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Navi e tulipani. Un racconto da Omero (prima parte)

proposto da Sandro Russo

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Sono stato sempre molto legato a Omero – www.omero.it [1] – la scuola di scrittura di Roma dove con molti amici “ci siamo fatti le ossa”, una ventina di anni fa; anzi molte amicizie datano proprio a quella stagione.
La scuola, seppur con alterne vicende è attiva ancora oggi –
La prima scuola di scrittura creativa in Italia. È nata nel 1988… riporta il sito e cerco sempre di restare aggiornato con le newsletter settimanali e con il magazine Mag-O dove sono pubblicati i racconti dei collaboratori e degli allievi della scuola, nei vari Laboratori in cui essa è articolata.
Da Mag-O del
29 gennaio 2020 ho scelto un “racconto di formazione” (qui suddiviso in due parti), molto colorato e positivo, dove la prua di una nave emerge da un mare di tulipani…

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Navi e tulipani
di Marcello Aleandri

La prima volta che vidi i campi dei tulipani rimasi così, occhi sgranati e bocca aperta.
Papà mi aveva detto: «Vieni con me». E io salii sulla Bianchina verde scuro, la cappotta col telo grigio plastificato, le marce che grattavano, e arrivammo al bordo del paese, lasciandoci dietro le ultime case coi tetti spioventi incrostati di muschio, sfiorando la ruggine del paracarro che proteggeva la strada dai fianchi aperti della collina argillosa, sopra le vigne d’uva bianca, sopra gli olivi potati a febbraio, e in faccia si apriva lo spazio aperto di fronte a noi, che sembrava non ci fosse l’orizzonte, e invece in basso veniva un fondovalle piano e sterminato, dove correva il Tevere gonfiato dalle piogge d’aprile, formando anse, gomiti e poi rettilinei marroni e limacciosi, minacciando i campi arati, sollevando fino ai bordi delle rive le barchette dei pescatori di lucci, di anguille sinuose.

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«Guarda là» mi disse, indicando una porzione enorme di terreno compresa tra il fiume malmostoso e la strada statale che tracciava un nastro dritto e nero nella pianura ancora impigrita dai ricordi delle gelate dell’inverno, dalla primavera incerta. E improvvisamente vidi, in mezzo a tutto quel piattume ordinato e senza fantasia, una macchia di colore immensa, che sembrava come se un arcobaleno fosse caduto sulla terra, adagiandosi tra le zolle, delimitato dai fossi, tagliato dalle strade sterrate che dividevano le proprietà, collegavano i campi al fiume, o ai laghetti artificiali. Erano i fiori dei tulipani, le teste ovali, ordinate, tutte alla stessa altezza, che svettavano dai gambi verdi, le foglie allungate verso l’alto a cercare il cielo. C’era la striscia bianca, quella rossa, quella gialla, quella screziata, le teste rosa e quelle aranciate. C’erano i fiori che nei petali mischiavano tutti questi colori insieme, e ondeggiavano seguendo il vento, in una danza ordinata, flettendosi, abbassando la testa e rialzandola, come se ci fosse stato un direttore d’orchestra con la sua bacchetta a dirigere i movimenti. E perfino da lassù, mi sembrava di sentire il fruscio del vento che passava attraverso foglie e steli e fiori aperti, a trasportare il polline, a incuriosire le api, a rompere la calma della pianura monotona e rassegnata.

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«Lo sai che li butteranno tutti a fiume, quei fiori lì?» disse mio padre.
Strabuzzai gli occhi, senza rispondere.
«I proprietari sono certi signori olandesi. Sai niente dell’Olanda tu?»
Parlava fissando i campi, mentre le nuvole in cielo correvano veloci lasciando chiazze di bianco sul celeste sopra di noi, come il mantello bicolore delle mucche.
«A loro interessa solo la radice, la patata che sta sotto. Sì, esatto, il bulbo. Hai sempre la parola giusta, tu, eh?»
Aveva fatto come un sorrisino stirato.
«Dicono che qui cresce meglio che da loro. Comunque, stammi a sentire. Il sindaco del paese vuole fare una festa. Una cosa grande, mai vista. Una gara di carri trainati dai trattori. A chi costruisce quello più bello. Insomma, come i carri di Carnevale, quelli con i pupazzi e tutto quanto, che li vediamo alla televisione. Però, tutti ricoperti di tulipani. Visto che li devono buttare, ce li facciamo regalare, no? E mi ha detto se voglio partecipare. Io, e pure l’altro fabbro, quello che sta giù vicino al capolinea delle corriere, sì. E due o tre compaesani, che sanno pure loro usare le mani e gli attrezzi, e hanno un’officina, come noi. Ci starà una giuria per il carro vincitore, la banda, i chioschi della porchetta, lo zucchero filato.  Un sacco di gente che viene da Roma. Che te ne pare?»
Avevo fatto una faccia neanche fosse spuntato Babbo Natale da dietro la curva della strada.
«Ma veramente?» risposi, e fu l’unica cosa che mi venne da dire.
«Veramente» disse lui. E aggiunse:
«Abbiamo due settimane di tempo, poi li tagliano e li buttano a fiume.»
Allora, pensai a tutti quei fiori colorati galleggiare sull’acqua, tra le sponde, ricoprire la superficie, spinti dalla corrente. Me li immaginai arrivare al mare, mi immaginai i pesci che sarebbero affiorati per guardare meglio, le branchie ancora dentro l’acqua ma gli occhi piatti, a fior di squame, fuori all’aria.

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E forse perché m’era arrivata una folata di vento che sapeva proprio di acqua di fiume e tulipano, pure se non ne avevo mai annusato uno, che mi venne in mente ancora una volta Luisella, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, le unghie corte sulle dita delicate. E sognai che stavamo sdraiati sulla riva, a guardare i petali di tutti i colori scivolare verso il mare, le teste a sfiorarsi, le gambe così attaccate che si sentiva il calore della pelle attraverso la stoffa dei pantaloni e le stavo sbirciando la curva del collo, verso la camicia aperta sul davanti, quando qualcuno mi scrollò ed era mio padre che mi batteva forte su una spalla.
«Ma che ti sei imbambolato, eh? Hai capito che ti ho detto? Due settimane sole. Ma io me le faccio bastare. Ci ho già un’idea, di quelle forti. Che fai, mi aiuti?» strillò mio padre, facendo svanire la riva del fiume e soprattutto la bocca rossa di Luisella. Lo guardai nella faccia, gli occhi traversati dalla luce di primavera, i peli bianchicci e grigi della barba incolta, pensando che era uno che quando si metteva a costruire qualche cosa, che fosse legno, ferro o pietra, veniva sempre fuori un capolavoro, che lo chiamavano Archimede proprio per questo. E così, presi a saltare tutto intorno alla Bianchina, tanto ero eccitato dalla notizia.
«Mi serve pure qualche amichetto dei tuoi. Più siamo, prima finiamo. Ce l’hai, qualcuno da portare, che non sta con le mani in mano?»
Certo che ce l’avevo, risposi. Ce l’avevo sì.

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Alla fine, ad aiutare mio padre, eravamo in quattro. Cioè, in tre, perché quello scansafatiche di Gino l’avevo fatto venire solo perché era il fratello di Luisella, e speravo che magari, con la scusa di passare a salutarlo, lei facesse capolino in officina, scrollando la matassa di seta castana sulle spalle, muovendo le dita lunghe delle mani affondate nelle tasche, spalancando il verde degli occhi e accorgendosi di me. Perciò, al pomeriggio, dopo la scuola, nella primavera odorosa che avanzava rapida, cominciammo a ritrovarci tutti là, a pestarci i piedi nell’officina che sapeva di fumo di saldatura, a terra il cemento sbrecciato e pieno di limatura e scarti di ferro, alle pareti le mensole coi tondini, le lamiere, certi quadrelli enormi d’acciaio.
Mio padre aveva preparato una specie di pavimento di legno incorniciato da ferri solidi, grezzi, grande e rettangolare, lungo quasi come l’officina stessa. Sotto ci aveva piazzato delle ruote a carrarmato smontate di sicuro da qualche rimorchio per le botti. E noi iniziammo così, prima a inchiodare le tavole di legno, poi a imbullonarle al telaio di ferro per renderle solidali e calpestabili, così da formare una superficie liscia come una pista da ballo e sicura come una roccia nella terra.
E mentre Gino trovava sempre una scusa per non lavorare, una volta gli faceva male un piede, un’altra s’era perso chissà dove il cacciavite a spacco, un’altra ancora era arrivato tardi perché la madre gli aveva dato una commissione, la pianta orizzontale e la struttura prendeva forma, come le fondazioni di una casa. Mio padre, non ci aveva detto niente su cosa aveva in mente, teneva tutto in segretezza, non voleva dare qualche vantaggio agli altri concorrenti.
Così, ogni pomeriggio si aggiungeva un pezzo nuovo e misterioso al carro dei tulipani.
Un giorno trovavamo a terra dei fogli di lamiera, che a spostarli facevano tutto un rumore di tuoni di tempesta.
Il giorno dopo, compariva un tubo di metallo alto fino a toccare il soffitto scalcinato e così largo che potevamo pure arrampicarci dentro. Il giorno dopo ancora, si metteva a piegare e sagomare le lamiere, gesticolando con la fiamma di un cannello tenuto tra le mani, la luce azzurrina e incandescente che usciva dalla punta arroventata come i gas di scarico dei razzi interplanetari, come le scie luminose e remote delle comete nelle fredde notti d’inverno.
E se doveva unire e rinforzare tutti quei ferri arrugginiti, o le lamiere arrotolate, usava la saldatrice elettrica e ci dava un pezzo di vetro nero, affumicato, per guardarci in mezzo, sennò ci si sarebbero bruciati gli occhi e pure chiudendoli avremmo visto per giorni, nel buio della notte, sdraiati a letto, col soffitto bianco sopra di noi, tutta la radiazione ultravioletta, i lampi incandescenti degli elettrodi, le fiamme bianche come quelle della creazione del Mondo, e le mamme ci avrebbero dovuto mettere sulle palpebre arrossate le fette sottili di patata cruda, a rinfrescare quei bollori, a spegnere le luci, a dare sollievo alla pelle scottata dai bagliori.
E ce ne stavamo seduti sui secchi di ferro rovesciati, il pezzo di vetro nero nella mano, a rimirare il miracolo dell’elettricità che diventava ferro fuso e saldava, univa, rendeva solidali cose un attimo prima estranee e separate. Era come una magia, avvolta da un’aurea azzurra e fumigante, l’odore di solfureo, i lampi di un temporale.
Gino, invece, lui usava il vetro nero per guardare il sole. Alzava il braccio e col dito indicava il disco rotondo, lattiginoso dietro la lastra, innocuo e freddo. Del carro, non gli importava niente. Ma lui, si sa, l’avevo chiamato solo per attirare la sorella. E ogni tanto, dalla bottega di papà, mi affacciavo sulla piazza, non appeno sentivo un vociare, un rumore di tacchetti, un’idea di passi sul selciato a sampietrini. E rimanevo deluso, perché era solo il lattaio, o il postino, o le signore con le sporte della spesa, i ciuffi di verdura fuori, le buste marroni del pane, gli incarti del prosciutto.

Ma i lavori del carro proseguivano, eccome, pure se non si capiva niente, pure se per noi era solo uno spostare di lamiere e tubolari, stando attenti a non scottarci con le saldature calde, gli occhi pieni di riverberi metallici, il freddo grigio dell’acciaio, le orecchie graffiate dal rumore di trapani e molette. E infine, a metà della seconda settimana di lavoro, trovammo al pomeriggio mio padre armeggiare con una catena tutta occhielli e un gancio pieno di ingranaggi, molle e ruote dentate tutto fissato al centro del soffitto grezzo, in mezzo all’officina polverosa. Guardava le lamiere lavorate a terra.
«Adesso con questo paranco tiriamo su le pareti. Una per volta. State attenti, eh?» Aveva detto le pareti. Di cosa, pensai stringendo le labbra. Poi, il paranco come lo chiamava lui sgranò uno per uno, come un rosario, tutti gli occhielli della catena e girarono molle ed ingranaggi tirando su, tirando su, fino a quando la lamiera saldata e rinforzata si alzò, ondeggiando sospesa nel vuoto, come una lama gigantesca, ricurva da una parte. E noi la sostenevamo, e piano piano, senza fatica, che lo sforzo lo faceva il paranco misterioso, l’appoggiamo su certe guide, che il giorno prima non c’erano, fissate sul legno del pianale. La parete di lamiera, adesso alzata in verticale, il semicerchio sfacciato e proiettato di fuori, verso il mondo, stava in piedi. Fletteva in alto, perché sopra non era legata, ma stava in piedi. Papà ci disse:
«Non toccatela, adesso.» Non lo facemmo.
Invece, sollevammo l’altra lamiera, ripetemmo le stesse manovre e anche l’altra parete fu adagiata sulle guide dalla parte opposta.
Adesso, tra le due pareti, c’era tutto il pavimento di legno del pianale. Sul davanti, invece, i semicerchi s’erano accostati, combaciavano perfettamente, e le due pareti sembravano una superficie sola, stabile, definita.
Anzi, ora che li guardavo meglio, non erano proprio dei semicerchi, ma più aperti, quasi a punta arrotondata, e quelle pareti slanciate verso l’alto, color ferro, adesso le avrei chiamate in altro modo, le avrei chiamate, chissà perché, paratie o fiancate.
E come si mi avessero dato uno schiaffo a tradimento o un pugno nella pancia, la soluzione del mistero mi arrivò così, forte e inattesa, suggerita dalla parola stessa, e quando mio padre disse:
«Allora, la riconoscete sì o no? È la…»

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«Prua! Sì, sì, è la prua di una nave!» esclamai io saltando in piedi; la luce forte delle lampade a gas dell’officina che mi si rifletteva dentro gli occhi, a schiarirmi il celeste, a rimbalzarmi nella testa. E mio padre si arrabbiò, glielo vidi nella piega della bocca, non tanto perché gli avessi rovinato la sorpresa, ma perché lui avrebbe detto:
«È la parte davanti di una nave!» e basta, senza troppi fronzoli nel mezzo, senza la fatica della parola esatta che mi sforzavo sempre di trovare.

Immagine di copertina di Agrin Amedì

[Navi e tulipani. Un racconto da Omero (prima parte)]