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L’emigrazione in Svizzera

di Patrizia Montani
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Ricordate “Pane e cioccolata” il film di Franco Brusati del 1974, interpretato da Nino Manfredi?
Tra commedia e dramma, attraverso la storia del cameriere ciociaro Giovanni, il film descrive le pesanti condizioni di vita degli immigrati italiani in Svizzera negli anni ’50 e ’60…
Alcune scene, indimenticabili e grottesche, sembrano espedienti per far ridere.
Non è così, purtroppo.

Da YouTube, 13 minuti del film con l’arrivo di Giovanni (Nino) in Svizzera, da clandestino, nel posto dove vive una famiglia cui l’hanno indirizzato:

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Il giornalista Concetto Vecchio ha pubblicato un libro sull’argomento.
Nato in Svizzera da genitori siciliani, l’autore ricostruisce, attraverso testimonianze dirette, gli anni che precedettero il referendum proclamato dalla Svizzera) del 1970, col quale si voleva limitare l’immigrazione.

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“Cacciateli” è il titolo del libro, uscito nel 2019 per Feltrinelli: una pagina molto amara della nostra storia.
Le condizioni di vita degli immigrati erano veramente quelle descritte dal film, forse peggiori.
Si viveva in baracche di legno con un solo gabinetto per 50 persone, in camerate comuni su letti a castello, qualche volta persino in pollai o in locali senza aria né luce, in contrasto stridente con l’ostentata ricchezza dei motoscafi sul lago.
Costo della vita altissimo, nessuna copertura assicurativa in caso di perdita del lavoro e soprattutto divieto assoluto di portare la famiglia con sé.

Nel film “Rocco e i suoi fratelli”, di Luchino Visconti, 1961 (leggi qui [3]), la famiglia siciliana che si trasferisce a Milano, affronta uno spostamento definitivo e mantiene il legame familiare, anche con tutte le difficoltà di inserimento e l’impossibilità di riscatto sociale che porteranno alla tragedia.
Ciò che era possibile per gli italiani emigrati dal Sud al Nord, non era possibile per i lavoratori italiani in Svizzera.
Intere famiglie vivevano separate per 10-11 mesi l’anno, spesso i bambini nascevano in assenza del padre.

L’Italia, economicamente distrutta dalla seconda guerra mondiale, nel 1948 firmò con la Svizzera un accordo sull’emigrazione. La Confederazione, che non aveva patito la guerra, in condizioni economiche floride, grazie anche al segreto bancario, vigente dal 1934, aveva un grande bisogno di manodopera, la voleva però stagionale, per potersene liberare in ogni momento. De Gasperi d’altra parte, contava sulle rimesse degli emigrati per ricostruire il Paese. Per questo motivo nessuno voleva il ricongiungimento familiare.

Con il cosiddetto ‘miracolo economico’ tra il 1958 e il 1963, grazie alla Cassa per il Mezzogiorno, sorsero al Sud diversi poli industriali: a Taranto, a Gela, a Bagnoli e in Sardegna.
Purtroppo tutto questo non fu sufficiente, il boom aumentò la ricchezza soltanto in una parte del Paese e proprio in quegli anni vi fu una massiccia emigrazione (un milione e mezzo) in Europa e (quattrocentomila) verso l’America.

L’accentuarsi delle diseguaglianze insieme allo spaesamento morale dovuto al brusco cambiamento di vita è il tema centrale di libri e film prodotti in quell’epoca. Se ne potrebbero citare decine. Ne ricorderò due per tutti.

“Il sorpasso” di Dino Risi del 1962, nel quale Bruno (Gassman), incarna i difetti dell’italiano medio ai tempi del boom: euforia artificiale, presunzione, irresponsabilità, vuoto di fondo (leggi qui [4]).
“La cuccagna”, di Luciano Salce (1962), con Luigi Tenco, le traversie di una giovane donna in cerca di un lavoro da segretaria ed i suoi sfortunati incontri con personaggi squallidi e profittatori, che mostrano la faccia feroce del boom economico.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi”, scriveva Giorgio Bocca sull’Avanti.
In questo contesto di euforia consumistica, centinaia di migliaia di italiani emigravano all’estero.
E non soltanto dal Sud, anzi i veneti ed i friulani furono i primi, solo successivamente partirono tutti gli altri. Nelle fabbriche di cioccolato, nei cantieri edili, negli alberghi e nei ristoranti, si sentivano parlare tutti i dialetti italiani.
Non dovremmo mai dimenticarlo.
Le condizioni di vita così dure erano sopportate unicamente perché si pensava di tornare a casa prima o poi con i propri risparmi.

Nel film “Il terzo uomo”, di Carol Reed (del 1949), un losco individuo, contrabbandiere di medicinali (Orson Welles) dice: «In Italia. sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassini, massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù».

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La Svizzera, democrazia opulenta, anche grazie al segreto bancario, che vive in pace da 500 anni, ma ancora nel 1959, con un referendum nega il voto alle donne, accoglie, a certe condizioni, gli immigrati.
Come credete che gli inventori degli orologi a cucù, orgogliosi della propria sobrietà, della proverbiale puntualità, del pragmatismo, accolgano le maniere espansive e rumorose e gli sguardi dei nuovi arrivati sulle loro donne?
“Non si affitta ai cani e agli italiani”, recitava un cartello.
Dall’intolleranza all’odio e alla xenofobia il passo fu breve.

In questo clima, un certo James Schwarzenbach, medico, industriale, di alto lignaggio, fine studioso di Dürer, fonda un partito, Nationale Aktion, che propone il referendum per espellere trecentomila lavoratori stranieri. Dopo diverse vicissitudini parlamentari, il referendum viene celebrato il 7 giugno del 1970.
Schwarzenbach perse di misura, in buona parte per il voto contrario della destra economica, bisognosa di manodopera straniera.