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I Momix, o della leggerezza

di Sandro Russo
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“La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume
[Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio.
1. Leggerezza – Milano, Oscar Mondadori, 1993]

 

Su uno spettacolo dei Momix, visto ieri sera al teatro Olimpico di Roma

I Momix sono un gruppo di danza moderna – coordinati da un leader-guru, Moses Pendleton – attivi fin dagli anni ’80, in USA originariamente. Nel corso degli anni la formazione e il numero degli interpreti hanno subito diversi mutamenti, anche per fattori fisiologici; ma il fascino che trasmettono attraverso i loro spettacoli è rimasto immutato.
I Momix fanno un teatro-danza che utilizza il corpo umano, costumi e attrezzi, giochi di luci e ombre, in una originale combinazione che evoca un mondo di immagini surreali.
 Ricordo di averli visti per la prima volta quasi 30 anni fa; ma sono come una droga: torno a vederli ancora e ancora, dopo una prima folgorazione, nei diversi spettacoli che portano in giro per il mondo…

Mi sembra che uno degli aspetti di fascino del teatro-danza dei Momix consista nel tentativo di superare la forza di gravità cui tutti i corpi terrestri sono assoggettati; ma non questi danzatori, apparentemente.
L’altra assunto della fisica che sembra negato è che il movimento, il sollevamento, lo spostamento in genere, richiedano sforzo e fatica; neanche questi si avvertono, durante lo spettacolo.
Ancora la instabilità, le metamorfosi che hanno luogo sulla scena. E’ una variazione continua delle forme, per cui ogni cosa cambia e si trasforma in qualcosa di altro, suscitando sospensione del giudizio, attesa, e infine la sorpresa in chi assiste.
Nei più recenti spettacoli dei Momix cui ho assistito – come in quest’ultimo “Alice” – mi sembra di riscontrare una progressiva tendenza all’astrattismo. Quelli che erano all’inizio corpi umani in movimento, vengono trasformati, inclusi in involucri informi che prendono ogni possibile aspetto… E anche le coreografie e i colori mostrano la stessa evoluzione.

La luce e i colori, insieme alla musica, si combinano per ricreare immagini fantastiche e oniriche; una sorta di base emotiva alla scena cui si assiste con gli occhi. Proprio all’inizio della sua carriera artistica, quando ancora militava con l’ensemble “Pilobolus Dance Theatre” Pendleton collaborò con Frank Zappa e apriva i concerti del suo gruppo ‘Mother of invention’.

Ogni volta si tratta di uno spettacolo ‘concept’, legato da un filo comune; sia esso la vita nel deserto, le magie della luce lunare, il mondo della natura o, come in quest’ultimo spettacolo, il libro “Alice in wonderland” – Alice nel paese delle meraviglie scritto nel 1865 dal matematico e scrittore inglese Charles Lutwidge Dodgson con lo pseudonimo di Lewis Carroll.

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Una associazione che viene quasi immediata quando – come per l’universo Momix – si considerino l’originalità di espressione e le coreografie della danza, è il classico ‘Fantasia’ di Walt Disney (1940): un film che tutti i bambini dovrebbero vedere! D’altra parte lo stesso Pendleton ha ammesso di esserne stato influenzato ai suoi inizi.

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Il film di Disney fu una scommessa a più livelli – per l’epoca (1940!), ma anche in assoluto – non solo per l’associazione tra il suono e le immagini (far vedere i suoni… far sentire le immagini…), ma anche per aver messo in scena animazioni di creature improbabili come ballerini, animali o vegetali…

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In Fantasia: la danza dei funghetti, dei cardi e delle orchidee (con musiche da ‘Lo schiaccianoci’ – ‘The Nutcracker’ di Ciajkovskij); la danza degli ippopotami, degli struzzi e dei coccodrilli (sulle note de ‘La danza delle ore’ di Amilcare Ponchielli)

 

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Non a caso anche Walt Disney è stato attirato dall’immaginifico mondo di Alice: Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice in Wonderland) è un film d’animazione del 1951

Nessun riferimento è più pertinente alla danza dei Momix che una storia di science fiction, di quelle che piacciono a me…
Un romanzo breve vincitore del premio Hugo nel 1978 (l’equivalente degli Oscar per la sf – NdA). Titolo: Stardance, di Spider e Jeanne Robinson [lo scrittore è Spider, ma la moglie Jeanne, danzatrice, coreografa e insegnante di danza, vi ha collaborato con una sua visione ‘dall’interno’, nel campo specifico – NdA]. Stardance, oltre che una serie di successo è poi diventato anche il progetto di un film e un’idea di movimento a “gravità zero”, seriamente presa in considerazione dalla NASA.
L’uscita del libro e l’inizio dell’attività dei Momix sono più o meno contemporanei; credo che tra i due eventi ci siano dei collegamenti…

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La copertina del libro di Spider e Jeanne Robinson, del 1978 (in Italia il racconto è stato presentato in una antologia: ‘I premi Hugo 1976-1983’; Editrice Nord, 1984)

Stardance é la storia di Shara Drummond, una danzatrice eccezionalmente dotata, ma con un corpo che non è esattamente quello di una ballerina.
 Assistiamo alla scena in cui la sorella Norrey, ballerina affermata e insegnante di danza, la presenta all’operatore video, io-narrante della vicenda.
Mio Dio, Norrey, ma… E’ colossale..!
– Sì, il secondo marito di mia madre era un giocatore di football americano – disse Norrey in tono malinconico… E’ spaventosamente brava!
– Se é brava, è spaventoso davvero. Povera ragazza…”.
Con questo handicap da fronteggiare e con una volontà (tutta americana) di danzare malgrado questo, Shara prova, insiste nella danza solista mentre l’operatore (che nel frattempo si è senza speranza innamorato di lei) riprende in video i suoi lavori.
Danza, Shara, pezzi che intitola: “Gravità è un verbo” e “Massa è un verbo”, dove ‘verbo’ sta per ‘legame’, ‘costrizione’ cui non è possibile sfuggire. Ma sono esperimenti sterili, che non hanno alcun successo di pubblico, e il sodalizio si interrompe.

Qualche tempo dopo Shara ricompare con un’idea completamente nuova. Si trasferirà per le sue danze in una stazione spaziale in orbita intorno alla terra, ad una gravità ottenuta artificialmente mediante la rotazione dell’enorme anello. Riprende con sé l’operatore e iniziano una nuova avventura. Insieme mettono in scena, in un grande hangar a 1/6 della gravità terrestre, un’opera intitolata “Leggerezza”; ma è solo la preparazione al lavoro successivo: “Stardance”, una danza in assenza completa di gravità.
Per questo ambiente Shara impara a padroneggiare le cavigliere e i bracciali che le consentiranno di muoversi e danzare nello spazio esterno, in una tuta d’argento.
Poi – come spesso succede nelle storie di fs – il tema e l’orizzonte si allargano, e ritroviamo nel finale Shara a danzare nello spazio per trasmettere l’essenza della razza umana, la sua capacità di concepire la ‘Bellezza’, ad una razza di Alieni..

Nello spazio danza, Shara, per noi e per loro, “Stardance”, la sua ultima danza…

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Riporto qui di seguito la nota ripresa dal sito del Teatro Olimpico sullo spettacolo.

Al Teatro Olimpico di Roma. In scena dal 12 febbraio al 1° marzo 2020

Dopo aver incantato il pubblico con molti spettacoli in quella che è la loro residenza romana, i Momix tornano a esibirsi sul palco dell’Olimpico con Alice. Lo spettacolo creato e diretto da Moses Pendleton che ha debuttato proprio all’Olimpico in prima mondiale.

Un suggestivo e memorabile lavoro in collaborazione con l’Accademia Filarmonica Romana, ispirato alla fiaba di Lewis Carroll: Alice nel Paese delle Meraviglie. Moses Pendleton, carismatico creatore e direttore artistico della compagnia, propone uno show che arricchisce il caleidoscopico repertorio di pura poesia con cui i Momix catturano il pubblico alla messa in scena di ogni produzione.

La “vera Alice” ispirò Lewis Carroll a scrivere la sua fantastica storia di avventure sotterranee per lei quando aveva solo dieci anni. Quella piccola storia, interpretata da Alice stessa come una bambina curiosa in un universo assurdo, è un mondo pieno di fantasia e divertimento.
Il coreografo più immaginativo del mondo della danza ha scelto di infilarsi nella tana del coniglio in un mondo magico dove il corpo umano si trasforma e niente è ciò che appare.

“Non intendo raccontare l’intera storia di Alice, ma usarla come punto di partenza per dare libero sfogo all’invenzione. Sono curioso di vedere cosa succederà, e sto diventando sempre più curioso quanto più conosco Lewis Carroll, che, come me, era un appassionato fotografo. Vedo Alice come un invito a inventare, a fantasticare, a sovvertire la nostra percezione del mondo, ad aprirsi all’impossibile. Il palcoscenico è il mio narghilè, il mio fungo, la mia tana del coniglio” (Moses Pendleton)

In collaborazione con l’Accademia Filarmonica Romana per le Giornate della danza di Roma 2019-2020

In condivisione con http://teatroolimpico.it/ [8]