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Navi e tulipani. Un racconto da Omero (seconda parte)

proposto da Sandro Russo

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Per la prima parte, leggi qui

Il tubo era il fumaiolo, e venne fissato al pavimento del carro, dritto in mezzo alle pareti verticali. Poi, mio padre col cannello incandescente aprì un buco in alto, su una delle pareti, disegnando con la fiamma uno zero quasi perfetto. Levigò gli spigoli, lo arrotondò, e quando si freddò il ferro ci calò nel mezzo una corda di spago, grossa proprio come quelle delle navi vere che avevo visto l’estate prima a Civitavecchia, legata alla quale stava un’àncora di legno che aveva costruito di nascosto.
Muoveva la corda, e l’àncora verniciata di nero scendeva o saliva dal buco e ne rimanevamo affascinati, pure Gino, ci sembrava come di sentire il rumore dell’impatto nell’acqua profonda, i pesci che si scansavano, e ci schermavamo la faccia per non bagnarci con gli spruzzi di schiuma salata.

Poi legammo tutto attorno alle pareti della nave, alla corda di spago, al tubo-fumaiolo, una retina leggera di metallo come quelle delle gabbie per le galline, perché in mezzo ai buchi fitti avremmo infilato i gambi dei tulipani, che avrebbero ricoperto tutta la struttura, tutta l’invenzione di mio padre e così, improvvisamente, il carro era finito e mancavano solo i fiori. E arrivarono, il giorno prima della festa, sopra certi camioncini aperti dietro, i cassoni straripanti, le ruote schiacciate dal peso.

Ci mettemmo a guardarli dalla parte alta del paese, e li vedevamo salire i tornanti della strada, arrancando per la salita, sputando fumo azzurro di nafta bruciata, le cassette piene a ballare sui pianali, i fiori recisi ancora bagnati di rugiada, un serpente colorato che si snodava frenando alle curve, accelerando sui rettilinei. Quando arrivarono all’officina, mi accorsi che le targhe dei camioncini erano straniere, e non le conoscevo. Scesero due uomini alti, altissimi, la pelle diafana della faccia, occhi e bocche enormi e noi rimanemmo impalati neanche avessimo visto gli orchi delle favole. Papà gli andò incontro, stringendogli la mano dal basso verso l’alto, e cominciarono a parlare. Ma quelli, dalla bocca, gli uscivano tutti versi strani, pieni di vocali raddoppiate, consonanti che stridevano tra loro, e mio padre gli rispondeva in italiano, sembravano comprendere, ma non era vero perché gli olandesi si guardavano tra loro grattandosi la testa, e allora con pazienza mio padre ripeteva, alzando forte la voce, come se così si potesse capire meglio.
Ma tanto, c’era poco da capire, e alla fine, tra una risata (la loro cavernosa, proprio come quella di un gigante) e tante pacche sulle spalle, scaricammo le nostre casse davanti al marciapiede e loro ripartirono, per le altre officine, alzando la mano a salutare, enorme pure quella, un sorriso pieno di denti, e noi rispondemmo subito, tutti contenti, perché almeno su quello c’eravamo capiti al volo.


Ma di loro, ce ne scordammo subito, perché c’era da infilare come pazzi i gambi dei tulipani nella maglia della rete da galline, e nel bianco degli occhi ci si riflettevano i colori dei fiori, e starnutivamo il polline poco odoroso, e le mani ci diventavano verdi di foglie e alla fine, quando vedemmo la nave completata, che poi era solo mezza, le fiancate e il fumaiolo, tutte le strutture e gli spigoli arrotondati dalle teste docili e appuntite dei tulipani, ci sentimmo che un po’ ci facevano male le braccia per lo sforzo del lavoro.
Un po’ avevamo come un sasso nella gola, che c’eravamo emozionati, e rimanemmo così, vicini uno con l’altro, per il gusto di toccarci, le teste incassate rivolte verso l’alto, noi quattro e pure papà, che s’era messo dalla parte mia a rimirare tutto quel lavoro.

E poi arrivò un momento che dalla finestra dietro, quella più ombrosa dell’officina, spuntò il raggio del sole a mezzogiorno, illuminò il carro e tutti i colori dei tulipani ci esplosero nella faccia, come un fuoco d’artificio, e fu come guardare controluce dentro quel tubo coi pezzi di plastica rossi, blu, gialli, verdi, tutti mischiati dentro, che a muoverlo cambiava sempre le figure ma il nome del tubo, quello era complicato, e non m’era mai riuscito di impararlo.

La domenica dei carri era arrivata, senza neanche un’apparizione di Luisella, magari da lontano, un cenno con la testa sotto un portico, una mossa dei fianchi dietro una serranda. Ma nel paese c’era un fermento, una trepidazione che non avevo visto mai. I vicoli sconnessi risuonavano di passi e di risate, alle finestre le vecchie sporgevano le teste dondolandole come piccioni, dalla pianura salivano le macchine forestiere, i carretti dei panini, dei dolciumi. Papà era andato a prendere il trattore per tirare il carro, e quando arrivò in officina ci trovò tutti lì, pure Gino, nervosi come il giorno della Prima Comunione. Attaccò il trattore al carro con una traversa di ferro rigida, preparò con poche assi di legno un palchetto fissandolo sul pianale, per issarci in piedi sulle fiancate della nave, e infine lo aiutammo a caricarci sopra delle cassette coi fiori avanzati e ci spiegò che li avremmo potuti lanciare sulla testa della gente, una cosa che a Gino piacque tanto.

Fu in quel momento lì, proprio un attimo prima di mettersi alla guida del trattore e partire in un rombo di marmitta puzzolente, che mio padre mi prese da parte con una scusa, girando attorno al tubo-fumaiolo, per farmi vedere qualcosa che aveva sistemato alla base attaccata sul pianale. Mi stringeva le spalle con le mani forti, gli occhi accesi saettare a destra e sinistra, e con la voce di chi deve condividere un segreto universale mi disse:
«Allora, questa cosa qua la devi fare solo te lo dico io. Hai capito? Quando arriveremo davanti alla giuria, vediamo come va, però stammi a guardare, va bene? Se ti dico “Vai!” corri qui e giri questa levetta colore acciaio. Sì, è un interruttore elettrico. E poi, vedi questo filo di cotone? Sì, sì, è una miccia, non farti sentire, parla piano. Ecco, prendi questo accendino, e gli dai fuoco. Dopo che hai girato la levetta, va bene? No, non è pericoloso. Però tieniti un po’ indietro. Hai capito tutto? Prima la levetta, poi la miccia. Solo se ti dico “Vai!”. Va bene?»

Dissi di sì, tante volte, con le spalle che mi facevano male perché papà me le aveva strette forte, chissà perché. Poi, come se avesse tuonato il cielo, papà mise in moto il trattore, e uscimmo dall’officina in un cigolio di assi e lamiere, scrocchi di metallo, bulloni che gemevano, le ruote gommate del trattore a ghermire le pietre dei vicoletti, i porfidi del marciapiede.
Papà guidava piano, che il pianale traballava e rischiavamo di cadere, e noi prendemmo confidenza con le vibrazioni, le buche del terreno, il palchetto improvvisato.
A mano a mano che ci si avvicinava al centro del paese, aumentava la gente, si sentivano più forti le grancasse, i tromboni della banda, i carillon dei banchetti col mangiare. Nell’aria c’era tutta una fragranza di tulipano e polvere di polline filtrato in controluce dal sole della primavera. Tiravamo i fiori a destra e sinistra, Gino era quello più maldestro, e sotto vedevamo le mani tutte protese, le bocche ridenti. Guardavo tra le facce, qualcuna ne riconoscevo, tante non le avevo viste mai, ma Luisella, di lei non c’era traccia, neanche di sfuggita, neppure l’ombra castana dei capelli.
Quindi, m’accorsi che davanti a noi c’erano tre carri. Papà li guardava, gli occhi serrati, ma si vedeva che non li prendeva in considerazione. Uno, aveva la forma di una fontana, ma l’ovale era sgraziato, l’architettura sproporzionata e fuori piano. Un altro, era una specie di trono enorme e pacchiano, dove sopra sedeva una ragazza, il rossetto sulla bocca, uno scettro da regina tra le mani. Il terzo, non si capiva se fosse una specie di televisore gigantesco, dove dalla cornice dello schermo spuntavano ragazzini come noi che lanciavano anche loro tulipani, le maschere sulla faccia, le giacchette coi lustrini.

Per la strada, la gente aveva occhi solo per noi, si capiva. Ci indicavano, si mettevano le mani sulla bocca, sgranavano gli occhi, ci chiedevano i fiori, toccavano l’àncora di legno. Ma mio padre non si fidava, perché mancava ancora il quinto carro, quello dell’altro fabbro. E proprio in quel momento, alle spalle nostre, si sentì il clacson di un trattore e ci voltammo, insieme a tutta la gente. L’ultimo carro aveva la forma di un aeroplano. La fusoliera non era proprio aggraziata, ma si inclinava ammiccando verso il cielo, e aveva proprio l’aria di poter decollare veramente da un momento all’altro. Le ali, quelle sembravano di misura diversa l’una dall’altra, dando un senso di posticcio, ma ricoperte di fiori nessuno se ne accorgeva. E dentro la carlinga, ci si era messo lui, il fabbro stesso, con gli occhiali da aviatore, il berretto da pilota, le braccia appoggiate come alla portiera di una macchina. E sul muso l’aereo aveva un’elica di ferro, pure quella fatta alla meno peggio, coi raggi disassati, ma girava per davvero, sollevando polvere e petali di fiori.
La gente adesso era combattuta. C’era ancora chi ci batteva le mani, ma tanti avevano cambiato idea e i nasi s’erano voltati all’indietro, verso il fabbro-pilota, gli indici puntati, la fedeltà verso di noi subito rinnegata.
Mio padre s’era fatto scuro in volto, e così arrivammo alla tribuna con la nave tutta avvolta in un senso di incertezza.
I carri schierati, la banda che suonava, la giuria e il sindaco con la coppa in mano: erano cominciate le votazioni. I tre carri, quelli brutti, non se li filò nessuno dei giurati. Tra di loro c’era, invece, tutto un movimento di sguardi verso la nave e l’aereo. Chi indicava noi, con cenni d’assenso. Chi invece storceva la faccia per rivolgerla al carro del pilota. Chi prima ci guardava facendo sì con la testa e poi, osservando l’elica girare, parlava nell’orecchio del vicino. La folla s’era ammutolita e seguiva quei rimpalli, i colli storti girarsi da una parte e poi dall’altra.
Alla fine, un giurato disse qualcosa al sindaco. Questo annuì, e si mosse, la coppa a forma di tulipano nella mano, seguito dalla banda, le trombe e i tamburi muti, i clarinetti e i flauti traversi allontanati dalle bocche.

Arrivarono al centro del viale, proprio in mezzo tra noi e l’aereo. Il sindaco guardò prima mio padre, alla guida del trattore, e poi il fabbro-aviatore. Esitò un attimo, poi, con passo lento, felpato ma inequivocabile, si diresse verso l’aereo, la coppa protesa, la folla a rumoreggiare, la banda di nuovo a suonare in crescendo.
Mi sentii mancare, l’elica che girava sempre più forte, il fabbro-pilota col sorriso sguaiato sulla faccia, la folla che rombava. A bocca aperta, sconsolata, io e i miei amici seguivamo i passi decisi del sindaco verso l’aereo vincitore, e tenevamo le spalle abbassate, le braccia ciondolanti come marionette, le orecchie tappate dal rumore e dalla delusione.
E solo perché le urla di mio padre: – Vai! Vai! Vaiiiii! – era come venissero dal centro della Terra che fui strappato da quell’agonia, e mi ricordarono che c’era ancora una cosa da fare, che non era tutto perduto.
Saltai, precipitai giù dal palchetto e corsi dietro il fumaiolo. Alla base c’era la levetta d’acciaio e la miccia.
Quale delle due andava per prima? Non mi ricordavo. Non mi ricordavo proprio e intanto il sindaco, la banda, stavano quasi addosso all’elica, e allora non me ne importò più niente e tirai la levetta, perché era più facile da fare che manovrare l’accendino.
Vidi come un guizzo bluastro d’elettricità, e subito un fischio lacerante di sirena, profondo, intenso, che sapeva come di mare e di gabbiani, di pontili e vaporetti, si alzò da qualche parte dentro la pancia della nave, sovrastando il chiasso della banda, le urla della gente traditrice, scaraventandomi a sedere, le orecchie a vibrare come lenzuola stese a tramontana.
Il sindaco si bloccò con la faccia ormai vicino al cappello da pilota e si voltò verso di noi, e la banda smise di suonare e la folla si azzittì.
E allora accesi l’accendino e l’accostai alla miccia, che arse subito e sentii un botto e un soffio caldo sulla faccia e il tubo-fumaiolo divenne solo fumaiolo e non più tubo, perché sputò un fiotto di fumo nero, denso, che odorava di cherosene e sala macchine, levandosi verso l’alto, cadendo sulle spalle della gente e sembrava proprio che la nave si fosse messa in moto, vibrasse, e che da qualche parte c’era un molo e non ce n’eravamo accorti,  e lo capirono tutti… la gente, il sindaco che cambiò direzione e venne da noi, la banda che attaccò a suonare una marcetta più veloce, il fabbro-aviatore che scagliò a terra occhiali e berretto da pilota, e pure la coppa, che finalmente adesso stava nelle mani di mio padre, arrampicato sul cofano del trattore.

Poi, successe il finimondo. Tutti si buttarono addosso ai carri, per strappare i tulipani, per portarsi a casa un ricordo della festa, e a me dispiaceva, cercavo di fermarli, pensavo alla fatica fatta, ma era giusto così, me lo disse mio padre solo parlandomi con gli occhi che ridevano, agitando la coppa stretta tra le mani, e così rimasi a guardare dal palchetto tra la folla, le orecchie rosse e deformate dal fischio di sirena, la faccia sporca di cherosene e nerofumo, Gino e gli altri amici miei persi di vista, un tappeto di fiori, gambi e petali tutti calpestati sull’asfalto, e saliva l’odore dei tulipani e c’era ancora quello acre del fumaiolo, e nella testa mi rimbombava la sirena della nave.


E forse fu per quello che non sentii Luisella che sotto la fiancata della mezza nave, confusa tra la gente, mi chiamava, strillava il nome mio ma io non la riconoscevo, ma il cuore, lui sì che se ne accorse, perché cominciò ad accelerare, e la faccia mi scottava come se l’avessi appoggiata su una griglia accesa e in un attimo ero sceso giù, nella strada chiassosa, scansando le persone, pestando tulipani, e ci fu un secondo, ma avrei voluto fosse tutta la vita, che infine le arrivai così vicino al viso che non m’impressionò il verdemare degli occhi, ma le pupille nere e grandi, come quelle dei gatti, che pulsavano, si dilatavano senza rimpicciolirsi pure se aveva un po’ di sole che gli entrava di traverso, e i capelli più che stargli sulle spalle, sembrava che ci si arrampicassero, risalendole il rosa del collo, come fossero vivi, e non so perché lo feci, ma mi accorsi che in mano avevo ancora un tulipano, l’ultimo di quelli che dovevo lanciare giù dal carro, e pure se non avrei mai voluto che mi vedesse così com’ero in quel momento, le orecchie dilatate e la faccia sporca di carbone, glielo offrii tendendo le braccia, e lei con un sorriso lo accettò, sfiorandomi le dita, dandomi la scossa, inclinando un po’ la testa da una parte, schiudendo le labbra, quel tanto che gli vidi il candore dei denti e la punta della lingua, quando toccò il palato e disse: «Grazie».

E poi, annusando il fiore, batté le ciglia, una, due, tre volte, e venne come un tornado, una tromba d’aria, e i petali di tulipano si incolonnarono tutti in verticale volando verso l’alto, in un turbine improvviso, e così alzai la testa, e li seguii con lo sguardo, fino ad avere il torcicollo, fino a quando non diventarono solo dei puntini colorati in mezzo al cielo, fino a quando scomparvero, laggiù, alla fine del mondo.

[Navi e tulipani. Un racconto da Omero. (2) – Fine]

 

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