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Epicrisi 266. La fatica di vivere, il piacere di leggere

di Sandro Russo

 .

Molto varia la settimana su Ponzaracconta; anche particolarmente focalizzata, tra belle e brutte notizie. Da dove cominciare?
Ci sono due scuole di pensiero.
Una cosa che ancora ricordo da mio nonno di Ponza – Ciccill’ Zecca – è che qualche volta chiedeva a noi nipoti se mangiavamo il boccone buono per primo o lo lasciavamo alla fine. Le risposte erano varie, ma a chi rispondeva che lo lasciava per ultimo lui diceva: Bravo furbo! Così se bussa qualcuno alla porta e si siede a tavola, per dovere di ospitalità glielo devi cedere!
Altri tempi e una diversa esperienza della vita. Adesso da mangiare ce n’è sempre per tutti.
E per non essere troppo deprimente comincio dalle buone notizie, sperando che poi la curiosità faccia il resto. Con l’avvertenza che tratterò solo alcuni (pochi) dei tanti temi svolti, per evitare che l’estrema sintesi non renda giustizia a nessuno. Me ne scuso con gli Autori.

“Una canzone per la domenica” spesso viene tralasciata nelle Epicrisi, forse perché di solito è il primo articolo della settimana e cade nel dimenticatoio. Questa settimana la nominiamo: ’O sole mio, proposta da Gabriella Nardacci, che trova echi proustiani per ricordarla. Insiste con la frase: “A volte è difficile prendere sonno” che mi ha tanto ricordato: Longtemps, je me suis couché de bonne heure” della Recherche di Proust.

Interessanti e vari i pezzi da leggere questa settimana – leggere per piacere intendo, non solo per avere informazioni o per fare polemica.

Semplice e suggestivo quello di Rita Bosso, innescato dal gran parlare che si è fatto la settimana scorsa a Ponza del Piano del Porto e dell’attacco dei draghetti.

Gradevole il racconto di formazione (in due puntate) di Marcello Aleandri, della Scuola di Scrittura Omero: Navi e tulipani (leggi qui e qui), colorato e movimentato, con un finale concitato che conquista.

Un contributo – esterno a Ponza, tratta di Venezia del ’500 – è l’articolo ripreso da Latina Oggi di Stefano Testa, “avvocato e scrittore con l’hobby del giornalismo”, che abbiamo conosciuto proprio attraverso queste pagine… Ha scritto per noi anche un racconto di fantasia su San Silverio (leggi qui).

Tutt’altro tema, molto intrigante – che proprio fa venire la voglia di lasciare tutto e andarsi a procurare il film – è l’esperienza raccontata da Alberto Crespi, critico cinematografico e conduttore radiofonico, con Sentieri selvaggi, film di John Ford del 1956 (nell’ambito di una collaborazione tra Ponzaracconta e www.odeonblog.it):

“Mi chiamo John Ford; faccio western”. Così si presentò in pubblico una volta: definitivo e essenziale.
“Grande autore populista, John Ford ha saputo raccontare la gente, la truppa, i contadini, i cowboy, gli uomini soli, gli uomini con altri uomini, e donne (prostitute o signore, pioniere o borghesi) di straordinaria solidità morale. Soprattutto nei western, ma non solo, anche se l’alternanza di commedia e poesia, di dolore e tenerezza era sempre la stessa. Faceva western” (così Emanuela Martini su www.mymovies.it).

In posizione intermedia, di cerniera, tra il piacere per la scrittura e la vis polemica, si segnala l’articolo di Pennacchi tratto da Latina Oggi. Molte volte le nostre scelte editoriali riportano a Ponza, anche quando sembra che si parli d’altro.

Mettiamo ora in sequenza diversi elementi…
Scrive Pennacchi: “…Poi dice perché uno perde pure, certe volte, la pazienza. Sono oramai quasi quattro anni, purtroppo, che appena insediata la giunta Coletta – eletta anche col mio modesto voto e contributo – il sindaco mi invitò per una chiacchierata in municipio, come peraltro avevano già fatto anche Zaccheo e Di Giorgi, ai tempi loro: “Dicci per cortesia come vedi e come pensi la città”. Anche a Zaccheo e Di Giorgi avevo ovviamente detto con onestà tutto quel che pensavo, poiché uno scrittore – per quanto “di turno” e pur essendo di parte, ed io di sinistra – credo abbia il dovere di mettere al servizio del popolo, e della collettività a cui appartiene, tutto ciò che sa e che può fare”.

Trovo poi il commento di un lettore – ma è un’opinione diffusa – al rammarico di Sandro Vitiello di non aver trovato Ponza tra gli stand della Bit 2020 di Milano:
“E la colpa di chi è? Mi sembra che la confusione è stata fatta dai “compagni”. L’attuale amministrazione è stata fortemente voluta da te, caro Sandro, ma poi non hai più partecipato alla vita culturale e sociale dell’isola perciò, ora ci teniamo quello che abbiamo seminato (…)”.

Certo che lo dovevamo sapere!
“Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Gli uomini di potere sono quasi sempre malvagi”. — John Emerich Edward Dalberg-Acton (Lord Acton; 1834 -1902) …E non aveva ancora visto il peggio!
Ma mica stiamo parlando di malvagità e di grandi uomini! (dell’umidità parliamo dopo… come nella famosa barzelletta). Qui ci si spartiscono i polli e le vincite a zecchinetta (…o al “tressette a perdere”, visto che siamo a Ponza ed è proprio di perdere tutto – soprattutto la fiducia degli elettori – che si sta parlando).

Come è stato per Pennacchi, aver aderito ad un programma di opposizione ad un’amministrazione che avevamo tutti i motivi per avversare, mica ci dava la sicurezza che sarebbe andata bene. Dunque rivendico con forza il diritto – mio personale e di Ponzaracconta – di “non abbozzare”, e la libertà di esprimere dissenso.

Di malvagità e grandi uomini… Si parlava la settimana scorsa di Anna Arendt e del processo a Adolf Eichmann – a proposito della Giornata della Memoria (della Shoah) il 27 gennaio, ma abbiamo dovuto riprendere questi argomenti dolorosi per la Giornata del Ricordo (delle Foibe) lo scorso 10 febbraio (leggi qui e qui) e spiegare perché quest’ultima ricorrenza è diventato il cavallo di battaglia delle destre.
Spaventati dalla risonanza mondiale della Shoah i fascistelli nostrani sono ricorsi al loro più sperimentato tormentone: “E allora voi?”, come se giocarsi Hitler contro Stalin (nello specifico, i campo di concentramento nazisti conto le foibe titine) azzerasse i conti e non gettasse invece una luce ancora più sinistra sul male che alberga nell’uomo.

Questa settimana – per fortuna senza morti – il pezzo più letto (insieme a quello si Sandro Vitiello sulla Bit 2020 di Milano) è stato quello di accompagnamento al video sulla Realtà virtuale.

Da cinefilo mi sono interessato di come il cinema ha trattato il dolore (ne ho scritto su Omero di alcuni anni fa): https://www.omero.it/omero-magazine/omeriche-visioni/il-cinema-del-dolore/; anche se i film di cui parlavo sono datati, è comunque un argomento che ho approfondito.

Si concludeva, quell’articolo, con una considerazione tutto sommato positiva.
“Somiglia – la proliferazione e il successo di tanti film sul dolore -, alla richiesta di favole, quelle piene di orchi e  streghe che i bambini vogliono ascoltare prima di dormire. Per esserne spaventati e deliziati; rassicurati anche, per l’esorcismo di un evento temuto e per l’effetto liberatorio della sua rappresentazione.
Forse, bambini e adulti, consolati dal tesoro di una speranza, una piccola luce – di umanità, bellezza, partecipazione – che possa farci compagnia nel buio.

Tornando al video sulla realtà virtuale, nessuno vuole speculare sul dolore e anche il pezzo giornalistico che accompagna il video è onesto. Ci sono stati diversi commenti interessanti (a cui rimando). Il punto della questione è l’uso giusto/sbagliato che si può fare delle nuove tecnologie.

Per chi ama e ha accesso alle serie tv, Black Mirror (su Netflix) è una serie televisiva britannica ambientata nel futuro, ma ispirata al mondo di oggi, incentrata sui problemi di attualità e sulle sfide poste dall’introduzione di nuove tecnologie (il titolo si riferisce allo schermo nero di ogni televisore, computer o smartphone). Ogni episodio (della durata di circa un’ora) è autonomo, e ciascuno affronta la comparsa e la diffusione delle nuove tecnologie, l’assuefazione ad esse ed i loro effetti collaterali. Vengono immaginate e ricreate diverse situazioni del mondo moderno (o di un futuro possibile) in cui una nuova invenzione tecnologica o un’idea paradossale ma realistica ha, in qualche modo, destabilizzato la società e i sentimenti umani.

Ci siamo dentro tutti, mi pare… perciò è importante farsene un’idea; anche se il futuro, quando arriva, ha sempre un volto diverso da quello che avevamo immaginato.

“Chi vuol esser lieto sia // del diman non v’è certezza”
Buona domenica

 

2 commenti per Epicrisi 266. La fatica di vivere, il piacere di leggere

  • Sandro Russo: "Dell’umidità parliamo dopo!"

    Davo per scontato, nell’epicrisi di ieri, che la storiella dell’umidità fosse universalmente conosciuta; dopo alcune richieste di chiarimento ho pensato di doverla raccontare per intero.

    Un affittuario, disperato per le condizioni disastrose del proprio appartamento, decide di chiamare il padrone di casa per fargli delle rimostranze e fargli vedere con i suoi occhi come stanno le cose.
    Il proprietario entra dentro l’appartamento con fare scocciato e aggressivo:
    – Allora… cosa ci sarebbe che non va?
    L’inquilino: – Cosa ci sarebbe? Tutto!
    – Suvvia, adesso non stia ad esagerare! Questa casa ha solo dei piccoli difetti, come li possono avere tutte le case!
    – Ah sì? Ne è sicuro? Venga un po’ in cucina…

    I due si dirigono nella cucina. L’inquilino fa al proprietario: – Guardi un po’ vicino al frigorifero, in basso…
    – Beh, un piccolo buco nel muro…
    – Sì, ma non è solo un piccolo buco… stia a vedere…

    Ciò detto, prende un pezzo di pane e lo butta davanti al buco. In una frazione di secondo esce un topo gigantesco che se lo porta via.
    Il proprietario spaventato: – Accidenti che topo!
    – E questo non è niente… – dice l’inquilino.
    Mentre stanno parlando, davanti a loro compare un pesce sospeso a mezz’aria…
    – Ma… ma… è un pesce! – fa il proprietario esterrefatto.
    L’inquilino non gli dà importanza; prende più pezzi di pane e li butta davanti al buco, da dove escono tre o quattro toponi.
    – Ehi, ma sono più di uno!
    – E questo non è niente… –

    Intanto al primo pesce se n’è aggiunto un altro, ancora più grosso che nuota a mezz’aria, sempre nella cucina.
    Il padrone di casa: – Oh mio Dio, ma cosa sono questi pesci?
    – Restiamo ai topi, per adesso… Dell’umidità parliamo dopo…”

  • silverio lamonica1

    C’è un detto analogo tutto ponzese: “Chest’ ‘nnè niente! è ‘a vede’ quanne vene sorema d’i Fforne!
    Specie quelli che hanno superato gli “anta” ricordano certamente Gennarino detto Cialì (al quale sia Tommaso, mio fratello che Franco De Luca hanno dedicato ciascuno una poesia in vernacolo).
    Ebbene, Cialì, il giorno in cui morì la madre, urlava a tutti il suo dolore in preda alla disperazione. Amici e conoscenti cercavano di calmarlo, confortandolo. Ma lui niente. Ad un certo punto disse loro: “Chest’ ‘nnè niente, è ‘a vede’ quanne vene sorema d’i Fforne! (Questo non è niente, vedrai quando verrà mia sorella da Le Forna [cosa accadrà].

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