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Pensieri fatti in casa

di Lorenza Del Tosto

 

Stiamo in casa, guardiamo film con la famiglia, mettiamo in ordine armadi che non aprivamo da tempo e ci accorgiamo di qualcosa di diverso.

Nei cassetti che riordiniamo scopriamo oggetti dimenticati: un’amica ritrova in un libro il programma di un convegno dove ha parlato subito dopo la laurea. Sono passati anni da allora eppure c’è un tono allegro nel suo racconto, come se si trattasse di un convegno ancora da venire.

Tra i nostri libri troviamo foto di compagni di classe, amori di gioventù, inviti a matrimoni e battesimi, ci accorgiamo nel guardarli di non provare quel senso di malinconia che accompagna le cose perse per sempre. Volti e persone, di quelle foto, sono qui, vive e animate, a farci compagnia. A ricordarci chi siamo.
Come se il passato che riaffiora si dilatasse nel presente, riempiendo e reinventando gli spazi vuoti.

Come se l’improvvisa incertezza del futuro, l’impossibilità di dire alcunché su quanto avverrà dopo e la sensazione che il presente che vivevamo fino a poco fa, sia stato spazzato via in un istante, ovunque nel mondo, senza lasciare traccia, simile ad un sogno, la sensazione dunque che ciò che credevamo veglia fosse sonno, tutto questo ha trasformato dentro di noi il tempo, mischiando le carte di presente, passato, futuro.
Nel susseguirsi delle ore in casa, anche i film che vediamo la sera, in famiglia, si svolgono in un tempo sospeso, mutato.

Rivediamo il Sorpasso e le strade deserte di Roma che Gassman attraversa a ferragosto sembrano le stesse che abbiamo percorso poco fa per andare a fare la spesa.
Ritorno all’Avana visto con gli amici del cineforum nella versione #restoacasa, non è il racconto di abitanti di una Cuba lontana che hanno visto crollare le loro speranze in un mondo migliore, ma lo specchio di un incontro che potremo fare tra qualche settimana o qualche mese in terrazzo, anche noi riuniti e storditi da quanto è successo, intenti a capire se qualcuno ha avuto ragione o qualcuno torto, se qualcuno ci credeva davvero nel mondo in cui vivevamo.

Proviamo uno strano sollievo nel sentirci finalmente vicini ai protagonisti di tanti film che raccontano momenti tragici nella storia dell’umanità: capiamo meglio le rovine di Berlino (in Germania anno zero, di Rossellini; 1948 – NdR), il vagabondare di Umberto D. (De Sica, 1952 – NdR) , ci sentiamo parte attiva di quei film. Per non parlare della fantascienza. Capiamo anche, d’un tratto, che eravamo pronti per questo, avevamo raggiunto il punto di non ritorno.
Cerchiamo di ricordare chi ci abbia detto, tra i registi che abbiamo tradotto prima che il nostro lavoro scomparisse chissà per quanto, che quando al cinema prevale la violenza, la catastrofe… quando c’è questa fame nel pubblico, vuol dire che la catastrofe è vicina.

E ci chiediamo di quali film ci sarà fame dopo, i nostri volti spauriti al supermercato a capo chino, come se anche un sorriso da distanze siderali potesse infettare, di cosa avranno fame? Ora che sentiamo l’alito fetido sul collo, dopo questa catarsi di paura reale e non più surrogata sul divano di casa, o in poltrona al cinema, avremo desiderio di altre storie? Avrà placato il virus la nostra fame di distruzione, o servirà altro? Chissà.

Immagine di copertina (a cura della Redazione)
La celebre immagine da Il pianeta delle scimmia (Planet of the apes, di Franklin J. Schaffner; 1968) che suscita l’agnizione e la maledizione del protagonista (Taylor, Charlton Heston): «Voi uomini l’avete distrutta! Maledetti, maledetti per l’eternità, tutti!»

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