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Coronavirus. A Napoli la spesa sospesa per aiutare chi ha bisogno

a cura della Redazione

 

Seguendo la storica tradizione napoletana del “caffè sospeso” un po’ dappertutto si propone la pratica della spesa sospesa…
Letteralmente, nella foto qui sotto:


Ma anche nella pratica di tutti i giorni, come nell’articolo di Latina Oggi (edizione odierna):

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Cliccare per ingrandire

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Aggiornamento del 1° aprile da la repubblica on-line

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Riportiamo con piacere un articolo dal giornale di oggi che riprende temi di cui abbiamo scritto; in questo caso un articolo di Conchita Sannino che dà maggiori informazioni sulla nascita della tradizione e la sua riproposizione in questi giorni.
Tra l’altro del dipinto di Caravaggio scriveva Giuseppe Mazzella di Rurillo qualche tempo fa (leggi qui [4])

[5]Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale, 1606 -1607, Napoli, Pio Monte della Misericordia

Questo l’articolo:
Chi può metta, chi non può prenda
di Conchita Sannino

Sette parole. Chi può metta, chi non può prenda. Era il cartello che esattamente cento anni fa un medico napoletano, entrato nel libro d’oro della Medicina solidale e poi anche nella storia della Chiesa, teneva affisso nel suo ambulatorio tra i vicoli della città: era Giuseppe Moscati, il medico santo, il dottore che lavorava tra Decumani e ospedale degli Incurabili, poi canonizzato nell’87 da Karol Wojtyla.

Quelle sette parole sono appena tornate, negli stessi vicoli, tra gli stessi poveri, solo più mobili e immediate, scritte a penna su un foglio e attaccate ad un paniere, il cestino che un tempo si usava moltissimo in molte famiglie meridionali, dagli edifici senza scale per tirare su la merce delle botteghe, il sacchetto di qualche garzone. Cento anni dopo, una coppia di piccoli imprenditori ed artisti, Pina Anna Andelora e Angelo Picone, persone semplici, calano giù i loro cesti con quel cartello. Cucinano e donano pasti caldi. Chi raccoglie da giù, come testimoniano le foto di Riccardo Siano, alza gli occhi e sorride: Dare da mangiare agli affamati… sembra l’immagine incarnata di un capolavoro custodito proprio a pochi metri da lì. Sette opere di misericordia, la celebre tela del Caravaggio, creata e tuttora esposta al Pio Monte.

In tanti, da giorni come Angelo Vincenzo Antonio Ciro, ora vanno a prelevare da quei cesti sospesi nel vuoto il loro primo o secondo piatto: ora che per i senza fissa dimora non c’è davvero nulla. Ma in tanti arrivano anche per riempire. Chi può, metta. E portano pasta, sughi, farina, uova, legumi. “È bellissimo perché noto con piacere che ci portano cibi e ingredienti di prima qualità, le migliori marche, confezioni costose”, racconta Pina. Lei ed Angelo sono persone semplici, anche quando avevano una fabbrichetta di cioccolato hanno sempre dato da mangiare a quelli che noi chiamiamo i barboni.

A Napoli questo problema è sempre stato critico, oggi drammatico: ve sono circa 2mila in città, mai monitorati, assistiti solo dalle parrocchie e dalla comunità di Sant’Egidio . E mentre prefettura comune ed associazioni sono alla ricerca da giorni di strutture in cui poterli non solo accogliere ma distribuire per la notte, per evitare concentrazioni rischiose, alcuni seguono l’esempio di Spaccanapoli. Chi può metta, chi non può prenda. Sette parole che danno frutto. Come le Sette opere della Misericordia. Che oggi, divieti alla mano, sono quasi tutte illegali: a cominciare dal seppellire i morti.
Ma, a ridosso del palazzo di Benedetto Croce, del campanile di Santa Chiara, del bugnato del Gesù Nuovo, i cestini per fortuna continuano a scendere e a salire. Sempre pieni, mentre tutto è deserto e persino le chiese chiuse. Per una parte dell’umanità, la sopravvivenza è più che mai appesa a un filo.