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Un’altra vita professionale e il commiato che non ci fu

di Sandro Russo

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Il pubblico commiato di Biagio Vitiello dai suoi pazienti (leggi qui) mi ha fatto pensare al mio, di commiato.
Che non c’è mai stato.
E chiedendomi come e perché, mi sono ritrovato a fare un bilancio della mia vita professionale. Dalla laurea nel 1971 alla pensione nel 2009, quasi quarant’anni da medico, in campi molto diversi tra loro.
Ripensandoci, l’unica cosa che non ho fatto è stato il medico di famiglia, tranne qualche sostituzione in condotta, nei primi anni dopo la laurea, per raggranellare qualche soldo. Soprattutto al Nord, in provincia di Brescia, per sostituzioni di 20 giorni ai medici locali che (a quei tempi) andavano a caccia in Jugoslavia.

Perché la mia scelta lavorativa di base è stata da subito quella universitaria (assistenza, ricerca e insegnamento): prima come “interno volontario” (aggratis) in una Clinica Medica, poi “borsista” universitario (a 140.000 lire al mese), poi “assegnista” (con lo stipendio passato a ben 270.000 lire).
Va da sé che per sopravvivere dovevo fare un altro lavoro. Che è stato quello del Medico di Guardia in una clinica privata (poi regionalizzata) a Pomezia, a una trentina di km da Roma. Ci facevo due turni di seguito di 24 h, dal sabato mattina al lunedì mattina; mentre il resto della settimana (dal lunedì, tornando di corsa al Policlinico, fino al venerdì), lo passavo in clinica universitaria; per fortuna con turni di mezza giornata.


La clinica di Pomezia è stata quella dove mi sono fatto le ossa come medico. Facevo di tutto: il medico di guardia per i vari reparti (medicina, chirurgia, ortopedia e ostetricia-ginecologia) e il Pronto Soccorso. Praticamente ero l’unico medico della struttura, jolly per tutte le situazioni. Ho dovuto perfino imparare ad assistere il parto, in attesa che arrivasse l’ostetrica reperibile (…fu lì che scoprii “con orrore” l’esistenza dei “parti precipitosi”); fare episiotomie ed episiorrafie.
Il Pronto Soccorso lì era una roba seria, essendo Pomezia una specie di Bronx di Roma: arrivavano gli incidenti stradali della Pontina, gli annegamenti e le risse del litorale di Torvajanica, e poi tutte le urgenze mediche da piccola e grande criminalità (sparati, sfregiati e vittime del giro di droga che in quegli anni cominciava a fare stragi tra i giovani).
I medici di guardia erano in grado di fare le radiografie, un esame del sangue (almeno l’ematocrito) e allertavano chirurgo, ferrista  e anestesista se c’era un’urgenza da sala operatoria. Ed era meglio che l’urgenza ci fosse davvero!

È stato a quel tempo – l’esordio professionale per entrambi – che ho conosciuto Rinaldo Fiore. Poi ognuno ha preso la sua strada e ci siamo persi di vista, salvo ritrovarci (e riabbracciarci!) più di quarant’anni dopo, del tutto per caso.
Da Pomezia sono passati anche i (futuri) medici ponzesi miei amici che al tempo studiavano a Roma, come Gennaro Di Fazio, Isidoro Feola e Mario Balzano… Quanti ricordi!

Nel frattempo avevo scelto in via definitiva di non fare la professione privata e di restare all’Università; accumulavo esperienza e specializzazioni. Ad un certo punto ho pensato di abbandonare la Medicina Interna e di approfondire gli studi nel campo dell’Urgenza, branca che di fatto già praticavo “sul campo”.
Di qui la svolta: spostare la mia qualifica, diventata infine di “ricercatore universitario”, da una disciplina all’altra e così sono passato al Centro di Rianimazione (del Policlinico Umberto 1° di Roma), perfezionando il cambio con la specializzazione in Anestesiologia e Rianimazione.

Qui sono cominciati i quindici anni centrali della mia vita professionale, essendo la Rianimazione una sorta di Medicina Interna d’urgenza.
In realtà l’anestesista non l’ho fatto mai, pur avendo svolto il mio training nei tre anni di specializzazione in sala operatoria (per lo più in clinica otorinolaringoiatrica).
Credo che il lavoro del rianimatore sia il più completo di tutta la medicina, sia dal punto di vista teorico che manuale e pratico. Molto particolare è anche il rapporto con il paziente; il più delle volte in condizioni critiche, sedato e ventilato artificialmente. In qualche modo un’astrazione, dal momento che l’interazione è ridotta al minimo, ma perciò stesso tanto più intensa e coinvolgente sul piano etico.

In quindici anni si può dire, ho visto di tutto… bambini, giovani, anziani. Molta sofferenza, molto dolore.
Il gruppo dei colleghi era molto affiatato (…e gli infermieri validissimi); il cambio di consegne, la mattina alle otto nella saletta delle riunioni, costituiva un forum scientifico in piena regola, in cui si approfondivano i problemi e si impostavano le terapie, con l’aggiornamento giorno per giorno. Il termine “epicrisi” veniva applicato anche lì.

Ma era un lavoro duro, per il carico emotivo e di responsabilità da sostenere. Bisognava applicare “il giusto mezzo”: se ti lasciavi coinvolgere troppo, la lucidità delle decisioni poteva esserne inficiata; se ti distaccavi troppo rischiavi di perdere l’anima, passando sopra, indifferente, a tutto il dolore del mondo.

Malgrado ci facessi attenzione (al giusto mezzo), alcune mattine smontavo dalla guardia di dodici ore così distrutto da pensare di avere una depressione endogena. Solo col tempo ho imparato e ho sviluppato delle contromisure. Alcune volte me ne andavo a bighellonare a piazza Vittorio (erano ancora i tempi in cui il mercato si svolgeva attorno alla piazza storica) anche senza dover comprare niente. Era una boccata di vitalità e colore – dopo la freddezza e le luci al neon perenni del reparto -, che pian piano mi riconnetteva alla realtà. Poi un bel sonno ristoratore e potevo ricominciare. Soprattutto avevo provato che non ero depresso!

Ma quindici anni di lavoro in rianimazione sono una prova al limite della sopportazione umana e così, quando mi fu proposta la riorganizzazione del Centro Antiveleni – un Servizio presente nell’Istituto che era stato lasciato in abbandono – accettai con entusiasmo. Anche per quello i tempi erano cambiati – troppe informazioni, troppi i farmaci e i prodotti che potevano essere considerati potenziali “veleni” – così che dal vecchio schedario cartaceo passammo ad uno sterminato data-base americano (Micromedex®),  erano nel frattempo arrivati i computer -, costantemente aggiornato, che conteneva tutto lo scibile medico.
Era un lavoro per me del tutto nuovo, e pur mantenendo le guardie e la partecipazione al gruppo di Rianimazione, andai a fare un training all’Ospedale Niguarda di Milano (al tempo il Centro Antiveleni leader in Italia) e nei tre anni successivi insieme ad una collega, acquisii una nuova specializzazione, in Tossicologia, a Firenze, polo di eccellenza della disciplina. Ogni giovedì su e giù tra Roma e Firenze col treno, per le lezioni e le esercitazioni; e magari il giorno dopo di nuovo di guardia.

All’Antiveleni, a parte le consulenze interne per i vari reparti, le prestazioni erano sostanzialmente telefoniche. Nel breve spazio di qualche minuto e con domande appropriate, bisognava capire se all’altro capo del filo c’era un problema reale, di che entità era e dare le opportune indicazioni. Una sintesi non facile, con l’insidia sempre in agguato.

Comunque ci ho passato un certo numero di anni, prima della pensione. Diciamo un distacco soft dalla professione, dopo il campo di battaglia della Rianimazione.


Ora, ripensando un po’ a tutto l’insieme, devo riconoscere che per la natura dei miei diversi lavori in ambito medico, non avevo proprio nessun paziente da cui accomiatarmi… Né mi sono passati per la testa “sassolini nella scarpa” da togliermi.

Molto sentito invece il commiato con colleghi e specializzandi, con cui si era costituito un bel gruppo, per motivazione e affiatamento. Anche se poi, nostro malgrado, ci siamo persi comunque.

Guardando indietro, mi sembra incredibile come sono volati quegli anni, ma sono stati estremamente intensi. Penso (spero) di essere stato all’altezza. Di certo mi ci sono impegnato con tutto me stesso.

Il Giuramento di Ippocrate

In copertina del libro (del marzo 2007): La morte di Socrate, di Jacques-Louis David, 1787 (al Metropolitan Museum of Art, New York)

18 commenti per Un’altra vita professionale e il commiato che non ci fu

  • Enzo Di Fazio

    Bello e interessante questo racconto della vita professionale di Sandro. Mi ha fatto pensare ai tanti medici di oggi in prima linea a combattere contro il Covid-19, spesso uniche persone, assieme agli infermieri, a riempire i momenti di solitudine e di vuoto di quanti poi non ce la fanno.
    E ho pensato anche a tutti quei medici, oltre 7200 provenienti dall’Italia intera e di tutte le età, che hanno risposto, appena qualche giorno fa, all’appello dello Stato di formare una task force di 300 camici bianchi da destinare ai bisogni degli ospedali della Lombardia. Un atto di amore e di coraggio, il modo migliore di mettere in atto il giuramento d’Ippocrate

  • Patrizia Montani

    Buon giorno Sandro,
    ho letto un po’ di arretrati su Ponzaracconta.
    Belle le tue memorie; mi ha fatto bene leggerle. In questi ultimi anni, da quando ci siamo rincontrati per il cinema, mi era sembrato che tu avessi rimosso la parte della tua vita che aveva a che fare con la medicina.
    Ho ritrovato il Sandro che ho conosciuto.
    Ti racconto un piccolo episodio, so che capirai. Settimane fa ho dovuto scrivere un certificato di riammissione all’asilo per mio nipote. Non avendo con me il ricettario, ho dovuto scrivere a penna:
    Patrizia Montani
    Medico chirurgo
    Specialista in Pediatria

    Ti confesso che ho provato un’emozione molto forte, come avessi incontrato un antico amore mai dimenticato e insieme anche la mia identità.
    Chissà che non sia questo il motivo che mi spinge a studiare e a scrivere di certi argomenti anziché di altri?

  • Tea Ranno

    Bellissimo pezzo, Sandro.
    A parte il riconoscimento della grandissima esperienza che lo studio e la professione “sul campo” ti hanno dato, quello che ho apprezzato di più in questo scritto è stata la tua capacità di mantenere l’equilibrio tra la sopraffazione del dolore e l’indifferenza, quel bisogno di “non perdere l’anima” che ti ha permesso di continuare a capire i mali del mondo e di restarne compartecipe.

  • Emanuela Siciliani

    Caro Sandro,
    sì, è stato emozionante ritrovare l’amico medico e ripercorrere insieme a te le tue tappe di vita e di professione. Sono stati anni intensissimi – pieni di parole progetti litigi anche, a volte -, e anche di quelli sentiamo forte la mancanza. Sapessi quante volte al giorno mi dico – ora chiamo Sandro – Lorenza mi è testimone – e poi, presa da mille incombenze mi dico più tardi lo chiamo. Ma leggere il tuo pezzo oggi mi ha fatto sentir bene, come ero solita sentirmi dopo le nostre chiacchiere al mattino presto.
    Grazie d’esistere.
    Emanuela

  • isidorofeola

    Complimenti a Sandro anche da parte mia.
    Sono stato testimone / attore di una parte del percorso descritto. Mi riferisco alla mia frequentazione (almeno due anni) presso la Clinica Sant’Anna di Pomezia, dove arrivavo il sabato pomeriggio in autobus e ritornavo a Roma il lunedì mattina assieme a Sandro con la sua Fiat “127”.
    Presso tale struttura durante il fine settimana (dove Sandro era l’unico medico di guardia), arrivava di tutto al P.S., e bisognava poi comunque, notte e giorno, prendersi cura dei ricoverati (che erano sempre più di un centinaio). Ho imparato qui a “muovere le mani”, cioè a mettere in pratica tutto ciò che di teorico avevo appreso, e bene, sui sacri testi universitari. Tutto ciò mi è stato di notevole aiuto durante il mio successivo percorso professionale.
    Poi con Sandro ci sono state altre frequentazioni, al di fuori del campo della medicina, ma questa è un’altra storia.
    Grazie.

  • Massimo Agnes

    Caro Sandro, l’excursus sulla tua vita professionale mi ha commosso, non tanto per i contenuti (riguardo ai quali sono comunque ammirato e ti faccio i complimenti), quanto soprattutto per la parte emotiva che emerge in tanti modi. Inutile dirti che è anche perché mi sono un po’ rispecchiato in te, visto che con pochi anni di scarto ti sto seguendo.
    Spero anch’io di avere come te una seconda vita densa di valori, di interessi e di buone relazioni umane.
    Ti abbraccio e spero che ci rivediamo presto.

  • Adriana Terzo

    Bello, Sandro, il “racconto” della tua vita professionale. Anzi, può essere davvero un racconto. Il finale – del racconto – potrebbe essere più in linea con la tensione e la tenuta poetica di tutta la stesura, molto piacevole da leggere

  • Lorenza Del Tosto

    Buongiorno Sandro
    grazie di questo tuo bel curriculum vitae o resumé all’americana. Da salvare sul desktop e consultare ogni volta che sorgerà la domanda: “ma Sandro che faceva prima?”
    Nei tanti anni in cui ti conosco il tuo passato medico ha fatto capolino ogni tanto qua e là, sempre brevi ma interessantissime apparizioni.
    Ricordo una volta che parlavamo nel gruppo Cicoria dell’Accabadora e tu ci ha raccontato di una specie di tracheotomia che hai dovuto effettuare d’emergenza. Ricordo male?
    Sono sempre stati ricordi brevi ma folgoranti che subito riaffondavano nell’oblio, mi davi quasi l’impressione che non volessi che contaminassero, quei ricordi di medico, la nuova vita a cui sei arrivato fatta di scritture, letture, analisi critiche e film. E’ sempre stata un’impressione, senza giudizio.
    A volte però hai ceduto e ti sei dilungato un poco di più, soprattutto raccontando dei veleni e ci ha fatto ridere con il resoconto delle telefonate di presunti sceneggiatori che volevano scrivere una scena veritiera di avvelenamento e tu avevi il sospetto che ti consultassero solo per far fuori la suocera.
    D’altronde, come nel tuo caso, mi piace molto quando in chi scrive affiora una competenza professionale extraletteraria come nel caso di medici, giudici, avvocati, e apprezzo anche molto quando quella competenza è solo una traccia e non diventa pedante.
    Quindi grazie e complimenti per la griglia di riferimento e l’immensa attività che hai svolto. Esuberante come medico e come caporedattore! E se un vantaggio ci verrà da questi tempi è proprio uno sguardo diverso sulla professione medica e forse anche per i medici la possibilità di lavorare su un piano più umano e meno asettico come avveniva un tempo quando i riferimenti delle persone, come guide di vita, erano il parroco (alcuni) e il medico.
    Bacio le mani a distanza
    Lor

  • Luca Russo

    Luca che fa l’infermiere in ospedale a Lione, in Francia, scrive:

    Bel pezzo! Sono rimasto impressionato dai punti in comune sulle sensazioni che si hanno al lavoro e soprattutto alla fine del turno!
    Un abbraccio forte
    Luca

  • Gabriella Nardacci

    Caro Sandro,
    sicuramente stare soli con se stessi, ci riconnette con il nostro ‘io’ e nel viaggio che inizia quando ci si ferma, si ripercorrono anni di strada importanti che parlano di sogni avverati o di obiettivi prefissati (i primi per i sognatori, i secondi per i razionali). Per uno che come te non si ferma mai, credo sia stato bello ripercorrere questo tratto di strada.

    Tu, caro Sandro, hai raccontato con abile penna una parte della tua vita in cui è stata necessaria e importante la tua presenza.

    Una voltai mi ritrovai a leggere il giuramento di Ippocrate presso uno studio medico. La parete di fronte della sala d’attesa, aveva solo un quadro: il giuramento di Ippocrate, che mi fece ben sperare nello specialista che mi avrebbe visitato. Pensai che quel medico volesse, a tutti i costi, che quel giuramento fosse l’unica cosa che doveva esserci in quella sala d’attesa. Tutti, in assenza di altro, sarebbero stati costretti a leggerlo. Infatti tutti ci siamo trovati a discuterne la bellezza e ad elogiare lo specialista, certi di aver trovato una persona che credeva in quel giuramento e che ci avrebbe curato bene e con coscienza.
    Spesso si perde la fiducia nella Sanità. Ci ritroviamo anche in presenza di ‘baroni’ senza scrupoli e di medici di famiglia annoiati e privi di passione.

    La cosa che mi ha tanto colpito in questo bel pezzo è anche sapere che molti tuoi amici hanno ‘camminato’ con te in questo tratto di strada e che, ancora oggi, ti sono accanto e possono condividere i tuoi ricordi.

    In un pezzo pubblicato anche su questo sito ‘Cara, amica mia cara‘, scrivo una lettera ad un’amica mia coetanea, morta improvvisamente. L’unica amica che mi era rimasta con la quale abbiamo condiviso un periodo importante della nostra giovinezza. La cosa che ancor oggi mi addolora è che non ho più nessuno con cui ricordare quel tratto di strada e spero che la mia memoria possa essere sempre viva, almeno per me stessa.

    In un periodo come questo che stiamo attualmente vivendo, un articolo come il tuo è di fondamentale importanza.
    Per me è stato riflettere sui valori della vita e voler bene a chi, come te, oggi è in prima linea a combattere questo ‘mostro’ invisibile per salvarci. Grazie.
    Quando poi si dice ‘il cuore’…

  • Maddy

    Caro Sandro,
    leggere il tuo articolo mi ha fatto inevitabilmente pensare ai nostri medici, infermieri e quanti altri sono chiamati in prima linea ad affrontare questo triste periodo del Covid-19.
    Ho una carissima amica dottoressa che lavora al Pronto Soccorso di Formia e che sento quasi tutti i giorni perché sono in pensiero per lei. Ho visto il tuo scritto come un modo per stare ancora più stretti, se pure solo virtualmente, a chi sta lavorando senza sosta per noi… Un atto eroico di grande amore…. e come dice Enzo: andrà tutto bene!
    Maddalena

  • Michela Polistina

    Io me lo ricordo bene, il periodo della Rianimazione… ero specializzanda, allora!
    Il dott. Russo che visitava tutti i pazienti e chiedeva analisi alle quattro di mattina per la gioia degli infermieri che non dicevano nulla per l’affetto e la stima; il mio primo vaso centrale; lo smarrimento perché il dottorino sembrava sapere tutto ed io niente. Alle riunioni in saletta era un apprendere continuo…
    Ora sono anche io in pensione, FORSE, perché dalla Asl Roma 1 mi hanno chiesto la disponibilità a tornare in servizio. Poi si vedrà.

  • Rinaldo Fiore

    La Clinica di Pomezia, fu il mio primo luogo di lavoro, dopo la laurea nel 1972. Lì conobbi e per circa due anni lavorai con un certo Alessandro Russo…
    In quella clinica al PS arrivavano incidenti stradali tremendi. Il mio primo caso serio fu quello di un camionista gravissimo con una lesione vicino alla carotide. Tutto quel sangue e quel grasso giallo mi fecero quasi svenire. Stavo per cadere ma una simpatica infermiera mi sorresse… Dopo qualche minuto mi ricapitò e allora l’infermiera mi disse: “Dotto’…. Me sa che deve sceje..!”. E così mi concentrai e non mi sentii più svenire.

    Di lì a pochi giorni mi sposai e al ritorno dal viaggio di nozze mi giunse una telefonata di un amico che mi proponeva un lavoro di Medico di Famiglia che poi ho svolto per 20 anni. Da subito feci un esame per la specializzazione in Anestesia che conclusi, mentre lavoravo, nel 1975. Contemporaneamente iniziai a frequentare l’ospedale di Marino (Castelli romani). In quell’ospedale ho vissuto professionalmente per 30 anni come anestesista.

    Salto tutti gli anni in mezzo, anche se sono stati il centro della mia vita, per arrivare ai giorni nostri.
    Nel 2019 frequentavo una bella Associazione Culturale dove avevo fatto la presentazione di una mia raccolta di poesie: La settimana successiva – me assente – ci fu una presentazione analoga… Il presidente dell’Associazione (anche lui medico in pensione) spiegò ai convenuti che lì anche un collega, tal Fiore, aveva presentato un suo libro…
    “Fiore? Rinaldo Fiore?! Ma è un mio amico! Abbiamo lavorato nella stessa clinica negli anni ’70!”
    Il tipo che parlava era Sandro Russo e in breve il sottoscritto e Sandro dopo 45 anni si sono incontrati riprendendo l’antica amicizia…
    Sono stato a casa di Sandro, un meraviglioso casale che sembra provenire direttamente dall’antica Roma per i mattoncini di cui è fatto e per colore, unitamente ad un ricchissimo giardino…
    Un commiato vero e proprio dalla professione non c’è stato neanche per me, perché vivo quasi accanto al mio vecchio ospedale e incontro tanti amici, scoperti negli anni amici fraterni, ora che viviamo fuori dal nostro luogo di lavoro, lontani dalle ambasce professionali…

  • Gennaro Di Fazio

    Ho conosciuto Sandro grazie a Silverio Guarino. Frequentavo il 2° anno del corso di Laurea in Medicina e Chirurgia quando venni accolta nella sua casa in Via dei Monti di Pietralata, vicino alla Stazione Tiburtina, uno schioppo dalla Città Universitaria e dal Policlinico Umberto I. Condizione favorevole e non solo per la breve distanza tra casa e università, ma per il fatto che avevo come esempio sia Silverio Guarino che Sandro dai quali ho imparato la dedizione allo studio che credo però di non aver mai eguagliato. Di Sandro ricordo la vita iperattiva costellata da una miriade di interessi, molto diversa dalla mia che venivo da Gaeta e peraltro con un carattere alquanto malinconico. Poi mi sono trasferito a Napoli, mi sono laureato e ho cominciato la mia vita.
    Con Sandro mi sono ritrovato, questa volta grazie a Mario Balzano, durante le serate a Lanuvio – la casa di “campagna” di Sandro – dove è nata l’idea, insieme a Mario, Gino Usai e Giuseppe Mazzella (l’avvocato), di creare Ponza Racconta, sito riuscito anche grazie al supporto tecnico di mio nipote Antonio Capone in qualità di ingegnere informatico (webmaster).
    Il ricordo che ho di Sandro è la sua estrema disponibilità, la sua vitalità e la sua passione e serietà che dedica quando prende un impegno personale e/o collettivo così come sta facendo con “Ponza Racconta”.

    Caro Sandro, grazie per quello che mi ha dato! Chissà che la vita non ci riservi altri incontri ancora più fruttuosi di quelli trascorsi.

    Un saluto affettuoso
    Gennaro

  • Pasquale Scarpati

    Caro compare

    Innanzitutto ti dico bravo, bravissimo e non per piaggeria. Il tuo articolo riguardante la tua vita mi ha emozionato. Mi ha emozionato perché, con le dovute differenze, rispecchia un po’ la mia: sempre alla ricerca del nuovo, sempre cercando, sia pur tra mille difficoltà, di alleviare (nel mio campo di rendere più facili) le difficoltà.
    Si sa il nostro Paese per sua natura ma soprattutto per mancanza di mezzi a volta lascia un po’ a desiderare e lascia un po’ fare all’iniziativa personale. Nel senso che ci siamo dovuti “arrangiare”. Non sempre ciò è negativo perché, lasciando spazio all’inventiva personale, questa può esprimersi nel migliore dei modi possibili sempre che se ne abbia volontà e si aguzzi l’ingegno.
    Ho notato tanto entusiasmo in te e soprattutto tanta umanità, però nel momento del bisogno penso che tu dovevi fare il medico mentre io divenivo il “severo professore ”. Di nuovo complimenti.

  • Liliana Madeo

    Pensavo che fosse una pippa: date, luoghi, cliniche, forse premi… E ho rinviato la lettura del testo, troppo presa da inquietudini e faccende legate a questo particolare bruttissimo momento. Oggi me lo sono snocciolato e, carissimo Sandro, non solo mi sono data della stronza ma anche mi sono commossa. Sì, fare il sommario della propria vita viene spontaneo in queste ore di silenzio, di solitudine. Ma tu lo hai fatto con un metro particolare. Ci sono le date, gli orari di lavoro, le scelte professionali. Ma – apparentemente in formato ridotto – c’è la sostanza di una vita professionale: le emozioni, gli interrogativi, l’affettività, il rammarico delle cose che potevano essere fatte in più e magari meglio, gli angoli delle vite che abbiamo sfiorato e che sono rimasti in ombra… Grazie. Il metro che hai scelto è suggestivo, efficace. Ti abbraccio e spero che ci si veda presto. Caramente
    Liliana

  • Giuseppe Mazzella di Rurillo

    Bravo Sandro. Commovente il tuo ricordo sul commiato.
    Mi è sembrato di averti conosciuto e frequentato da cinquant’anni!

  • Renzo Russo

    Caro Sandro, dopo averti sentito, sono andato alla ricerca della mail sulla tua carriera passata e l’abbiamo letta, sia io che Françoise.
    Hai fatto bene a farmela notare perché non ci avevo fatto caso. Non leggo tutti i tuoi articoli, ma quelli in prima persona o comunque sulla tua vita e sulla tue esperienze personali sono sempre graditi.
    Leggendolo mi sono reso conto di non conoscere o aver dimenticato alcune fasi della tua vita, come il tuo periodo a Milano o a Firenze. Forse erano gli anni di Luca a Giulia piccoli.
    Ho letto anche tutti i commenti e link (finanche quello di Biagio V.) e non solo per cercare quello di Luca.
    Beh, una bella soddisfazione, no? Ma per me non è stata una sorpresa…
    Ciao, Renzo

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