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Epicrisi 268. Quaresima e Resurrezione?

di Giuseppe Mazzella

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Sì, siamo proprio in Quaresima. La settimana si è sviluppata – non solo sul nostro sito – tra la paura del coronavirus e l’incertezza economica per il futuro. Un’esperienza che, a giudicare dall’eco che i mass media stanno dando, sta mettendo a dura prova il sistema Italia e la stessa convivenza sociale. Le istituzioni ad ogni livello, presi dalla stretta dell’emergenza, stanno approntando provvedimenti non sempre armonizzati tra loro. A volte si è avuto l’impressione che si a faccia a gara a chi più alza il tono ed enfatizza, come per apparire il “salvatore della Patria”.
Signori, questa è la globalizzazione!
Intanto, è notizia delle ultime ore, che anche il nostro comprensorio si sta attrezzando una tenda ospedaliera presso l’ospedale “Dono Svizzero” di Formia, per gestire meglio i casi sospetti.

È in questo clima da sospetto – che Domenico Squillace, preside dell’Istituto A. Volta di Milano (leggi qui) raffronta alla famosa pagina manzoniana sulla diffusione della peste – ci invita a tenere i nervi saldi e a “conservare il bene più prezioso che abbiamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità”. Gli fa eco un altro preside (riportato a commento del primo articolo) che esprime sagge parole su quanto è facile, nel clima di “tutti contro tutti”, passare da accusatori a discriminati.

In questo clima quasi apocalittico sorgono dal profondo del nostro io domande esistenziali alle quali non è facile dare una risposta, come quelle di Franco De Luca, che racconta di “una terra di silenzio umano nel quale una “Signora forestiera” ha trovato la sua dimensione interiore e quella solitudine che gli antichi anacoreti definivano la sola beatitudine di cui poter godere su questa terra. E ancora Franco, si domanda ancora, se è possibile una eguaglianza, nel rispetto delle diverse vocazioni e necessità. Domande filosofiche e politiche alle quali non è facile dare soluzione, in una società che sta perdendo giorno dopo giorno il senso della realtà.
Ma Ponza d’inverno è davvero questa “beata solitudo”?


Riccardo Alongi nuovo arrivato tra i collaboratori del sito (benvenuto e grazie!) ci racconta la nostra isola vista da un “forestiero” che si trova ad affrontare una mentalità complessa e diversa, con molte sfaccettature non propriamente entusiasmanti (leggi qui). Alongi lo fa con ironia, ma la lezione non è meno icasticamente dolorosa e, purtroppo, non possiamo non convenire su molti punti. Anche se con qualche attenuante.


È lo stesso autore poi che con un suo nuovo intervento sul finire della settimana, ci racconta le sue esperienze di pesca e caccia che trovano fieramente contrario il nostro capo redattore Sandro Russo. Io credo, anche per l’esperienza indiretta – non sono mai stato cacciatore, ma ho avuto padre, zii, cugini e parenti di ogni ordine e grado accaniti seguaci di Diana – , che sono vere entrambe le posizioni. Le sensazioni che racconta Alongi, un certo senso atavico come un rituale dell’alzarsi il mattino prestissimo, incamminarsi per le impervie alture dell’isola, osservare i movimenti dell’aria e delle nuvole, interpretare un refolo di vento, abbiano la loro magia, anche per averla provata da bambino quando facevo da cane da riporto, avendo papà perduto il nostro amato volpino. Quando si è in gruppo si vive in una sorta di cameratismo che unisce e fa dolce la compagnia.


Così come è vera la visione di Sandro, più attento agli aspetti naturalistici che alla cattura della selvaggina. Silverio Lamonica che ha anche ricordato alcuni versi di mio padre, ricorda con misurata partecipazione il clima di quando l’isola ospitava agguerrite compagnie di cacciatori che per mesi presidiavano ogni collina e incrementavano il nostro PIL, allungandone la stagione.
Certo dagli anni sessanta molto è cambiato. I ponzesi andavano a caccia anche per sostenere le famiglie dal punto di vista degli approvvigionamenti di carne. Io stesso ricordo, e non sono ancora un matusalemme, quando quaglie e tortore venivano conservate sotto olio o sotto aceto come riserve invernali. Oggi la caccia ha perso molto della ritualità antica e si mostra come retaggio di un tempo passato, e ormai un lusso per pochi per la farraginosità delle norme che la regolamentano.

Sempre in clima di Quaresima si pone l’intervento di Noemi D’Andrea (leggi qui) che non riconosce più l’isola della sua giovinezza e la cordiale ospitalità che la contraddistingueva e lancia un appello, che non può passare inascoltato, soprattutto per i giovani di abbandonare i cellulari e imparare di nuovo a guardarsi in faccia e a parlarsi così semplicemente.

Anche Maria Conte da Padova, omonima della mia amata maestra della prima elementare, e forse sua parente (leggi qui), ci ricorda l’antica tradizione della “bambolina vecchietta” che rappresenta appunto la Quaresima, tradizione che la nostra Direttora scrupolosamente celebra addirittura con due esemplari affidateli dalla nonna Fortunata e dalla zia Carolina.

In questa settimana Pasquale Scarpati continua e conclude la sua ricostruzione del recente passato politico della nostra Repubblica, del quale molti sono i punti ancora inesplorati. Io credo, e in questo sono d’accordo con l’autore, che un periodo storico non possa mai dirsi analizzato compiutamente. Altrimenti non staremmo ancora oggi a soffermarci sulle ragione dell’uccisione di Cesare o sulla sconfitta a Waterloo di Napoleone. Bisogna rispettare le opinioni o le convinzioni di tutti e proprio per questo anche la storia degli ultimi venticinque anni merita analisi e approfondimenti per i quali non siamo ancora in possesso di “tutte le carte”.

Cerchiamo adesso di superare la Quaresima, anche se mancano ancora molte settimane, e incamminarci verso la Resurrezione, o almeno verso la rinascita della nostra isola, essendo la prima facoltà per chi crede solo di Dio.

La domanda che ognuno si fa è: come sta Ponza, anzi i ponzesi? Male. Un male antico, si dirà. È vero. Un male fatto di invidie, di rivalità, di insofferenza e di conservazione di posizioni acquisite in contrasto con chi è fuori “dai giochi”.

Bisogna dire che la popolazione è scontenta, delusa e preoccupata. L’economia invernale, solitamente in letargo, non riesce più ad essere volano di ripresa per estati sempre più a rischio e troppo concentrate. Per superare questa situazione è necessario l’impegno di tutti con un coordinamento istituzionale propositivo. E questo significa dare nuove opportunità lavorative per tutti, defiscalizzare dove è possibile, implementare nuove attività che possano svilupparsi nel corso dell’intero anno, premiando chi vuole impegnarsi in questa direzione, aiutare anche economicamente le nuove attività e i giovani imprenditori, migliorare i mezzi di comunicazione con orari più efficienti.


Chi legge dirà: le solite cose. Sì, certo, le solite cose che, però, non vengono fatte e che se si rinviano ancora, condanneranno la nostra Ponza ad una fine inevitabile e senza ritorno. Ho la sensazione, che è più di una sensazione, che chi vi vive stabilmente non si renda conto della gravità della situazione anche nel quadro internazionale sempre più drammatico dal quale non si può più prescindere.
I segnali che ci vengono da “chi viene da fuori”, pur se espressi in forma ironica o nostalgica, possono aiutare e non bisogna sottovalutarli. Altrimenti saremo costretti ad una Quaresima sempre più magra senza mai poter incamminarci seriamente verso una rinascita alla quale non possiamo né dobbiamo rinunciare.

Buona domenica

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