si chiama Maria Lopicolo, è nata a Bizerta il 23 luglio 1922, e mio padre Antonio Vitiello di Giovanni, è nato sull’isola de la Galite il 27 settembre 1918.

E’ di questa storia  che vorrei parlarti, dei miei ricordi e di quello che mio nonno e mio padre mi hanno detto di quando erano pescatori….

Nel 1977 sono tornato sull’isola con la mia famiglia, guadagnandomi da vivere con la pesca. Siamo stati lì per un anno.


La descrizione dell’isola

L’isola della Galite si trova a nord del confine tra Tunisia e Algeria, ma è territorio tunisino.  Si trova a 35 miglia nautiche da Tabarka, a 24 miglia da Cap Serrat, a 55 miglia da Bizerta e 90 miglia nel sud della Sardegna.

Il territorio dell’isola è molto ripido e montuoso, ma non molto alto: il suo punto più alto è di 350 metri. L’isola ha la forma di una mezzaluna, lunga circa sette chilometri e larga due chilometri e mezzo.  La mezzaluna si affaccia a sud, su un porto che è abbastanza ben riparato a ovest dalla Punta della Madonna, e ad est dalla Punta della Montagna della Guardia.

Guardando a sud, sulla sinistra, c’è Grande Montagna (“’A Vouardia” in galitese).

E’  la parte più alta della Galite, che si innalza rapidamente,  ma il clou è il Belvedere nella parte occidentale dell’isola; al Belvedere la Marina nazionale Francese vi costruì un corpo di guardia intorno al 1910. In galitese  questa punta si chiamava “’U pezzone”, il Grand Pic.  Al centro del porto, andando ad est dal mare a nord dell’isola (Levante), questa è la parte dell’isola che sorge meno ripida.  È lì che i primi abitanti hanno dissodato il terreno per coltivarlo e che in quel luogo, a metà altezza della costa sud, costruirono il villaggio. Ma torniamo al 1840, quando l’isola era ancora deserta…
Gli abitanti de la Galite sono originari di Ponza che è una isola nel nord-ovest di Napoli, proseguendo dalle isole di Capri, Ventotene, Ischia. Deve essere lunga da 7 a 8 km e larga 3 km; essa è tutta coltivata e sovrappopolata, dove il più piccolo pezzo di terra libero viene coltivato.

Gli abitanti vivono di pesca da maggio a settembre, e in inverno devono coltivare la terra perché, senza queste due attività, è impossibile viverci.

A quel tempo, ci sono due amici che hanno circa 12 anni.
Il primo, Nicola Vitiello, che è figlio unico. Suo padre ha abbastanza terra per sostenere una famiglia, ha alcuni animali domestici, alberi da frutto, viti, va a caccia e vende i suoi prodotti, ma non pesca.  Nicola inizia a lavorare con suo padre e, in seguito, logicamente, subentrerà. Il dramma in queste isole è l’eredità; quando un padre muore, ha sempre molti figli e la quota di eredità di tutti è così piccola che il giovane  è costretto a vivere altrove. Questo è il caso dell’amico di Nicola, Silverio Mazzella. All’età di dodici anni, si imbarcò come marinaio della pesca al corallo, fece la stagione di pesca lungo le coste della Barberia. Le coste della Tunisia e dell’Algeria, a quel tempo, sono chiamate Coste dei Barbari, e sono abitate da gente non europea. Gli “ingegni” per la pesca dei coralli sono quelli di Torre del Greco, un piccolo porto vicino a Napoli. Il loro funzionamento è lo stesso dei Terranova di Saint-Malo: barche a vela a due alberi, lunghe circa trenta metri, accompagnano ciascuna sei barche di 6 e 7 metri di lunghezza, in queste sono imbarcate   cinque  persone. Questi pescatori navigano a remi  lungo la costa, sotto la supervisione delle barche a vela.

Al confine, sul lato algerino, c’è un’enclave francese chiamata – il Bastione di Francia (A cal y Francia per i  napoletani) che diventerà La Calle.  I pescatori tornano spesso lì per rifornirsi o per ripararsi quando il tempo è brutto.  E al largo, molto al largo, c’è un’isola deserta: La Galite.  Ai pescatori piace andare a pescare lì, perché sono tranquilli lì, non c’è rischio di essere attaccati e poi riscattati dai barbari, come spesso accade lungo le Côtes de Barbarie. Alla Galite, quindi, hanno l’abitudine di arrivare a maggio e di sbarcare con  un mucchio di provviste. Nell’isola c’è molta acqua (sorgiva), possono occupare grotte naturali lungo la spiaggia, e di tanto in tanto le barche a vela fanno rifornimento a La Calle. Quando arriva il brutto tempo, a settembre o ottobre, tutti si imbarcano nuovamente per Torre del Greco, e la Galite diventa di nuovo deserta.

L’ile de la Galite (prima parte – continua)

1 commento per L’isola che abbiamo dimenticato, la Galite (1)

  • isidorofeola

    Complimenti a Biagio per questa “chicca” di cui ci rende partecipi.
    Interessante il nome de La Calle dato all’enclave francese in Algeria in quanto spesso in passato, ad una persona che faceva il vago o lo gnorri su una determinata situazione, si diceva “Chist’ è ‘n’at’ ca vene d’a cal y Francia..!”; almeno adesso possiamo dare una interpretazione “geografica” a tale modo di dire.
    Aspettiamo la continuazione della storia.

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