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Domenico. Anno 1847

di Francesco De Luca

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Sono Domenico. Vivo nella memoria storica ponzese perché di me ha scritto Pasquale Mattej, il viaggiatore formiano, pittore, storico, naturalista e barone. Nel libro L’Arcipelago ponziano, uscito a Napoli nel 1857, parla di me.

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Oggi vivo a Napoli e qui un amico, con il quale ho imparato a scrivere e leggere, sapendo che io provengo dall’isola di Ponza, mi ha messo al corrente che un certo Pasquale Mattej ha pubblicato su un periodico illustrato ‘ Poliorama ’ il resoconto di un viaggio alle isole ponziane effettuato dieci anni prima.

Ho conosciuto Pasquale Mattej appena sbarcato dalla barca di padron Silverio. Era una persona grassoccia e aveva tanto bagaglio appresso: tele, cavalletti, colori, più le valigie con il vestiario. Io bazzicavo sempre sul molo in cerca di nuovi venuti perché non mi è mai piaciuto fare il marinaio né il pescatore. E non mi piaceva perché trovavo interesse per una vita diversa da quella che mi prospettava mio padre. Mentre mia madre, poverina, mi spronava a vedere le cose belle della vita, diverse da quelle isolane.

Presto mi sono sentito fuori dalla vita dell’isola, un estraneo, e perciò non ero ben visto dai coetanei né dai grandi. Cercavo amicizie nei militari che venivano dislocati a Ponza e, in genere, in chiunque non fosse ponzese. Con loro diventavo servizievole, premuroso, assiduo. Il barone Mattej dice che divenni il suo factotum. Però apprezzava anche i miei suggerimenti per scorgere scorci dell’isola suggestivi, che lui subito si dava a riprodurre in disegni.

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Ha lasciato nel libro anche un mio ritratto e uno di mia sorella. Di lei, poi, fu segretamente innamorato. Non lo confessa ma basta leggere le pagine (pagg. 42 – 43) che le dedica per capire come fosse stato colpito dalla sua bellezza, dai modi e dalla sua spontanea tristezza. Oggi lei vive a Caserta, avendo seguito suo marito, militare.

Avevo allora 13 anni e stavo con mia sorella e mio padre, vedovo di mia madre. Dimoravamo nella casa dalle parti della grotta del grano, all’imboccatura della spiaggia di Santantuono: io, mia sorella, mio padre e la nuova moglie.

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Una brava persona il Mattej, con gli occhialini piccoli da dottore. Si guardò intorno spaesato e io subito lo avvicinai per aiutarlo. In verità gli si accostarono pure i fratelli Piercolo, Salvatore e Aniello, due lazzaroni, mandati a Ponza in domicilio coatto. Mattej infatti sgamò che dovevano essere due poco di buono, con quelle facce da camorristi, e lasciò a me di prendere i bagagli.

Nel suo soggiorno lo accompagnai per tutta l’isola perché si interessava di tutto e tutto andava a disegnare. Si fermava su un poggio, gli preparavo il treppiedi, e lui col carboncino tracciava paesaggi e figure. Non mi portò a Zannone né a Palmarola perché ero piccolo e mia sorella non volle. Però sono stato io che gli ho mostrato la fonte dell’acqua dolce a Cala dell’ Acqua, e sempre io gli ho indicato la grotta del tesoro dei pirati a Cala Cecata.

Nel libro parla della nostra casa, di me e di mia sorella. Lei lo invitò e lui rimase ammirato da come una grotta scavata a mano potesse essere adattata ad abitazione.
È tutto scritto nel libro. Di me dice anche che aspettavo di diventare grande e di andar via da Ponza, e quando seppi che doveva tornare a Mola di Gaeta gli chiesi se mi portava con lui. Ma ero troppo piccolo.

Quei mesi passati a stargli dietro mi sono divertito tanto perché lui era amico con le guardie, con i parroci e finanche coi capi-camorra. Tutti cercavano di accontentarlo nelle richieste. Che non erano quelle che ci si può aspettare da un barone… no… lui era interessato alla natura delle isole, agli animali che le frequentavano, ai modi di vivere della gente, ai fatti storici importanti. Come quello che gli raccontò il cannoniere incontrato nei pressi della batteria Leopoldo. Lo riporta a pagina 22 del libro.

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Costui attirò l’attenzione di Mattej perché era privo del braccio e, alla richiesta del barone, gli riferì l’accaduto.

Ponza fu oggetto di attacco da parte delle truppe francesi alla conquista del regno delle Due Sicilie di Ferdinando di Borbone, nel 1809. Le navi francesi ingaggiarono un combattimento col presidio borbonico. L’ uomo racconta: “Si era impegnata una bella e focosa partita, fo per caricare il mio bravo e fedele cannone, che io chiamava senza paura, ma una palla nemica mi vien proprio a imbarazzare la carica, e poco cortesemente mi porta via la miccia con tutto il braccio ” (pag. 22).

Dopo questo avviso di attacco le truppe borboniche lasciarono l’isola. Il 4 gennaio 1810, per mandato di Gioacchino Napoleone Murat, regnante a Napoli, il sottintendente Montarulo da Gaeta accedeva a Ponza e la conquistava senza nessun combattimento. Ma nel 1813 l’ammiraglio Napier, agli ordini di lord Bentinck, capo delle forze anglo-siciliane, riprese ai Borbone l’isola.

L’operazione dell’occupazione il Mattej non la trascrive eppure ci fu chi gliela raccontò. Ero io presente. A dirgliela fu un ponzese incontrato sul Campo Inglese. Stavamo andando a Le Forna, l’uomo era intento a battere con uno strumento di legno (‘u scugnillo ) le lenticchie su di uno spiazzo bianco. Le piante erano gettate a terra e il bastone toccandole faceva sì che i frutti uscissero dai baccelli, separando così i semi dalla pianta. Riconoscendo l’uomo che il barone non era ponzese iniziò a narrargli la ragione per la quale quel posto veniva chiamato Campo Inglese.

Nel 1813 gli anglo-siculi, ovvero le truppe inglesi insieme a quelle borboniche, si diedero a riprendere i territori sottratti al Borbone da Gioacchino Murat.

Il 26 febbraio comparvero nel piccolo golfo dell’isola due fregate inglesi: la Furiosa e la Cavallomarino. Al loro comando c’era l’ammiraglio Napier alle dipendenze del generale lord Bentinck.

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I Francesi avevano organizzato l’isola come una piazza d’arme, con un ufficiale comandante superiore, un commissario di guerra e gli altri ufficiali subalterni per i diversi servizi. L’allarme lo davano le campane a storno. E così avvenne quella mattina. Al suono delle campane tutta l’isola si armò per fronteggiare l’assalto. Dalla batteria Leopoldo si cannoneggiò contro la Furiosa, che ebbe la bandiera spezzata da un colpo sparato dall’artigliere Domenico Scotti, e riportò una falla al fianco da un colpo dell’artigliere Ferdinando Autieri. La fregata però non si arrestò ed entrò nel mirino dei cannoni della Torre. Da qui si cannoneggiava con più insistenza e anche la Furiosa fu più reattiva e rispose danneggiando notevolmente le mura.

La difesa apparve chiaramente inadeguata a respingere l’attacco per cui dalle navi si decise di passare allo sbarco delle compagnie di fanti.

Il Cavallomarino ingaggiò anch’essa una sparatoria con le batterie francesi disposte a Frontone. Subito dopo dalla Furiosa le barche con i fanti si diressero sulla spiaggia di Santa Maria e dal Cavallomarino le barche diressero a Caladinferno. Qui ben due compagnie sbarcarono. Una puntò a Le Forna a fermare l’eventuale aiuto della guarnigione di Forte Papa, una si portò alle spalle della batteria di Frontone, scompigliando quell’artiglieria. Rimaneva ancora la difesa della guarnigione della Torre. Ma i fanti, sbarcati a Santa Maria, si portarono su Monte Guardia per rendere inutile il telegrafo, discesero poi per gli Scotti e su un pianoro montarono due cannoni rivolti alla Torre. Qui si erano raccolti tutti i militari francesi per l’ultima difesa. E ci fu un combattimento estremo. Nel pomeriggio, dopo quattro ore di fuoco, la Torre capitolò. Un ufficiale inglese col vessillo bianco della tregua andò a parlamentare col comandante del torrione. Costui non volle vederlo e vi inviò un subalterno. Si convenne che tutti i militari si sarebbero arresi, insieme alle tre navicelle francesi alla fonda nel porto. Non sarebbero stati considerati prigionieri i detenuti nel carcere, e dunque condotti a Gaeta, insieme al corpo politico-militare; gli artiglieri avrebbero ricevuto l’onore delle armi, mentre lo stato maggiore sarebbe rimasto in stato di prigionìa.

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Ponza visse quella pagina di guerra in modo glorioso. Tutti i soldati francesi furono schierati dalla Torre a Punta Bianca e, come si era convenuto, chi doveva essere rimandato a Gaeta fu imbarcato sui tre paranzelli, chi era in stato di prigioniero fu imbarcato sulle fregate dirette a Malta.

Un reggimento inglese rimase a Ponza e prese quartiere sui colli che guardano sia la costa nord sia quella sud dell’isola, ossia nella zona cui fu dato nome Campo Inglese.

Sia l’ammiraglio Napier sia il generale lord Bentinck trassero da quella vittoria onore, riconosciuto dalla corona inglese.

Tuttavia lord Bentinck ritenne l’isola poco difendibile e nei tre mesi (da dicembre a febbraio ) si trattenne sull’isola per migliorarne il trinceramento.

Sul Campo Inglese installò un Ospedale-forte difeso da due cannoni, poi creò una postazione militare sullo scoglio della Ravia, rinforzò l’armamento della Torre, creando uno spiazzo ad occidente e dotandolo di cannone. Sulla piana degli Scotti dispose una batteria di cannoni e una sulla piana sovrastante Cala Felci. Tutto questo quando ancora Murat era regnante a Napoli, e da lì trattava con lord Bentinck a Ponza il tradimento, col passaggio da maresciallo di Napoleone ad alleato dell’Inghilterra.

Come ho già detto mi sono trasferito a Napoli, dove dimoro con soddisfazione. L’aver letto ampiamente di me nel libro di Pasquale Mattej mi riempie di orgoglio. Per me ha sempre parole gentili e mi delinea come un ragazzo attento e sveglio. Desideroso di andar via da Ponza, cosa che ho fatto appena ho potuto. Ma l’isola la porto nel cuore, perché vi ho trascorso un’infanzia piena, anche se turbata dalla morte di mia madre, e perché mi ha immesso nel ricordo storico dell’isola.
Di Domenico, il garzoncello che accompagnò Pasquale Mattej nel suo viaggio a Ponza nel 1847, si dirà anche dopo la mia morte.