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Cronache da Ponza al tempo del Covid-19 (18)

di Enzo Di Giovanni

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I giorni passano. Tra gli effetti della mancanza di una vita sociale e lavorativa vi è la perdita del ritmo circadiano.
Cioè arrivare a perdere il senso del tempo.
Il tempo può scorrere più lento o persino più veloce: è solo una percezione data da quanto riusciamo ad accavallare giorni e notti sempre uguali.
Nei paesi scandinavi d’inverno vi sono periodi in cui la luce del giorno dura dalle 8 del mattino alle 14,30 del pomeriggio.
Sei ore di luce circa e 18 ore di buio, passate quasi prevalentemente in casa: eppure si dice che questi popoli siano i più felici della terra.
Non me ne stupisco. Stare più tempo a casa, imparare a viverla come luogo creativo, architettonicamente armonioso come sanno fare alcuni popoli, è una tendenza sempre più diffusa che dà anzi il segno del benessere socio-economico di una nazione.
Ma noi siamo ben lontani da questo modello. E infatti, la riscoperta del vivere in casa ci è stata indotta dagli eventi, e dall’incertezza del futuro.

Abbiamo cercato di partecipare al mondo come si possa essere distanti (il famoso “distanziamento sociale”, terribile neologismo di questi giorni), ma emotivamente connessi.
Ognuno di noi, poi, ha cercato in queste settimane di trovare e mantenere un proprio ritmo fingendo una normalità, reinventando fin che possibile una convivenza nuova.
A casa mia, ad esempio, abbiamo cominciato a fare il pane.
Ma temo che non sia stata un’idea originalissima: nei negozi da settimane non si trova più lievito, diventato raro come le mascherine.
Il passaggio successivo è stato allora provare a fare in casa il lievito madre: ho scoperto che non è complicatissimo, occorre solo pazienza e tempo da dedicarci.


Ecco, tempo e pazienza. Esattamente quello che mancava nella vita ai tempi della produttività a tutti i costi: cioè i tempi prima del coronavirus.
C’è stato un tempo invece in cui invece fare il pane in casa era la norma.
Nella vecchia casa della mia famiglia sopra Giancos, quella in cui sono cresciuti i miei nonni, c’è ancora il forno a legna ricavato in un angolo della cucina. E in tutte la famiglie che avevano un po’ di terreno, era normale coltivare il grano, e macinarlo a pietra.
Come era normale stendere sui tetti le pale con i fichi d’india per il consumo invernale, o i piennule ‘i pummadore appesi in casa: era normale insomma produrre quanto necessario per la propria sopravvivenza.
Questi pensieri li stiamo facendo un po’ tutti, certo, in questi giorni.
Perché sembra che sia tutto fermo – la vita sospesa – ma non è vero.

Non c’è nessuna previsione che valga, nessun modello statistico, davanti al buio, un buio senza i contorni e il fascino di quello norvegese.
Ed è una partita al buio, quella che stiamo giocando. Senza regole e riferimenti.
Quando questo maledetto flusso di contagi e di morti comincerà finalmente a scendere in maniera decisa, sapremo comunque di avere davanti ancora mesi di inattività forzata, quella che a breve scatenerà una bomba sociale, se non si interverrà subito.
E’ presto per parlarne, ma è già tardi, soprattutto in certe realtà.
Nella nostra viviamo di turismo, e sapere che se tutto va bene a ferragosto saremo usciti dall’epidemia planetaria, non ci è di molto conforto.
Abbiamo di fronte il rischio di una speculazione senza precedenti, tipica nei momenti di crisi economica, in cui perdere definitivamente la gestione della nostra offerta turistica, che è molto debole. E’ un processo sottile, in corso da decenni, frutto dell’incapacità di noi ponzesi di essere corporativi, di creare un nostro marchio che sia in grado di salvaguardare/ricostruire una nostra identità. Processo che ora rischia un’impennata.
Si ha un bel parlare di residenzialità, ma sono solo chiacchiere, aria fritta. Se non si difende il lavoro, come frenare lo spopolamento?
Come sempre, però, nei momenti in cui la Storia mostra il suo volto più intenso, si apre un ventaglio di possibilità infinito.
Mi è piaciuto molto un articolo di Pupi Avati, in cui dice tra le altre cose che “questo tempo non somiglia a niente. Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo i vecchi parametri?”.
Perché è vero che la vita non si sospende, ma una sosta forzata permette perlomeno di ipotizzare nuove e diverse opportunità.
E di rimettere tutto, o quasi, in discussione.
Abbiamo bisogno di capitali freschi, non di speculatori.
Agli operatori turistici ponzesi deve essere offerta la possibilità di investire nelle proprie aziende, di ripensarle e ricostruirle nell’ottica di un modello comune di sviluppo identitario. L’unica speranza che abbiamo di resistere alle speculazioni commerciali è quella di potenziare e caratterizzare le microattività inserendole all’interno di una rete che non sia solo solidale, ma anche identificativa.
Ma chi sono gli operatori turistici?
Siamo tutti noi. Chiunque abbia una struttura, un pezzo di terra, delle conoscenze e delle abilità da mettere a frutto.
C’è un mondo sommerso a Ponza, che coinvolge tante famiglie – tanti giovani soprattutto – che cercano di sopravvivere con le briciole dell’indotto turistico. Queste persone sono escluse dagli ammortizzatori sociali messi in atto dal Governo per fronteggiare la crisi, e saranno i primi a pagare.
I paesi turisticamente all’avanguardia sono quelli che riescono a valorizzare le proprie bellezze, la propria cultura, e armonizzarle con l’offerta, anzi, creando un circuito virtuoso di domanda/offerta.


Nessuna speculazione, per quanto aggressiva, riuscirà mai a sostituire l’anima di un luogo: questa è l’unica speranza che abbiamo di sopravvivere.
Ma per riuscirci dobbiamo fare sistema, far nascere e coordinare una vera industria turistica: abbiamo la materia per farlo.
E’ un problema, come sempre culturale.
Quando un Paese riesce ad esprimere la propria storia e a renderla fruibile, sopravvive.
In questo solco, ma solo in questo, abbiamo la possibilità non solo di difendere le nostre attività, ma di crearne di nuove.
Se non ora, quando?

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